Pignoramenti e matrimoni. Scegli il male minore.

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Un giorno assolato di inizio Luglio passa il postino, il cane fuori in giardino gli abbaia più forte del solito. I cani, si sa, fiutano il pericolo e anche stavolta. la regola è confermata.

Mi affretto a prendere la busta abbandonata nella cassetta, la apro impaziente e salgo in casa come se avessi calciato sopra la traversa il rigore decisivo alla finale di champions league. Mia moglie cerca di indovinarne il contenuto, visto che a me manca il fiato e sono praticamente paralizzato dal dolore. “E’ una bolletta?”, “un’ingiunzione?”, “ci pignorano l’auto?”, “hanno dato la grazia a Silvio?”…insomma, tutte cose estremamente negative, io rispondo “no, peggio, tesoro (lo dico solo in momenti drammatici) dobbiamo essere forti…ci hanno invitato ad un matrimonio…l’otto di Agosto”

“Sei un cretino, mi hai fatto prendere un colpo” e mentre lo dice, per punizione, mi depila con il Silk-épil. Giusto per ricambiare lo spavento. Così, con le lacrime agli occhi e completamente glabro, mi chiedo come mai quelle persone ce l’abbiano tanto con me, avevo fatto qualche sgarbo irrimediabile in passato?, così, a memoria, non mi risultava. E allora perchè… Giuro, avrei veramente preferito una lettera di Equitalia, si, perchè, in qualche modo l’avresti sfangata, magari in quaranta rate, ma la risolvevi, perchè saranno pure spietati, ma in fondo, capiscono il problema…qui no, non c’è via di scampo. Ti è arivata questa busta, in carta di riso, bella calligrafia che recita: “La Signoria Vostra è invitata a partecipare….”. Cosa??? la signoria vostra?!?! (volutamente minuscolo), oh, ma sono io, il tuo amico che ti aspettava in auto mentre tu buttavi nel fiume lo Scarabeo (inteso come motorino e non come insetto, anche se a occhio nudo era difficile notare la differenza) del tipo che ti aveva sfregiato la Panda, e altri piccoli reati che non sto qui ad elencare. E ora mi dai del “lei”???…piuttosto dimmi…”senti, mi vieni a dare una mano in questo giorno difficile?” (capirai fra qualche anno…).

Ma poi, mi chiedo, è da persone sane di mente organizzare un matrimonio d’agosto?, dovremmo chiedere l’intervento della Digos, cioè, due che si sposano d’agosto potrebbero anche mettere una bomba da qualche parte, possono potenzialmente compiere qualsiasi gesto scellerato, tipo, che so, mettere il Dietor nella panna….

Nell’invito c’è specificato chiaramente, che la cena sarà a buffet…la tua lunga esperienza di drammatici cenoni ti suggerisce che non sarà una cosa piacevole, scordati camerieri e inchini, dovrai muovere il culo e, armato di ascia e piccone, cercare di fare fuori più nemici possibile per arrivare alla conquista dell’ultima porzione di patatine fritte. Una sorta di sagra paesana, intrisa di persone in doppiopetto e con uno spiccato istinto omicida.

Il problema maggiore è decidere cosa indossare. La mia idea di bermuda e infradito è stata prontamente bocciata. La sentenza giunge categorica: devi vestirti elegante! Capirai, farmi indossare abiti seri è come mettere la cravatta al maiale. Ok, scatta l’ora del riciclo: giacca e pantaloni del battesimo della nipote, camicia della convention di lavoro, scarpe del “MIO” matrimonio e cravatta della cresima, funerale, matrimonio, battesimo di una serie infinita di parenti e amici…si, sempre quella, confesso che a volte l’ho usata anche come fascia per il sudore della fronte durante le partite di calcetto del martedi.

Capitolo auto. La devi lavare, lucidare, aspirare, spolverare…insomma se ne avessi comprata una nuova avresti speso meno. Naturalmente tutte queste operazioni vanno fatte il giorno prima, così durante la notte il piccione ha tempo di cagarci sopra, il gatto lascerà le impronte sul tettino e cadranno anche ventiquattro gocce di pioggia, che visto il periodo, provengono dall’Africa e segneranno la carrozzeria come se avessi fatto la Parigi-Dakar.

Il regalo l’hai fatto insieme ad altre due coppie di amici. Anche loro non se ne fanno una ragione e dicono “strano…l’ho visto due settimane fa…e stava bene…chi poteva immaginare…” (tutti sposati da qualche hanno…se non fosse stato chiaro). Hai scoperto che è trendy fare le liste di nozze in un’agenzia di viaggi. Che tu pensi, quale parte dell’aereo compreranno i futuri sposi con i tuoi centoquanta euro? Poi, vai a capire, che moda sarà…una volta terminata la lista che fanno? si montano il Jumbo in giardino come se l’avessero comprato all’Ikea?…mah…

Comunque sei pronto, arrivi a casa del futuro marito, suoni il citofono, una voce metallica chiede “chi è?”…vorresti seriamente rispondere “…’stocazzo”…ma preferisci…”sono quello dello Scarabeo…lei è in arresto”…lui “si…magari, guarda non ne posso più..” e te…”eh..aspetta a dirlo” lui “si, lo so..sarà una giornata pesante” e te in cuor tuo pensi “niente, in confronto a quelle che ti aspettano”…tua moglie ti da una gomitata, perche dopo un po’ di tempo riescono a leggerti nel pensiero, le mogli…come quando torni a casa dal lavoro, con un sorriso smagliante, stai per andarle incontro, e lei ti accoglie con un “Scordatela!”

Ma il cancelletto si apre. E mentre salite le scale che vi separano dal vostro amico/sposo, la guardi, lei sorride e realizzi che non vorresti essere in nessun altro posto.

Ti rilassi e cerchi di divertirti, perchè, in fondo , il divertimento nasce sempre da un dramma e una tragedia…

Se sei sveglio conti le pecore, se sei in ritardo…i semafori

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Le persone cambiano, le abitudini anche, putroppo non sempre in meglio.

Il caso specifico che voglio andare a sviscerare è stata la mia metamorfosi nella gestione del tempo. Secoli fa, ero giovane, bello (?) e…puntuale, ma gli anni e le esperienze della vita mi hanno fatto perdere questo mio, chiamiamolo, pregio che mi ha portato solo sofferenze (dai su, lasciatemi fare un po’ il melodrammatico).

Solo le persone puntuali hanno un’idea delle difficoltà di gestire l’affollamento dei demoni quando si aspetta qualcuno che ritarda. So, diciamo, per esperienza diretta, che i nevrotici preferiscono arrivare un’ora prima che dieci minuti dopo. Per questo mi ha molto stupito leggere nei sui “Diari” che Kafka non riusciva ad essere puntuale. (ok, battuta articolata più adatta a frequentatori di circoli letterari di sinistra che raggiungono l’apice del piacere durante la visione di film in polacco con sottotitoli in ucraino). Arrivare in orario è una condanna, sei costretto a trovare dei diversivi per ingannare l’attesa, mettere le dita nel naso è uno dei più gettonati. Capita così di veder arrivare una persona trafelata e con la faccia colpevole e chiedere “è tanto che aspetti?” e l’altro “no no, tranquillo, sono arrivato da poco” e nel dire questo si gira fra le mani una sfera artigianale grande come un pallone da beach volley. (questa è decisamente più greve, da bar sport dopo un paio di birre medie).

Altra pratica molto in voga fra chi attende è il passeggiare avanti e indietro, passi così in rassegna nell’ordine: le vetrine di una libreria, un negozio di abbigliamento equestre, un’impresa di pompe funebri. Certo, il tuo aggiamento insospettisce i commessi, quello della libreria telefona a quello delle selle “oh, fai tutti gli scontrini che fuori c’è un finanziere nuovo…ha una faccia da coglione…” e il cassamortaro esce sulla porta chiedendoti “buongiorno, ha bisogno?”…”no grazie…” e lui “si certo…dicono tutti così”, ti tocchi le palle e comunque, ti riprometti di andare dal medico il prima possibile per farti un ciclo di analisi. Comunque sia, dopo un po’, presi dal timore, tutti tirano giù le saracinesche.

I puntuali, poi, non sono amati: chi arriva in orario accoglie sempre l’altro con una accusa sulla faccia. Non c’è scusa che tenga, sei in ritardo e questa è una cosa che non potrai cambiare mai più e lo odierai per un periodo infinito di tempo. I puntuali passano per perfettini e grandissimi rompicoglioni. Hai un appuntamento a casa di amici, ti presenti in perfetto orario, suoni alla porta e senti lei che dice “Cazzo, è già arrivato…boia che palle, devo ancora finire di sistemare tutto, ma a che ora gli avevi detto???”, una volta sono arrivato con un leggero anticipo, lui è venuto ad aprirmi tirando su la zip dei pantaloni e lei ha percorso il tratto camera da letto-bagno in sette secondi netti coperta da un lenzuolo, tipo Casper.

Insomma, mentre sei li, abbarbicato all’angolo della cantonata, giungi al punto di ebollizione dell’attesa e si produce il fenomeno per cui quasi speri che l’altro non arrivi più, per avere ragione di odiarlo definitivamente. E invece quello arriva. Quasi sempre.

Ma è davvero così importante che l’altro arrivi in tempo, o che, semplicemente, arrivi? Avresti voglia di andartene dopo dieci minuti, una volta tenuto conto che la persona che stai aspettando non è Kafka.

Ma come dicevo all’inizio, le persone cambiano e io sono passato dalla parte del nemico. Arrivo sistematicamente con almeno quindici minuti di ritardo.

In realtà impiego quel lasso di tempo che mi farà odiare in cose futili che potrei sicuramente rimandare, tipo rispondere ad un commento su facebook, scaricare la posta o giocare la finale di Champions League a PES. Si, perchè al contrario di ciò che possano pensare coloro che attendono, chi è in ritardo, nella maggior parte dei casi, non sta facendo un emerito cazzo. Vuole semplicemente dare di se l’impressione di una persona piena di impegni.

Ma ormai il ritardo per me è una malattia conclamata, ho cercato di curarmi con rimedi omeopatici, tipo mettere l’orologio avanti di dieci minuti, ma la consapevolezza di tale gesto mi fa guardare le lancette e dire “ma si…è ancora presto”. Durante il tragitto che mi separa all’appuntamento conto tutti i semafori che incontro, i ciclisti che non vanno in fila indiana e gli ometti col cappello, in modo da accampare scuse false ma plausibili. Il problema mi nasce quando il luogo dell’appuntamento è a trecento metri da casa mia, in quel caso, molto probabilmente, arrivo col fiatone giurando sul cane del vicino (che di solito alza la gambetta posteriore destra a ridosso dell’anteriore sinistra della mia auto), che ero fuori città per lavoro, che c’era la coda in austrada a causa del controesodo (anche se siamo al ventuno ottobre) e che il casellante non aveva gli spiccioli per farmi il resto (anche se la scatoletta del telepass fa bella mostra di se sul vetro). Tra i miei amici, mi sono guadagnato il soprannome di “la sposa” il commento più colorito è stato questo: “attento, non sottovalutare questi ritardi, l’ultima volta che la mi’ moglie ne ha avuto uno…è nato Nicola”

Comunque dai, datecene atto, noi ritardatari siamo fantasiosi per necessità, siamo costretti a trovare sempre nuove scuse, le persone ci odiano, ma alla fine ci perdonano, quando arriviamo facciamo gli occhioni dolci da gatto (spesso in calore), diciamo la prima cazzata che ci viene in mente e ci sediamo tutti a tavola a mangiare la pizza ormai semi congelata e la Peroni in ebollizione. E poi da quando ho letto su ilmiopsicologo.it che l’essere in ritardo è una patologia, cerco di condividere il peso di questa mia malattia con le altre persone, perchè come diceva Pascoli “il dolore è più dolor se tace”.

A Berlino, il 7 ottobre del 1989, Gorbaciov disse a Honecker che “la vita avrebbe punito i ritardatari”. Un mese dopo crollò il Muro.

La compagnia di un commesso viaggiatore

Foto post pinocchio

Avviso ai naviganti in questo mare. Il post sarà decisamente diverso dagli altri, è un testo sperimentale, che forse non si ripeterà mai più, o forse inizierà un viaggio parallelo. Non anticipo nient’altro, ora la parola passa a voi.

Ci sono un bel po’ di viaggi, intesi proprio come spostamenti fisici, che di solito affronto da solo, con centinaia di chilometri davanti e un sonno bestiale nella testa. Ma a pensarci bene, proprio solo, non sono mai.

All’autogril prima dell’Appennino c’è Jonny Cash che mi chiede di salire, vuole un passaggio fino alle porte di Bologna, il cappotto è nero come la chitarra, la faccia dura come queste montagne, dice “mi spiace, sono solo un fantasma, ma alza la radio e fammi cantare”. “Dai Jonny, canta pure cry cry cry, ghost riders in the sky, e visto che sei tu, ti lascio anche fumare”.

Sull’autostrada, a Castel San Pietro incontro un genovese malinconico, lo chiamano Faber, ha un sorriso pulito, si ostina ad andare in senso contrario con la sigaretta in bocca, canta di ribelli, emarginati e prostitute, ha una maledetta nostalgia di via del campo. Vorrei chiedergli che fine ha fatto Bocca di Rosa, se Teresa è ancora all’Harrys’ Bar e se è stato assolto Don Raffaè. Dietro alla curva non c’è la lanterna del porto ma arriviamo insieme a Cesenatico.

All’osteria vicino a Faenza c’è un tipo strano che si lancia sul pubblico in delirio, è un po’ barbone e un po’ Dioniso, è una lucertola e un poeta, a torso nudo e pantaloni di pelle, ingoia un acido affogandolo nel J&B.

Andiamo Jim, monta su, che Comacchio non è New York, ma le zanzare sono più cattive, non andremo a suonare al Madison ma da qui a Imola un paio di pezzi ce li cantiamo. Bevi finchè ne hai voglia che non ci sono poliziotti agli incroci. Anche perchè in Italia ormai sono tutti rondò.

Arriva un uomo in fondo alla pianura che sembra un mago con le scarpe a tennis, ha un cilindro e una maglia a righe, una chitarra in miniatura e una sciarpa rossa a nascondere l’anima.

Parla di Gianna e racconta di Aida, sogna nel blu profondo del suo cielo, fa nomi e cognomi e canta in sette ottavi.

Non smettere Rino, resta ancora un po’ che Forlì è vicina e ti offro un caffè, ma lui si volta, alza il braccio e mi saluta, lo guardo andar via senza voltarsi. Come uno che se ne va senza rimpianti.

E al casello di Cesena Nord la stradale mi ha fermato. Fanno il giro dell’auto, guardano l’abitacolo, guardano dappertutto e poi si guardano loro, “ma…è strano, sembravate in cinque dentro la vettura, un minuto fa”… “ci sono solo io, con tutti i miei cd, ma prego, potete controllare”.

Alcune pecore hanno bisogno di un pastore…maremmano.

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Per un automobilista di città, stressato, nervoso e con quotidiane pulsioni omicide, il raggiungimento del Nirvana consiste nel percorrere strade di campagna, possibilmente asfaltate.

E così ti lasci indietro semafori, rotatorie e vecchiette col cane sulle strisce pedonali, che asfalteresti volentieri ma temi di farti svariati anni di galera. Specialmente se asfalti il cane. Abbandoni tutto questo alle tue spalle e ti immergi nel paesaggio agricolo.

Imbocchi la provinciale e oltrepassi la bottega di Cecco Furia, strampalato personaggio del quale non hai mai saputo il vero nome, nella zona è conosciuto con il suo nome d’arte conquistato sul campo, è un tipo che “se la prende comoda”, per farti un panino al prosciutto puo’ impiegarci dalle tre alle cinque ore, a volte sparisce nel retrobottega e te hai il forte sospetto che debba ancora ammazzare il maiale, poi se sciaguratamente gli chiedi di infarcirlo con un paio di fette di formaggio è la fine, non esci più, ti conviene portarti direttamente la canadese (intesa come tenda, non come signora proveniente dal Canada, che comunque se ne conosci una e la porti, male non faresti) da casa, ti costringe a seguirlo in cantina, perchè, come dice lui, “si fa presto a dire formaggio”, alla fine scegli una forma con la data di questo secolo e compri una vocale. Lui è un tipo preciso, prima pesa le fette del pane, poi il prociutto, poi il formaggio, infine compone tutto il panino e lo pesa nuovamente, per controllare che torni il totale. E’ il classico tipo che gira in macchina col navigatore, conosce perfettamnte la strada, vuole solo mettere alla prova il tom tom. Insomma, farsi preparare un panino da lui è come guardare Schindler’s list al moviolone di Biscardi.

Ok, non ti fermi, dai un colpo di clacson al buon Cecco e ti immergi respirando a pieni polmoni nel paesaggio che ti si para di fronte. Intorno a te campi di grano e di girasoli, la strada si fa più stretta affronti la piccola salita spingendo sul gas, chiudi gli occhi una frazione di secondo….cazzo frena….c’è il trattore!!!!!. Un mostro metallico di tre metri, con ruote dentate di cinque, sta procedendo ad una velocità di sei metri al quarto d’ora, non c’è verso di sorpassarlo, va bhe, ti rassegni abbassi il finestrino e ti rilassi.  Peccato che il suddetto trattorone trasporti con se un cilindro di fieno delle dimensioni di un pilone autostradale e ovviamente le pagliuzze svolazzano ovunque. Tempo trenta secondi il tuo abitacolo si trasforma in un deposito di fieno, terra, zecche e nidi di rondine. Per fortuna lo vedi svoltare in direzione del campo e sparire in una nuvola di svolazzamenti infiniti.

Dai, è normale, il trattore sta alla campagna come Silvio alla Corte di Cassazione. Rilassati e goditi il viaggio.

Il sole batte forte, ma non vuoi accendere l’aria condizionata, preferisci viaggare sentendo i profumi e i rumori che ti circondano. No, che palle, è entrata un’ape. Ma si, pazienza, tanto esce subito. E invece no. La senti ronzare, ti si posa sullo sterzo e punta minacciosa verso il tuo pollice destro, tu la scacci e lei s’incazza, il ronzio si fa più arrogante, ti sfida, la segui con lo sguardo, stai per spiaccicarla sul sedile con il volantino delle offerte di Acqua e Sapone..ecco, ci siamo, inizia a dire le tue preghiere bastarda….frena!!!! il gregge di pecore sta attraversando la strada!!!! Cazzo, per un pelo non beccavi i due pastori maremmani, uno di razza umana e l’altro di razza canina.

Le fai passare, il pastore (umano) ti guarda come per dire “senti Fernando Alonso, è inuile che fai quella faccia, qui da noi funziona ancora così, quando si parla di pecore si intende l’animale. Non la posizione”

Aspetti che il corteo ovino liberi la carreggiata e cerchi di ripartire, ingrani la prima e inizi a muoverti come se stesse guidando Cecco Furia. L’asfalto è completamente ricoperto di palline nere e sei pronto a scommettere che dentro non ci sia la foto di Moser o di Saronni.  Viaggi su un soffice tappeto di sterco per svariati metri, probabilmente il “nero gomme” che hai dato ai tuoi pneumatici questo fine settimana, ha terminato la sua funzione.

Riparti, non sei neanche a metà percorso e ti stai ambientando perfettamente alla vita bucolica. Riduci la veloità per evitare ulteriori sorprese, ti andrebbe anche una sigaretta, ma non vuoi rompere l’incantesimo, dai, per oggi facciamo i salutisti.

Pensi questo mentre scorgi una nube nera all’orizzonte, man mano che ti avvicini, realizzi che non è un temporale in arrivo, ma il risultato del gas di scarico di un autobus di linea che sta tentando di fare manovra, in quanto in direzione opposta c’è un TIR che trasporta (sicuramente) letame e i due mezzi non riescono ad incrociarsi , la strada è troppo stretta. Immediatamente la signora che abita nel podere di fronte si affaccia alla finestra e con ampi gesti cerca di guidare le operazioni di manovra, il risultato è che l’autobus sbarbica un paio di ulivi e il TIR trancia di netto un ramo del ciliegio su cui si trovava il marito della signora, la quale si dispera maggiormente per la dipartita dell’albero che per quella del consorte.

Arrivi al tuo appuntamento di lavoro con un’ora di ritardo, fai tutto il percorso a ritroso, con l’aria condizionata a manetta e la radio che ti spara musica da centomila decibel.

Giusto per chiudere in bellezza in un rettilineo ti ferma una pattuglia della polizia, controlla i documenti e l’agente ti chiede “lei non è di queste parti, giusto?” tu annuisci facendo lo sguardo da telegattone, lui sospira un laconico “la capisco, ha avuto una giornataccia…vada a casa”. Tu ringrazzi e parti a razzo facendo urlare le gomme dalla disperazione.

Torni verso casa, quasi quasi ti fermi a comprare un panino, sono dodici ore che non mangi, l’unico lato positivo è che potresti fare il bagno tranquillamente, ma a parte questo, realizzi che ognuno di noi ha un suo ambiente ideale in cui vivere e se fin da bambino la campagna ti è sempre stata sui coglioni un motivo ci dovrà pur essere.

Meringata e meneito

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Stamattina mi trovavo nella sala d’attesa di uno dei più illustri e stimati dentisti della zona.

Non è il mio dentista di fiducia, ma sono andato da lui per implorarlo che lo diventasse, pare che non accetti nuovi pazienti, ma io ho millantato ragguardevoli amicizie in comune e guadagni sostanziosi (per lui) e così alla fine, compassionevole, ha ceduto. Un pò come se parcheggiassi sulle strisce pedonali, in doppia fila davanti a un passo carrabile e mi mettessi alla ricerca di un vigile dicendogli che sono amico del ministro degli interni pregandolo di farmi la multa.

Mentre stavo lì allietato in sottofondo dal sibilo del trapano che infieriva sul fortunato di turno, sono entrate tre signore sulla settantina, capelli cotonati, rossetto “sangue di piccione” e dentiera luccicante, sembravo le componenti del trio Lescano.
Mi aspettavo che da un momento all’altro prendessero la tonalità e iniziassero a cantare “tuli tuli tulipan”, invece hanno preso il Samsung Galaxy e hanno iniziato a messaggiare.

Ho fatto di tutto per evitarlo, ma non sono riuscito a ignorare la loro conversazione (nel frattempo mi sono dato un paio di schiaffi, tanto per essere sicuro che fossi sveglio).
Sentivo che parlavano di un sito chiamato “Game center”, che stavano scegliendo il loro nickname e che avrebbero partecipato ad un torneo di burraco online.

A quel punto ho iniziato a chiedermi chi fra di noi fosse più tecnologico e chi più preistorico, e che forse dovrei iniziare a rivedere un attimo la mia visione del concetto di “nonna”.
Io me le immagino ancora col grembiulone a stendere col mattarello la pasta fatta in casa, a preparare biscotti alla meringa, a mettersi i fazzoletti profumati sotto i polsini delle maglie e a tirarsi un pò più giù il vestito per coprire il bordo della sottoveste.

Ho l’impressione che non sia proprio un’immagine corretta.
Loro se la godono alla grande e appena possono scappano da casa, si ritrovano al centro “Anziani in movimento” a ballare il meneito, con l’algasiv nella borsetta, lanciando occhiate malandrine al vedovo di turno seduto al tavolo a trangugiare birra e gazzosa.
Hanno quasi tutte un profilo facebook nel quale postano le foto dell’ultima gita a San Giovanni Rotondo e gli ultimi valori dei trigliceridi, forse non twittano, perchè in fin dei conti cinguettare con il Papa può risultare sconveniente, ma un giorno la Marcellina ha mandato un “poke” a Giancarlo Giannini perchè “l’è proprio un bell’omo e scommetto che non c’ha nemmeno la sciatica, il mi’ marito invece…”
Guidano tutte l’auto e le vedi sfrecciare con la Matiz turchese metallizzata strombazzando ai ciclisti e posteggiando nell’unico divieto di sosta all’interno di un parcheggio deserto, ripassano il trucco alle rotatorie e si aggiustano la dentiera prima di andare a dal parrucchiere a farsi i capelli color neon purple, che stasera al centro sociale schiatteranno tutte di invidia e coliche renali.
Combattono i reumatismi con il latino-americano, bevono lo spritz ma almeno un’ora dopo aver preso la pasticca per la pressione, il sabato sera si vestono di paillettes vanno a fare le vasche sulla passeggiata del lungomare e guardando l’orizzonte pensano “maledizione, se fossi sicura che non mi si fulminasse il pacemaker, mi farei anche un tuffetto”.

Insomma, ero lì seduto sulla mia poltroncina e le osservavo, felici, spensierate e piene di energia, sembrava che avessero l’argento vivo dentro, io invece pareva che mi fossi ingoiato un pensionato.

Royal Baby e Fernet

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Facciamo un pò di gossip, vi va?…ok lo prendo per un “si”.

non so se qualcuno di voi ne è a conoscenza, anche perchè nessun mezzo di comunicazione ne ha parlato, ma è nato il Royal Baby.

Confesso che per la prima mezz’ora ho pensato che si trattasse di un nuovo cornetto Algida, sono anche sceso al bar sotto casa e con passo deciso e fiero mi sono avvicinato al bancone “Ehi Dalmazio, mi dai un paio di Royal Baby?”, lui guardandomi minaccioso “senti palle (termine strettamente provincial-livornese), se sei venuto a prendermi per il culo (termine internazionale), ti avverto che non è aria, mi è arrivata la bolletta della luce, il bimbo (suo figlio) ha scartavetrato la macchina nuova e la stronza (sua moglie) mi fa le corna, perciò fatti la solita sambuchina e sparisci”
Cavolo, altro che sambuchina, qui ci vuole almeno un Fernet. Vorrei chiedergli come l’ha scoperto, anche per avere un’informazione utile…non si sa mai, ma lui mi anticipa e mi fornisce tutti i dettagli. Lei era sempre distratta, col telefono in mano cenava spesso fuori con amiche, fatto sta che l’altro giorno è rientrato a casa un pò prima del previsto e…come dire…ha trovato un signore che aiutava sua moglie a fare le pulizie, lei passa il mocio e lui la scopa! Ascolto il suo sfogo e vorrei tanto dirgli “senti Dalmazio, non è per essere scortese, ma qui nel quartiere, tua moglie è conosciuta come ATL (azienda trasporti livornese), si insomma…ci montano tutti sopra (presenti esclusi, ovviamente)”, ma lo trovo già abbastanza provato di suo e mi sembrerebbe di sparare sulla croce rossa.

Io non sono un tipo geloso, cioè, si, forse un pò lo sono ma lo nascondo perfettamente, certo che la confessione del mio barman di fiducia mi ha fatto divenire un tantino sospettoso ed ho realizzato che il cambiamento dei tempi ha portato anche un mutamento nelle tecniche di tradimento.

“Comunicazione di servizio”(per la mia incolumità) tengo a precisare che i concetti che seguiranno non sono frutto di esperienze dirette, ma di aneddoti “per sentito dire” e ricorda cara, che ho fatto la spesa, buttato l’immondizia e annaffiato le piante sul terrazzo.

Anni fa poteva capitare, diciamo per caso, di conoscere un esponente dell’altro sesso, c’era una certa sintonia e si…”approfondiva” la conoscenza. Partendo dal presupposto che nessuno dei due fosse libero, c’erano alcuni accorgimenti pratici per evitare epiche scenate coniugali e valige in fondo alle scale.
Lei: niente rossetto, profumo il minimo indispensabile, capelli legati (meglio se completamente calva) e mozzicone di sigaretta rigorosamente gettato fuori dal finestrino.
Lui: barba fatta (non per dare un’immagine di cura, ma per evitare irritazioni sulla pelle di lei, si, lo so, c’eravate arrivati/e anche da soli/e ma partiamo dal presupposto che ci possano essere ancora dei “puri d’animo”), niente profumo, niente profilattici alla fragola.
Gettare qualsiasi ricevuta, scontrino, biglietto e (per sicurezza) bolletta dell’Enel che possa far ricondurre a qualcosa di irreparabile.

Ed oggi?, oggi è molto diverso, ci sono le amicizie virtuali, parli con una persona sconosciuta, potrebbe essere la Madonna di Montenero o il mostro di Milwaukee, ma tutto è ovattato dalla rete e lavora la fantasia e nella fantasia gli uomini sono tutti cavalieri con spade (anche di trenta centimetri) e destrieri bianchi (turbo 150 cavalli) e le donne sono dolcissime pulzelle indifese, insoddisfatte della vita che (guarda caso) aspettavano proprio te. Insomma, vengono raccontate un pò di cose (più o meno romantiche) e tutto finisce li (forse…dite di no?…boh, nel caso, valgono i vecchi sistemi).
Il disagio maggiore, e forse pateticamente più rilevante, nasce in quelle persone che hanno vissuto le regole d’oro di dieci anni fa, ne erano divenuti perfetti conoscitori, qualcuno ha preso pure una laurea honoris causa in specializzazione fedifraga ed ora si trovano a fronteggiare gli ostacoli che i nuovi dispositivi presentano. E sono molto più insidiosi di quelli di un tempo.
Cancelli la cronologia ma parte un messaggio, allora cancelli il messaggio ma ti arriva una notifica da facebook, fai sparire la notifica ma ti si riapre la cronologia. In pratica stanno costringendo il genere umano ad una vita di assoluta monogamia, che a pensarci bene l’unica a rimetterci davvero sarebbe Maria de Filippi, non ci sarebbero più figli illegittimi che spuntano come funghi e magari lei avrebbe più tempo libero da dedicare alla dieta di Maurizio Costanzo (che ad occhio e croce non sta funzionando)

Prima rovistando nelle tasche o annusando camicie si potevano scoprire amori platonici o epiche scopate in motel, con le prime soffrivi, con le seconde sparavi. Ma ora la rete ha introdotto quelli che qualcuno ha definito “affetti elettronici”, un pò più di un’amicizia, un pò meno di una relazione fisica. E allora che fai: soffri o spari?

Gallette di riso e fiori d’arancio.

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Capita ogni tanto che, per qualche bizzarra congiunzione astrale, trascorra l’ora del pranzo in compagnia di un cliente/amico. Alcuni giorni fa c’era Mercurio in Acquario. Ed è successo.

Ora, mettete un posto a tavola con un giovanotto, celibe, aitante e con un’intolleranza al glutine e un tipo come me da “bocchina scelta” (come dice mia madre) che non mangio verdura, niente frutta, niente pesce, vino neanche a parlarne.

Arriva l’oste con il menù, il mio commensale espone il suo problema, il ristoratore mi guarda “è celiaco anche lei?”, lo squadro da capo a piedi “no, io sono di Cecina, ma ho gusti difficili”. Se ne va indispettito e ho la certezza che mi sputerà nel piatto.

Iniziamo a chiaccherare amabilmente (come dicono nei migliori romanzi d’appendice), solite cose, la crisi, il tempo, il culo della biondona che è appena passata. Insomma, un cocktail di argomenti culturali da premio nobel, ad un certo punto la discussione si sposta sul matrimonio di suo fratello. A suo dire ha incredibilmente trovato una brava ragazza e l’ha convinta, chissà con quali argomenti, a convolare a giuste nozze. Li, su due piedi, l’argomento mi interessa quanto la percentuale di concentrazione di muffe sulle pendici del monte Amiata, poi ha iniziato a descrivere piccolissimi particolari che hanno acceso la mia curiosità.

Innanzi tutto la sua futura cognata è originaria di un paesino della Puglia e da quelle parti i matrimoni durano quanto un giorno polare, è capitato più volte che i piccioncini arrivassero al taglio della torta in concomitanza del loro primo anniversario. Altro aspetto da non sottovalutare è il numero degli invitati. Solitamente, almeno ai miei tempi, i futuri consuoceri  si dividevano democraticamente il costo della cerimonia, senza fare il conto preciso dei rispettivi parenti e amici. In questo caso ho letto una nota di velato astio. Il padre del mio amico ha già mandato un comunicato stampa alla controparte affermando che “oh, noi siamo una ventina, voi quanto gli abitanti di Città del Messico, io porto cento euro, il resto è a carico vostro”. Sarà, ma io prevedo dissapori, anche senza la sfera di cristallo.

Si, perchè quel giorno li, uno dei più belli della tua vita, non va mai tutto liscio, uno dei miei sciamani dice sempre “stai male quel giorno e poi non starai più bene”, e lui s’è sposato tre volte, ma è una tappa importante nella vita delle persone e a te, uomo, ti conviene ricordartela bene, segnati la data ovunque puoi, ti servirà a mandarle dei fiori e fare un figurone per gli anniversari futuri, a ricordarti che sei sposato mentre la cameriera con la scollatura inguinale ti porta l’antipasto e soprattutto ti conviene ricordarlo per evitare di bloccare continuamente l’accesso al tuo Home Banking con password sbagliate.

Ma sarà bellissimo, arriverai in chiesa un’ora prima di lei e tuo padre avrà il tempo per calcolare la spesa approssimativa dei fiori, si sentirà un socio del Vaticano e giusto per ribadire il concetto, si porterà a casa un cero pasquale. Poi ci sarà la cerimonia, vi scambierete gli anelli e tu ovviamente sbaglierai dito, il prete, (che ti ha battezzato, comunionato, cresimato e preso per un orecchio quando andavi in sala giochi) ti darà uno scappellotto alzando gli occhi al cielo, verso il suo titolare, dicendogli “fallo smettere di soffrire e inceneriscilo”. Ok, è fatta ora sei “marito”, ti danno tutti grandi pacche sulle spalle, una tua zia che non vedevi dal tuo battesimo ti dice che è ora di fare un bambino, ma così su due piedi le fai capire che non hai intenzione di avere un piccolo dittatore per casa (che come tutti i dittatori italiani sarà basso e pelato).

Cerimonia finita. Tutti a pranzo, tutti tranne te e la tua moglie nuova di pacca. Dovrete pazientare giusto quelle tre ore, il tempo necessario per fare un milione e mezzo di foto.

Ti sentirai i piedi come due zampogne, gli invitati sono tutti sudati e si mangerebbero un quarto di bue, tua madre è felice e commossa, tuo padre solo commosso, ha polverizzato metà della sua pensione in un giorno solo, prende i cento euro che aveva portato da casa e ci soffia il naso…tanto ormai cento più cento meno…

Insomma, sei seduto al tavolo, con un cliente, terminate entrambi la vostra porzione di gallette di riso, le cose scritte sopra le hai solo pensate, te le tieni per te, sorridi e mangiando l’ultima briciola realizzi che avevi ragione, l’oste c’ha sputato.

Vi alzate, paghi te (tanto deve fare ancora l’ordine, gli aumenterai i prezzi) e dopo aver chiuso l’album mentale del tuo milione di foto sorridenti, pensi che in fin dei conti è semplice basta seguire la regola d’oro: il segreto per un buon matrimonio è non smettere di baciarsi…il segreto di un buon divorzio non ve lo posso dire. Non gratis, almeno. (è copiata, ma non ricordo da dove…boh, ci penserà il mio avvocato).

“Orecchio”…”mi piace”

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Passi un paio d’ore (abbondanti) per scrivere un post, quantomeno decente, fai un po’ di ricerche su wikipedia, giusto per documentarti e sfoggiare qualche termine da bimbo acculturato, saltelli qua e la fra le righe del sito del “dizionario italiano” per evitare di commettere errori madornali di ortografia. Infine cerchi di inventarti (o di scopiazzare con discrezione) alcuni paragoni che possono risultare simpatici.

Insomma, cerchi di applicarti il più possibile, rileggi la tua “opera”, realizzi che è un tantino stringata (altro termine ricercato su wiki), quindi aggiungi un paio di paragrafi, giusto per donarle una misura di parole accettabile.
Ok dai, diciamo che potrebbe andare, la pubblichi e incroci le dita.

Certo, non scrivi per fame di gloria, ma semplicemente per il gusto di farlo, però, oh, sei un insicuro cronico e qualche apprezzamento schifo non ti fa.
E poi…e poi capita che la mattina dopo esci e cammini per le strade del centro, la tua attenzione viene richiamata da un tuo vecchio amico (vecchio nel senso che lo conosci da parecchio tempo, sennò se realizza che parlo di lui magari si incazza, anche perchè ha la mia età e perciò è un ragazzino), che ti chiama, ti fermi a fare due chiacchere veloci e lui esordisce così “oh France, mi fanno ridere i tuoi post, infatti metto sempre “mi piace” e i miei “mi piace” sono centellinati (è un tipo che se lo tira con gli apprezzamenti feisbucchiani) però deh, che palle…troppo lunghi, cazzo scrivi meno, avresti più successo, per esempio “culo” – “mi piace”, “tette” – “piace”, “f..a” – “mi piace”…è chiaro il concetto??”

Il concetto è chiarissimo, ma probabilmente (ma non ne sono sicuro), non possiedo il dono della sintesi.

Comunque mi sto allenando, perciò…oh, Simo, …”Prostata” –

L’occasione fa l’uomo…ragno.

ImmaginePuo’ una giornata di merda trasformarsi in una stratosferica giornata di merda?

Ho iniziato questo post con una domanda retorica stile “I sepolcri” del buon vecchio Ugo Foscolo. Anche se, devo ammetterlo, quando sono a corto di idee ho sempre la fortuna di avere il mio fido Cupido alternativo, anzichè lanciare frecce dell’amore, lancia dardi di sterco, che corre in mio soccorso creando spunti per nuovi e scellerati articoli.

Il tutto inizia intorno alle 14:30 di un assolato pomeriggio di Luglio, riemergo dalla pennichella pomeridiana e felice come un fagiano all’apertura della caccia, mi metto alla guida, con il volante che si sta per squagliare, aria condizionata a palla e Radio Subasio abbestia.

Tutto sembra procedere secondo i piani, a parte il forte odore di pollo strinato dovuto all’improvviso incendiarsi dell’Arbre Magique al gusto cane bagnato, finchè dopo aver imboccato la quattro corsie direzione sud un rumore sinistro si manifesta dentro la ruota anteriore sinistra. Alla piazzola, possibilmente libera, mi fermo e controllo. Ok ad una prima occhiata niente di che, avrò beccato il fagiano sfuggito al bracconiere. Invece no, riparto e realizzo che il pennuto gallinaceo aveva salvato le piume, in compenso io avevo beccato un ferro con conseguente squarcio sulla gomma. Così, ad una prima riflessione, avrei preferito il contrario.

Ok, con molta calma, apro il mio breviario e inizio a leggere con certosina precisione tutte le espressioni da scaricatore di porto livornese che mi sono appuntato in anni di onorata carriera, giusto per essere sicuro di non tralasciarne nessuna. Una volta espletata questa fondamentale pratica di autocontrollo, Mi guardo intorno per cercare una soluzione. (e possibilmente un aiuto)

Ora, io non so se vi è mai capitato di dovervi fermare in superstrada (da noi si chiama ” Variante”), ma non in una superstrada qualsiasi, ma nel tratto San Vincenzo – Follonica, in piena provincia labronica. La scena pressappoco è questa: passa il camionista, ti razza facendoti barba e capelli, ti saluta con la mano e se ne va, passa una pattuglia dei carabinieri, rallenta, quasi si ferma, te mostri patente e libretto, a fiducia, loro fanno un cenno con la testa e accellerano mettendo la sirena, passa il buontempone che ti vede in piedi vicino alla gomma bucata, lui abbassa il finestrino e ti grida “falla tutta !!!”, sta pensando che tu stia pisciando alla ruota, come il cane, passa il secondo camionista che ti chiede “quanto vuoi per fartelo mettere dietro?”, tu rispondi “no guardi, è il pneumatico anteriore quello forato, dietro sono nuovi”, lui addenta il panino con la porchetta e ingrana la marcia, passa l’altruista, si ferma, scende, scuote la testa e dice “eh, brutta roba, il mese scorso è capitato anche a me”, non muove un dito, si fuma una sigaretta, lancia il mozzicone nel campo sottostante e se ne va dispiaciuto. Infine passa lo scemo del villaggio, ti scatta una foto, la condivide su facebook e dopo sette minuti ci sono già altri trentadue scemi di altrettanti villaggi che hanno messo “mi piace”. (questa l’ho scopiazzata, ma non sarò incriminato per questo).

Il mio spirito di osservazione mi fa capire che dovrò cercare di cavarmela da solo.

Svuoto il bagagliaio dai centoquarantacinque cataloghi e ventisette borse, alla ricerca della ruota di scorta, del cric e di qualche altro attrezzo di cui ignorerò l’utilizzo. Tabula rasa. Della ruota neanche l’ombra, cazzo, il concessionario se l’è fregata, lo chiamo incazzatissimo, lui mi fa gentilmente notare che sul mio modello di auto è previsto il…..kit di riparazione e gonfiaggio. Riprendo in mano il breviario dello scaricatore e ripasso gli ultimi due capitoli. Capirai, c’ho messo sette anni per capire come andava montato il cric, figurati quanto ci metto a impiegare la fase di gonfiaggio, che a ripensarci adesso, quasi quasi era meglio se accettavo l’offerta di quel camionista che insisteva per darmi una pompata.

Studio le istruzioni dellìinfame marchingegno. Innesto lo spinotto A nell’accendisigari, il tubo C di plastica alla valvola B della ruota, giro la chiave per dare corrente, sto per accendere, ma vengo preso dal panico, non oso spingere il pulsante M di alimentazione, per sicurezza decido di chiamare “il mi’ babbo”.

Ultimamente quando gli squilla il telefono e vede il mio numero perde tre mesi di vita. Infatti non risponde. Decido di giocare sporco, lo chiamo in modalità “nascondi numero” e per sicurezza decido di fare l’accento svedese (come Fantozzi). Il poveruomo ascolta la mia disavventura, sento che anche lui sfoglia il breviario e recita un paio di strofe (lui ha la versione bignami comprata sulle bancarelle del lungomare). Dopo mezz’ora arriva in mio soccorso e lui a differenza degli altri, si ferma e mi aiuta, confesso che non lo davo per scontato. Controlla, stranamente ho montato tutto bene, mi domanda perchè non ho iniziato a gonfiare, vorrei dirgli che conoscendomi temevo di saltare per aria e nell’eventualità mi sembrava brutto farlo da solo, ma evito e mi rifugio in un “temevo di fare dei danni”. Ovviamente non si gonfia niente, la gomma ha un taglio che sembra fatto da Freddy Krueger. Tocca chiamare l’assistenza stradale, la signorina gentilissima e con accento lombardo mi dice che sta contattando l’officina convenzionata più vicina, devo solo fornirle l’indirizzo esatto. Capirai, sono su una quattro corsie con i campi dalle parti e il mare in lontananza, lei mi chiede il numero civico più vicino, sto per riaprire il breviario ma lei si rassegna e sospirando “va bene, mi dia almeno il nome del comune e la provincia”. Qui si scioglie un po’, inizia a fare public relation, dice che sono cose che capitano e che in fondo abito in una bella zona e che il tempo è bellissimo, e che…e che coglioni, chiama l’assistenza che di solito il tempo sarà anche bellissimo ma qui è tutto nuvolo, ci sono fulmini poco incoraggianti e, anche se non sono il colonnello Giugliacci, prevedo che fra due minuti verranno secchiate d’acqua. (perchè come dice Frankestein Junior “potrebbe andare peggio, potrebbe piovere”) e infatti ha iniziato a piovere.

Nel frattempo si sone fatte le cinque del pomeriggio, vedo in lontananza il carro attrezzi, in quel preciso momento mi squilla il telefono, è il cliente col quale avevo l’appuntamento alle quindici e trenta, incazzatissimo (tanto per cambiare) “oh, ma dove sei?, sei sempre il solito, accidenti a me che continuo a farti gli ordini, come?, hai forato?, dai ganzo, non vedo l’ora di arrivare a casa e leggere il post che scriverai, se non lo fai ordino alla concorrenza” Click. telefonata terminata.

La faccio breve. Sono arrivato all’officina autorizzata, il titolare mi spiega che era “autorizzato” al soccorso stradale ma non a cambiarmi la ruota, con venti euro si lascia corrompere e mi monta un copertone di una Duna del 1987, guidando a trentuno chilometri orari e con il foro anale talmente strinto che non ci sarebbe passato neanche uno spillo, giungo dal mio gommista di fiducia. Diciamo che ormai sono diventato socio dell’officina, dietro la scrivania dell’ufficio c’è la foto di Napolitano e subito sotto ci sono io. Il capo mi spilla qualche foglio da cinquanta euro, mi stringe la mano e mi dice “oh, dai, non rassegnarti, finchè tu sei sulla strada io non navigherò nell’oro, ma diciamo che mi garantisci una certa tranquillità finanziaria”.

Dai, mi sono dilungato un po’ troppo, ma la vicenda era troppo ghiotta per non scrivere niente. E poi si sa…l’occasione fa l’uomo…..