Cristina in attesa di Breva e Tivano.

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A momenti sarà qui, questo è il tempo peggiore, quello in cui aspetti. Che poi lo faccio di proposito, di arrivare in anticipo agli appuntamenti, solo per il gusto di torturarmi con la mia fantasia. Di pensare che andrà malissimo, anche se non me lo dirà. Aspetto. E intanto esco dal mio corpo e vado a sedermi di fronte a me, vedermi come mi vedrà lui. E mi metto a fare le facce strane. E rido. E mi mordo forte le labbra, fin quasi a sentire il sangue sulla lingua. E adesso lo so, andrà malissimo, anche se non me lo dirà.

Che poi cosa devo dire? La prima frase in assoluto, intendo, quale deve essere? Una cosa tipo “Ciao, sono io e vorrei soltanto evitare di sognare?”. Sì, potrebbe andare, un po’ spiazzante, ma potrebbe andare. Devo ricordare di sistemarmi i capelli ogni tanto, che in questo periodo prendono il volo, come i pensieri che ho. E respirare con calma. Ma so già che non lo farò.

Già mi vedo, respiro di fretta, lo guardo indecisa, prendo la mira. E poi sparo.

E scaglierò parole come sassi contro i vetri di una chiesa e gli dirò che ho scelto di essere folle e se mi compatisce mi incazzo. Gli dirò che il mio male l’ho cercato, amato e fortemente voluto. Perché non si sfugge alla propria follia sforzandosi di agire come la gente normale. E mi sistemerò i capelli. Devo segnarmela da qualche parte questa cosa del sistemare i capelli. E di respirare con calma. E di sorridere.

E gli guarderò la bocca, solo per non incrociare il suo sguardo, perché se mi guarda negli occhi rischia di vederli davvero quei giorni passati allo specchio, tutti i pranzi non fatti, volutamente lasciati per la via, come se poi mi servissero a ritrovare la strada di casa. Che ad ogni chilo disciolto mi sentivo più forte. E non era mai abbastanza ciò che avevo. O forse, semplicemente, era troppo.

No, meglio evitare i suoi occhi, decisamente, che rischierebbe di vedermi ancora bambina, su una spiaggia a settembre a guardare aquiloni, o in quella stupida foto che tengo accanto al cuscino. Avevo dieci anni, il viso diverso, ma lo stesso, identico, assurdo, sguardo di adesso. Come di chi tiene l’affanno del mondo sotto il diaframma. Ho in braccio un pupazzo e mi mordo le labbra, che ancora sento il sapore del sangue sulla lingua. E i capelli prendono il volo.

Se per disgrazia dovesse incrociare il mio sguardo lo vedrebbe quel giorno, il momento esatto in cui ho deciso di avere un riflesso diverso, l’attimo preciso  e perfetto in cui ho scelto di non essere più trasparente, che per farlo avrei dovuto scomparire. Solo un po’. Ogni giorno.

E magari lo capisce il desiderio che avevo, un desiderio di perfezione, la voglia disperata e normalissima di essere notata, che ogni sguardo in più era una vittoria, ogni sorriso rubato una boccata di vita. Magari lo capisce. E sarebbe un disastro.

E allora gli guardo la bocca. E glielo dico di aver scelto il mio male, che non sono una vittima dei miei giorni allo sbando, che se si azzarda a pensarlo mi incazzo, che era come un regalo vedermi bella e sicura, quasi onnipotente, fino a farmi inghiottire dalla mia ombra sul muro. E mentre glielo dico mi sistemo i capelli. E respiro con calma. E sorrido.

E non lo deve capire che sono rimasta in sospeso, quelle come me sono equilibriste incomprese, stanno a tre metri dal suolo, con le scarpe di tela e il vestito più chiaro a coprire i trentadue anni e i trentasette chili. E da quassù è tutto perfetto. Ma se mi osserva davvero, lo vede che sono caduta mille volte da quel filo, non riuscirei a nascondere la mia ossessione strisciante, che mi ha distorto i pensieri con un dolore dolcissimo che mi accarezza con la lingua di un cobra. Che mi cura e mi tradisce e non rinuncia a donarmi complimenti e veleno. Il mio male di vita, che mi nutre di illusioni e intanto mi mangia l’anima.

Dicono che ci sia sempre una soluzione alla fine di tutto e allora ho passato un numero indefinito di mesi in una clinica, illudendo tutti di essere guarita. Ma non era altro che una nuova galera senza sbarre e certi muri non li scavalcherai mai. Puoi solo fingere di stare bene, finendo per diventare una contrabbandiera di specchi e di fili sospesi. E di aquiloni.

Sono in ritardo, devo camminare più veloce, ho l’affanno, dovrei smettere di fumare. Mi manca l’aria. Speriamo che non sia già arrivata, che lei è sempre in anticipo. Sempre. Almeno di venti minuti, ma ti dice “Sono appena arrivata”. Sempre. Sono in ritardo. Cazzo.

Me la immagino già, seduta a quel tavolo, a passarsi una mano fra i capelli, che neanche ne avrebbe bisogno, che sono perfetti così. E si sforza di respirare con calma, ma non ci riesce. E poi sorride.

Lei è Cristina e se la guardi adesso non lo diresti che stava scomparendo, ti parla ed è bellissima, anche se non aspetta principi, la guardi e proprio non te la immagini chiusa in bagno con due dita in gola a vomitare yogurt e paure, in giro tra la gente a ridere per dispetto. Ma lei te lo dice di essere una ragazza assurda con un corpo sano in prestito, che non è morta, lei è restata, senza però esserci mai veramente. Che a pensarci è come morire. Lei è restata ma non sa dove andare. Te lo dice che ci sono ancora giorni d’inferno in cui cerca disperatamente le sue ali e gesticola e parla e te lo dice, che non si pente delle sue scelte sbagliate. Devo ricordarmi di non compatirla, che altrimenti si incazza di brutto. Mi limiterò a guardarle la gonna e il rossetto, perché è nei dettagli che si nasconde la verità. Già me la vedo, che si sistema i capelli, la fa spesso questa cosa dei capelli, come se l’avesse appuntata da qualche parte. E si sforza di respirare con calma. E poi sorride.

Ha bisogno di innamorarsi, ne ha bisogno davvero, ma questo non te lo dirà mai, perché certe emozioni la spaventano a morte, è la voglia inspiegabile di prendersi cura di qualcuno, il desiderio incostante di donare sospiri. Lei vuole amare e incazzarsi, strappare baci e camicie, fare l’amore e annoiarsi, lei vuole Breva e Tivano, vuole carezze e rancori e giorni pieni di vita.

Tiene una foto accanto al cuscino, lo so, lo fa da una vita. E se la guardi negli occhi lo capisci che è ancora su quella spiaggia. Ed ha di nuovo sei anni. Anche se non te lo dice. Mi guarderà solo la bocca, già lo so. Mentre si morde le labbra. E si sistema i capelli. E cerca di respirare con calma. E sorride.

Sono quasi arrivato, aumento i passi. Sono in ritardo. Cazzo.

Ormai ci siamo, tra pochi minuti lo vedrò sbucare da dietro l’angolo della piazza, affascinante come sempre, di una bellezza quasi irritante, con il passo veloce e il fiato grosso di chi è consapevole di essere in ritardo. Adesso posso smettere di guardarmi dalla sua prospettiva, devo rientrare nella mia dimensione.

– Ciao Cristina, lo so, sono in ritardo.

– Non preoccuparti papà, sono appena arrivata.

Mi sistemo i capelli, respiro con calma. Sorrido. Sono felice.

 

“La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori”. (Alda Merini).

(Da un angolo della piazza qualcuno sta suonando Nobody’s wife)

Antonio con la luce che serve.

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Antonio è un ladro, su questo non si discute. Uno di quelli che sanno come forzare la porta principale senza lasciare segni evidenti, abile e invisibile, scavalca recinzioni di cemento e indifferenza, entra in case sconosciute, senza neanche guardarsi intorno, lui sa già come muoversi. Punta dritto alla cassaforte. Calcola i passi con invidiabile precisione. Due a sinistra oltre il centro del petto. E la trova. Sempre. Antonio è un ladro, ma non mira ai soldi, lui ruba immagini ai volti delle persone. Non ha pistole né coltelli, va in giro armato solo di una macchina fotografica, di quelle che ancora montano il rullino, perché è sempre un miracolo veder affiorare dal foglio bianco il viso di qualcuno. Come se vedesse nascere tutti quegli sguardi e quei sorrisi. Persone di ogni età, senza nome né indirizzo, incontrate per caso oppure per sbaglio, tutte con la loro storia cucita addosso. Visi immacolati che nascono, lì, adesso, per la prima volta, tra le sue mani. Un miracolo.

Antonio gira a volto scoperto, poi ti guarda, con la faccia che ha, dalla tasca del giubbotto tira fuori la sua Reflex e ti saccheggia l’esistenza.

Che poi neanche se ne rendono conto di essere stati derubati, hanno tutti cose più importanti e pesanti a cui dedicarsi. Alcuni sorridono, nell’attimo esatto in cui realizzano di essere fotografati, altri restano indifferenti e scuotono la testa, la maggior parte di loro rimane sorpresa. Perché è qualcosa che non ti aspetti, essere derubato in pieno giorno, con tanta astuzia intendo. E’ un evento che sfugge al controllo, come un bacio dato a bruciapelo. Un fruscio di mani che ti frugano la vita, un gesto quasi intimo, inappropriato. Che appena è passato ti fermi a controllare che sia tutto in ordine, una sorta di disperato bisogno di conforto, come quando esprimi un’opinione e cerchi conferme nello sguardo di chi ti sta attorno.

Ma è di notte che Antonio vive davvero, quando torna a casa ad ammirare la refurtiva. Toglie il rullino ed entra nella camera oscura, perché certe emozioni vanno vissute con la luce che serve. C’è una parete in casa di Antonio in cui sono custoditi con cura tutti quei destini. E lui li ha amati. Tutti. Per ognuno di loro ha inventato una storia, una casa, una vita intera per cui lottare. Per ognuna di quelle persone ha indovinato le traiettorie della mente, ha dipanato incertezze e paure. Perché lui non le dimentica quelle persone, non riesce a togliersi dalla mente chi ha toccato con mano, almeno una volta, la sua vita. Antonio è un po’ stregone e un po’ indovino, perché prevede il destino di quei visi. E non sbaglia mai, riesce a descriverne il percorso, con un’esattezza quasi fastidiosa. E ogni tanto sorride, contemplando quel mosaico di passioni e gli viene da pensare che dev’essere così che si sente Dio quando guarda verso il mondo. Lui che non ha nessun dio a cui fare promesse solenni.

E allora lui ruba, si appropria con l’inganno di meraviglie vissute da altri, come se quegli scatti presi di contrabbando non si limitassero ad imprimere solo un’immagine sulla pellicola, ma un’esistenza intera. Da quando è rimasto da solo scatta foto al destino di sconosciuti, non potendo più farlo a quello di lei, che un giorno disse soltanto “E’ tardi, devo andare”. Lui pensò ad un impegno improrogabile, uno di quelli che non c’è verso di rimandare. In un certo senso era così.

Sono passati otto anni. Otto anni senza un indizio. In tutti questi giorni non ha smesso di aspettarla. Che quelli che aspettano li riconosci subito, sì guardano attorno aspettando una sorpresa. E allora l’unica cosa che gli resta è cercarla, nelle vite che sfiorano la sua.

Antonio costruisce la vita degli altri, che con la sua fa fatica ad andare d’accordo. Della sua si limita a seguirne i passi, come in una danza, si lascia guidare, stando solo attento a non pestarle i piedi. Che certe esistenze vanno prese senza clamori. Certe vite le freghi soltanto chiudendo gli occhi. Vivendole con la luce che serve.

Caterina come l’acqua.

Caterina è chiusa a chiave, ma il suo spirito viene da lontano, come l’acqua delle fontane, che ne ha fatti di chilometri prima di finire in quella vasca, ne ha viste di cose prima di lasciarsi cadere e confondersi con il resto del mondo, fino quasi a scomparire. E se la trascina dietro, tutta quella vita, piena di amori e cicatrici, che quando la porti alla bocca riesci a sentirlo il sapore di terra e passione. Che Caterina è come l’acqua, puoi decidere di berla o di baciarla. In entrambi i casi ti salverà la vita.

Caterina vive in una casa fatta di legno e vento forte, sulla spiaggia di un mare sconosciuto, che alle sei del pomeriggio si mette a contemplare. L’ora perfetta, quella ai bordi di un giorno che sta per terminare, l’ora in cui tutto è quasi compiuto e rimane poco tempo per poter rimediare a un qualsiasi tipo di disastro. E’ l’ora magnifica in cui si siede sulla sabbia e punta lo sguardo dritto verso l’infinito, a mescolarsi con l’andirivieni della marea, si osservano, Caterina e il mare, come duellanti in un’arena, sospirano forte, Caterina e il mare, come due amanti alla fine di un amplesso, con l’odore dell’istinto che ti rimane addosso. Alla fine lei si alza e ci cammina dentro. E le sente davvero, tutte le storie che quelle onde si portano dietro, le sente davvero, mentre si frantumano ai suoi piedi, come doni offerti da quell’immensa distesa d’acqua. Ci cammina dentro, come fosse un richiamo, perché avverte le vene che si sciolgono.

Unisce le mani e lo raccoglie. Il mare infinito. Lei ne strappa un brandello e lo tiene fra le mani, come se fosse un cuore pulsante. Come fosse il viso di un figlio. Come se fosse tutto l’amore che c’è, dolce e scandaloso, che ti fa sentire sicura e disperata, irraggiungibile e indispensabile, eterea e puttana, che sa calmarti ed incendiarti. Lo tiene fra le mani. Il mare smisurato. Lo alza verso il cielo, come a farlo benedire dall’ultimo sole. Lo riscalda, lo brama e, lo giuro, lo trascina alla bocca. E lo bacia. Lo giuro. Quel mare pieno di tramonti.

E si perdono, uno sulle labbra dell’altra, con tutta la passione che c’è, quella vera, quella di un bacio. L’atto più intimo, quello che scatena le passioni, le voglie represse. Che quando baci qualcuno, quando lo baci davvero intendo, non te ne liberi più. Da quel tipo di bacio non si torna più indietro. Quando baci qualcuno hai un sussulto di vita. Quando baci il mare hai una cascata nell’anima.

E alla fine si guardano, il mare e Caterina. E lo fanno forte, quasi a farsi male. Che viene da chiedersi se anche lui si ferma a guardare negli occhi di certe persone e magari ci si perde dentro, anche lui, e ci vede i suoi sogni. E sospira. Anche lui.

Caterina vive in una cella di pochi metri quadrati, lo fa da talmente tanto che ormai non ricorda il motivo. Il tempo le ha strappato via i ricordi, le facce delle persone che ha conosciuto fuori da lì, i loro turbamenti. Non c’è più traccia di tutti quei profumi, delle gioie e dello schifo che la vita ti regala. Ha imparato a bastarsi da sola, a fare a meno del mondo. E il mondo di lei.

Ma c’è una cosa, una sola, che quelle sbarre e quel soffitto umido non potranno mai arginare. Il mare che si porta dentro.

E ogni giorno, alle sei del pomeriggio, lei guarda verso il muro, unisce le mani, le alza verso il cielo, come a farle benedire dall’ultimo sole. E lo bacia. Lo giuro. Lo bacia. Lo sconfinato mare.

Perché Caterina se la merita tutta quella vita, quell’abbraccio di madre infinito. E’ la sua ricompensa. Caterina se lo merita un mare così. E addirittura, forse, lui merita lei.

Caterina vive in una casa fatta di legno e vento forte, sulla spiaggia di un mare sconosciuto, lei è come l’acqua, puoi decidere di berla o di baciarla. In entrambi i casi ti salverà la vita.

(Caterina vola con il pensiero, poi si ferma. E quella diventa la sua casa. – La mia casa. Daniele Silvestri.)

Nina con l’ossigeno che ha.

Se ti capitasse di passare da queste parti, fermati un momento, guardati intorno ed osserva. Regala uno sguardo profondo a questa piazza, che a vederla di sfuggita si perdono i dettagli. Vai verso la fontana e lancia una moneta. Lei sarà paziente, starà lì ad aspettare il tuo ritorno, come le cose che ti lasci alle spalle, come le persone a cui dici addio. Che non dicono niente, dissimulano i dispiaceri, ma un po’ ci sperano di poterti rivedere.

Se mai ti capitasse di passare di qua non aspettarti cose enormi, che qui la gente fa poco rumore, ma se hai voglia di vedere ci trovi Nina appesa ai bordi dei portici, seduta, immobile come le statue in fondo al mare. Ha fatto fuori un impostore e un grande amore, cose di poco conto tutto sommato. E’ fuggita da una città grande come un dispiacere, ha messo un paio di libri in una borsa, un paio di ricordi inutili, un paio di giorni perfetti per farsi male, un paio di pillole per attutire i boati dei respiri.  Ha stretto tutto con un nodo nervoso, uno di quelli che non fanno entrare l’aria, di quelli che devi accontentarti dell’ossigeno che c’è. E alla fine impari a non sprecarne neanche un po’.

Nina la guardi e lo capisci che lei è così. Lo capisci che vive con un nodo nervoso che le stringe la vita. E non passa l’aria. Lei è così. Nina vive con l’ossigeno che ha.

Se per errore o per fortuna ti capitasse di passare di qua non aspettarti strade trafficate, che qui la gente sceglie con cura i percorsi da seguire, ma se hai il fegato di sfidare le apparenze ci trovi un testardo. Lui sta in piedi, appena oltre il buio di un portone. Sta lì e guarda l’orizzonte. Ogni tanto sospira, parla poco, annega in bestemmie di catarro, un sigaro nella mano destra e lo spray contro la morte nella sinistra.  Quando riesce a far circolare il fiato nei polmoni racconta di una nave, di un timone da tenere stretto come un crocifisso, di tempeste che sfuggono all’umana percezione. Racconta di una donna lasciata ad aspettarlo nelle viscere di un paese senza porti in cui attraccare. Dice di averla lasciata lì, come si fa con le schegge sottopelle, che le tieni a tormentarti ancora un po’, perché è così deve essere, le lasci lì sapendo che non smetteranno mai di aspettare che tu le vada a liberare.

Questo è Alberto, ma chiamatelo capitano, non puoi sbagliarti, sta in piedi e guarda le altre vite passargli davanti, guarda i muri, i passanti incatenati nei loro paltò, guarda le mani degli amanti, che è da come si incrociano le dita che si intuisce il loro destino.

Alberto lo guardi e lo capisci subito ciò che vede. Lo capisci che indovina i destini della gente, perché lui comanda ancora la sua nave. Alberto è un testardo e in tutte quelle vite che gli tagliano l’orizzonte lui si ostina a guardarci dentro. E a vederci il mare.

Se per un imbroglio del destino ti capitasse di passare di qua portati dietro tutta l’esistenza che hai, non lasciarne indietro neanche un pezzo, che qui non puoi barare, qui non c’è nessun colpevole, qui siamo tutti in attesa di giudizio, di una sentenza che forse neanche arriverà. Questa è la sacrestia della cattedrale, l’angolo nascosto allo sguardo dei passanti.

Se ti capitasse di passare da queste parti, fermati un momento, guardati intorno ed osserva. Regala uno sguardo profondo a questa piazza, che a vederla di sfuggita si perdono i dettagli. Perciò non esitare, vai verso la fontana e lancia una moneta, seguine la traiettoria. Adesso non ti resta che aspettare il ritorno di qualcuno.

Nina e Alberto si sono amati davvero, di un amore travolgente e disperato. Si sono amati ma non lo ricordano più. Si sono ritrovati in questo posto, in mezzo ad altri folli come loro, come pesci in un acquario. In questo angolo di vita parallela che molti chiamano manicomio.

Ma voi che siete sani non stateli a sentire, loro sono solo due attimi sfuggiti al normale corso del tempo. E fra questi muri, in queste stanze che sanno di disinfettante e inganni della mente, ogni giorno si ritrovano, quasi per caso, senza accorgersi della reciproca presenza, a gettare una moneta nella fontana del cortile. Ne seguono il volo e un attimo prima che il metallo venga inghiottito dall’acqua Alberto stringe i pugni, guarda oltre il cancello e si ostina a vederci il mare. Nina sente l’anima leggera, sente il nome di qualcuno salirle per la gola, ma poi trattiene il fiato. Godendosi l’ossigeno che ha.

“Genio e follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri.” (Arthur Schopenhauer).

In un posto come questo dobbiamo aggrapparci alla nostra vita che seduce..

Un inchino accennato.

Poche righe per ringrarvi tutti, nessuno escluso, per averci letto, sopportato, supportato. Ultimamente siamo un po’ latitanti ma restiamo comunque nei paraggi, che l’idea di allontanarsi troppo ci spaventa. Tipo quelli che vivono in periferia ma poi non possono fare a meno di un giro in centro, per cambiare un po’ lo sguardo, per lasciare trucioli di vita ai bordi della piazza centrale, per nuotare un po’ nelle esistenze altrui asciugando la propria.

Quindi no, non ci allontaneremo troppo, ci troverete sempre nella nostra periferia, se passate di qua ci sarà sempre qualcosa da bere, che noi ci ostiniamo a raccontare illusioni.

Quindi eccoci qua, io e miei personaggi, ringraziando davvero con un sorriso pulito e un inchino accennato.

Ci vedremo al più presto nella piazza centrale, nel frattempo viviamo davvero.

(Ah sì, mi ero quasi dimenticato…che l’anno sia così come lo volete).

Valentina in attesa della neve.

 Valentina tiene gli occhi dietro un vetro, da lì vede la vita e le si appannano i respiri. Lei guarda verso il cielo. Potrebbe nevicare.

 Ma non succede mai che nevichi sul mare, sarebbe qualcosa di imperfetto, sono incompatibili il mare con la neve, come il sole e la sua ombra, come quando dici che va tutto bene mentre ti sembra di morire. Lei lo sa che non nevica sul mare, ma ha imparato ad illudersi con poco e allora prende un passo più leggero, che non si può mai sapere e continua ad aspettare. Come faceva da ragazza, quando attendeva “quella” telefonata, aveva la certezza che non sarebbe mai arrivata, ma non si rassegnava e fissava la cornetta, che non c’era cosa più bella al mondo che stare lì in attesa, che il solo pensiero che potesse succedere davvero la scaldava come un abbraccio di madre. E questo era un buon motivo, sì, decisamente un buon motivo, per non smettere di illudersi.

 Valentina aveva quindici anni quando capì di esser sola, quando iniziò la sua vita in parallelo, fatta di strade prese contromano, come quando ti dicono di arrenderti e senti il freddo della canna di pistola sulla tempia e chiudi gli occhi e pensi sia finita e aspetti un ultimo rumore. Quasi un po’ ci speri che si muova il dito sul grilletto, che alla fine sarebbe solo un ultimo istante di dolore, magari neanche così atroce, sarebbe questione di un secondo, niente in confronto ai giorni che ti aspettano spietati. Finalmente tutto sarebbe compiuto e tu potresti smettere di rincorrere scampoli di vita e forse, per la prima volta, dopo un tempo indefinito, sederti e tirare il fiato.

 Stava seduta su una panchina dei giardini di Villa Fabbricotti, vicino al lungomare, con un freddo pungente che non dava tregua e non capiva se arrivasse da fuori o da dentro il respiro, davvero non capiva. Avrebbe giurato di sentire la temperatura del parco diminuire ad ogni movimento del suo diaframma. Ma quelle erano solo irreali sensazioni, come quando ti sembra di vedere un viso conosciuto che si affaccia al bordo estremo degli occhi, poi ti volti, cercando una conferma e ti convinci dell’abbaglio.

 Aveva quindici anni, un giubbotto di pelle nero, una maglietta con la scritta “I am mine”, i jeans strappati non certo per essere alla moda e un paio di anfibi, presi in prestito al banco del mercato e mai restituiti. Quasi un po’ le dispiaceva di non essere elegante, ma non poteva immaginare che quello sarebbe stato il primo giorno della sua nuova vita, che poi, a pensarci, non sarebbe cambiato molto, non prometteva comunque un granché, questo giorno. E neanche la sua vita.

Se ne stava lì seduta, con gli auricolari che vomitavano distratti “Mad World” di Gary Jules, che a pensarci adesso sembrerebbe che quelle note avessero avuto quasi un senso, sembrerebbe proprio così. Ma non lo avevano, un senso, quello note. Neanche i suoi insulsi pensieri ne avevano, un senso. In quell’istante qualunque, gettato a caso come note improvvisate, squillò il telefono. Una voce categorica la informò che sua madre non c’era più. Che lì, su due piedi, il primo pensiero che le attraversò la testa fu “sai che novità”. Ma al respiro successivo realizzò che stavolta c’era un piccolissimo “per sempre” a fare la differenza. Lieve, sottile, impalpabile differenza.

 Vedeva le persone che passavano lungo la strada, alcune la guardavano di sfuggita, come si guardano i pescatori seduti al tramonto in cima al molo, che la loro presenza non aggiunge niente agli ultimi colori del giorno. Lei vedeva passare tutte quelle persone e immaginava le loro vite, le loro domeniche coi parenti, tutti a tavola, davanti ad un sorriso ipocrita fatto di tagliatelle e vino rosso. Che per lei, la domenica era solo un tramezzino e una birra media, come gli altri giorni, come tutti gli altri giorni normali della gente che le passava davanti. La domenica si sentiva come loro.

Ma senza ipocrisia.

Le tornarono alla mente immagini sbiadite, di estati passate da tempo e le pareva di sentire ancora i piedi affondare nella sabbia, la fatica salire dallo stomaco, come quando devi sostenere lo sguardo di qualcuno, qualcuno migliore di te, qualcuno che non conosce la vita ma deve dirti come si fa.

 La sente ancora la voce di sua madre, che la chiama da lontano, che le dice di sbrigarsi, che le ripete che non riuscirà mai a combinare niente di buono, che farà la fine di suo padre. Che poi chissà che fine avrà fatto, suo padre. Sua madre invece era rimasta, ma era altrove, si percepiva chiaramente la sua smania di movimenti distanti, come fosse un fastidio dover fermarsi anche solo un istante. Che poi, alla fine, veniva da chiedersi chi dei due fosse più distante. Più devastante.

 Erano questi i pensieri che le pulsavano nelle tempie, che la infastidivano come zanzare in una sera di luglio, pensieri inopportuni, che si scontravano con la realtà di quel momento così solenne, forse avrebbe dovuto piangere a dirotto. Forse avrebbe dovuto provare pietà e riuscire a perdonare gli errori di sua madre, ma davvero non ci riusciva, non poteva farlo, perché sentiva che non c’era proprio niente da dover perdonare. Concedere a qualcuno il proprio perdono significa reputarsi migliori, elargire beneficenze stucchevoli, come il signore del maniero che regala briciole di pane alla plebe. Ma Valentina non aveva briciole da donare e non c’era nessun maniero, davvero non c’era nessun motivo al mondo, per potersi sentire migliori.

 Avrebbe solo voluto qualcuno a cui appoggiarsi e invece ha dovuto sempre cavarsela da sola, si potrebbe dire che ci è proprio cresciuta, da sola. Tutte le persone che ha incontrato erano sbagliate, sempre e comunque sbagliate, come se continuasse a mangiare chicchi d’uva da un grappolo

infettato dal male di vivere. “Persone sbagliate”, ti dice con un gesto delle labbra che somiglia ad un sorriso, persone e decisioni, come fossero complementari, che una cosa quasi non esisterebbe senza l’altra. Sbagliate, una dopo l’altra fino a convincersi di essere lei quella sbagliata.

 Valentina ha dovuto accelerare i suoi anni migliori, non poteva permettersi il lusso di aspettare, è cresciuta senza percorsi da seguire, senza nessuno a dirle come si fa, senza un paio di braccia sicure per cacciare via la notte e lei davvero non sapeva come fare. Non lo poteva sapere. Poteva solo improvvisare. Come fanno gli artisti di strada, che se lasci una moneta, ti regalano un inchino. E’ arrivata a quarant’anni nel giro di un minuto, con decisioni prese contromano, controvoglia, contro

il disappunto dei benpensanti, trascinandosi dietro l’esistenza, fra le grida del porto e i sussurri di emozioni.

 Ma alla fine si è convinta, che certe esistenze non puoi mica decidere di sceglierle, come certe giornate uggiose di fine Ottobre, che arrivano anche se non le aspettavi, non le scegli, puoi solo decidere di cambiarle, o almeno, ci puoi provare. Se ti rimane un misero sussulto di vita, ci puoi provare. Ha imparato che avere una vita difficile non è una colpa, ma neanche un alibi, che a quelle come lei nessuno farà sconti e piangersi addosso serve solo a far crescere il senso di pena e la fame di carezze.

 Valentina cammina senza fretta, lancia un sorriso a Cisco il matto, che aspetta appeso ad un angolo di finire la sua birra, oltrepassa il bar “quattro mori”, dove un giorno chiese due spiccioli ad un passante per regalarsi un pranzo, guarda i traghetti lasciare la banchina, pensa che nonostante tutto quello spazio, il comandante farà sempre la stessa rotta, che anche in mare ci sono traiettorie da seguire, linee indefinite ma tassative, che alla fine sono sempre pochi quelli che guidano e tantissimi quelli che si lasciano trasportare, contenti e soddisfatti che il viaggio sia andato a buon

fine, sì, soddisfatti, come se fosse stato merito loro. Arriva sotto i portici al numero quaranta, guarda verso il cielo, sente sulle ossa il calore di un abbraccio e pensa che quello è stato l’ultimo regalo che le ha fatto sua madre. Da quel giorno sta solo cercando di meritarselo, quel regalo.

Adesso è quasi buio, forse è meglio rientrare, che per stasera non c’è più niente da salvare, ma domani sarà un giorno nuovo di zecca, con qualche sogno da cullare, qualche altra illusione contro cui fare a pugni. Il fatto che domani sia Natale è solo un inutile dettaglio. L’aria è più fredda e il tempo sta cambiando. Potrebbe nevicare
Questo è il mio contributo per il numero speciale di Natale della rivista Writers. Potete scaricare l’intero numero qui: WRITERS

Anna bellosguardo.

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Immagine presa dal web

Aria fitta di domenica, aria inutile di un giorno destinato a prendere polvere. Come tutti gli altri, come fanno i gesti incompiuti, le frasi lasciate a metà. Che in questa stanza neanche arriva un po’ di musica, che da questa finestra messa lì a respirare neanche arriva l’odore del mare.

 

In giornate come queste, già lo so, finisco per fare un po’ di conti, io che mi ci perdo facile nei calcoli della vita, mi metto a tirare un po’ le somme. Fosse un quadro, una città antica, una qualche strana e inutile forma d’arte, fosse una cosa del genere potrei pure provarci, ma con i calcoli dell’esistenza proprio sono negata. Con la mia poi, non ne parliamo neanche.

E quando proprio la vita non ti viene come la vorresti finisci per fare compromessi, che mica è un crimine, però un po’ ti senti in carcere, finisci per essere quello che si aspettano, che mica è una condanna, però ogni volta ci muoio un po’. Un po’ ti ci abitui a quella sensazione di essere sempre in difetto col destino, forse, un po’ ti convinci pure di esserlo, giusto un po’, che quasi ti viene naturale chiedere scusa, così, senza grossi motivi. Semplicemente perché non si sa mai.

Da questa porta a vetri che io chiamo finestra messa lì a respirare ogni tanto mi affaccio sulle vostre vite, Le ammiro, come si fa con il cielo sopra le colline, il cielo di quando non c’è bisogno di aggiungere niente. Un cielo che va bene così.

Ma io non sono fatta per ciò che va bene, questo ormai è evidente, nel mio cielo c’è sempre qualcosa fuori posto. C’è sempre un volo, una stella remissiva, un arcobaleno di troppo nel mio orizzonte imperfetto. Ormai è evidente.

Prendi quella cosa dell’essere amata. In quella cosa lì c’è sempre stato un accadimento andato di traverso, come se tutti quei sentimenti impiegati a dare l’anima fossero treni che hanno disatteso il normale percorso e anziché arrivare alla stazione successiva, ad un certo punto, avessero deviato per una campagna desolata. Senza preavviso, senza neanche avermi dato il tempo di intuirne le intenzioni. Così. Hanno deviato e basta. Che se ti metti a pensarci c’è da andarci al manicomio, su come deragliano certi treni, intendo, li vedi viaggiare, sicuri e inarrestabili, portandosi dentro valigie di meraviglie e promesse. Perfetti. Invincibili. Togli un attimo lo sguardo e, niente, spariti, fine del tragitto. Inghiottiti da un punto preciso della vita, dimenticato chissà dove e da chissà chi. Se ti metti a pensarci c’è da andarci al manicomio.

E io ci ho creduto davvero, in tutti quei treni, quei binari, in tutti quegli amori lì, ci ho creduto davvero, perché la passione si nutre di certezze e disdegna i dubbi. E quando tutto finiva, quando, in qualche modo, il sangue tornava a circolare alla sua naturale velocità, c’era sempre una domanda, una sola, che mi teneva compagnia, che mi assillava per giorni, incomprensibile, quasi fastidiosa. Se avessi creduto in un qualche dio mi sarei messa pure a pregare. Avrei perfino scambiato tutte quante le mie emozioni alternative per poter salire di nuovo su quel treno. Se avessi creduto in qualche dio lo avrei fatto veramente, come se poi lassù se ne facessero qualcosa di quel baratto. Quando tutto finiva e la luce del mattino mi trovava distesa a cercare i frammenti del respiro, c’era sempre una domanda. Una sola. Perché anche questa fine non mi ha uccisa?.

Da questa finestra messa lì a respirare ogni tanto mi affaccio sulle vostre vite, che gli sguardi non sono mai abbastanza per vedere davvero le insidie della vita. Io che di sguardi ne ho lasciati talmente tanti da non sapere neanche più chi sono veramente. E tutti a dirmi “Anna, alza gli occhi che sono belli. Alza gli occhi che i tuoi sguardi sembrano infiniti”. E forse lo erano davvero.

Sono le 17:40 e in quest’aria fitta di domenica, aria inutile di un giorno destinato a prendere polvere, come tutti gli altri, come fanno i gesti incompiuti, le frasi lasciate a metà, sto qui e aspetto. Lo faccio da giorni, mi avvicino alla finestra, guardo giù. E aspetto. Fra due minuti, tre al massimo, lui uscirà da quel portone. Neanche sa che esisto, neanche se lo immagina di essere amato.

Mi capita così, da anni ormai, non so dire il motivo, ma ogni tanto guardo giù, vedo qualcuno, lo seguo con lo sguardo, ne studio i movimenti, molti se ne vanno senza lasciare traccia, ma qualche volta accade qualcosa. Uno di loro si ferma, senza una spiegazione apparante, senza una motivazione logica, si ferma. E guarda verso questa finestra. Non c’è motivo di farlo, diamine, non c’è nessun motivo al mondo per guardare quassù. E invece, per chissà quale sortilegio, decide di staccarsi dalla vita per un attimo, come fa un tassello di un mosaico senza fine. Si stacca e resta lì, finché non viene qualcuno a rimetterlo nella giusta posizione, illudendolo che potrebbero accorgersi della sua assenza. Non importa quanto tempo passerà ad osservare questi vetri, di solito è giusto la frazione di un secondo, ma fosse anche un’esistenza intera non avrebbe importanza, perché nel mio tempo, che tempo non è, è sufficiente incrociare quegli occhi, mi basta solo quello, per innamorarmi davvero.

Ho scelto di amare così, senza gesti eclatanti, senza chiusure strazianti. Piccole dosi, come se volessi svuotare il cuore contando le gocce. Che forse fa meno male, è un po’ come morire al rallentatore, è un metodo meno sfacciato di andarsene.

Ma in fin dei conti l’amore non è altro che un gesto imprevedibile, una tagliola che scatta all’improvviso. La mia sono gli sguardi. Con il tempo ho capito che non è il mio sguardo ad essere infinito, sono gli occhi delle persone oltre questo vetro che hanno un disperato bisogno di crederlo. Perché se l’amore ha una forma, questa è l’unica che mi è concessa. E’ l’unica che mi voglio concedere.

Non mi stanco mai di farlo, ogni giorno, alla stessa ora, spengo le luci, spengo ogni rumore, con le mani guido la mia sedia a rotelle fino qui e da questa porta a vetri che chiamo finestra messa lì a respirare mi affaccio sulle vostre vite, Le ammiro, come si fa con il cielo sopra le colline, il cielo di quando non c’è bisogno di aggiungere niente. Un cielo che va bene così.

Ninna nanna senza pretese.

Ninna nanna a te che dormi, che navighi i tuoi sogni, con il respiro calmo di chi inala vita e la soffia sul mondo. Dormi amore, che questa notte è appena iniziata e di tempo ce n’è, che il mondo là fuori minaccia tempesta, ma tu dormi e continua a camminare un metro oltre le nostre inquietudini.

Ninna nanna per tuoi passi all’assalto, per gli sguardi di salsedine e cera che ti scuoteranno i sospiri, per quel dannato amore da cui tutti scappano senza poterne fare a meno, io non lo so come dev’essere ma pare che sia qualcosa a cui nessuno può sottrarsi e allora, tanto vale viverselo.

Ninna nanna a tutte le volte in cui fuggirai, perché capiterà, quando meno te lo aspetti, capiterà. Davvero. E ti troverai ad allontanarti così tanto da provare panico. Io non lo so perché fuggono le persone, davvero non saprei dirlo, ma ognuno di noi ha sempre qualcosa o qualcuno da lasciarsi alle spalle. Dicono che faccia parte del gioco. E allora, tanto vale giocarsi bene la propria mano di poker.

Ninna nanna ai giorni inutili, a quelli passati ad aspettare. Perché è questo che fanno alcune persone. Aspettano. Senza sapere bene chi o che cosa, sì piantano lì, immobili come i cristi nelle chiese. E aspettano. E ti assicuro che ne passa di tempo, maledizione quanto ne passa, ma certe persone proprio non possono farne a meno, è la loro natura. Loro aspettano. Che sia troppo tardi.

Ti prego non farlo. Se vuoi veramente battere il tuo tempo devi viverlo, anche se dovesse strapparti nel frattempo tutti quanti i giorni. Tu vivilo.

Ninna nanna al mare che ti porterai dentro. E qui, veramente non c’è proprio una stramaledizione di niente da farci. Te lo porterai dentro. E basta. E non ti lascerà in pace. Mai. Sarà il tuo incantesimo, la tua disperazione, sarà il tuo pugno alla bocca dello stomaco. Sarà la tua salvezza. Io non saprei dirlo se sarà un mare calmo o in tempesta, proprio non saprei dirlo, so soltanto che ci sarà. Sempre. E allora tanto vale tuffarsi di testa, tanto vale camminarci dentro. Non ha senso restare qui, su questa sabbia bagnata, in questo posto che non è più terra e non è ancora acqua. Tanto vale provarci, a navigarlo davvero.

Ninna nanna alle tue solitudini, che ogni tanto ci vuole un rifugio sicuro in cui prendersi a pugni. E alla fine chi se ne frega se si vedono i lividi, chi se ne frega se si vede che hai pianto. Alla fine, credimi, chi se ne frega se hai avuto paura. Ci saranno giorni così e allora, tanto vale trovarsi un posto accogliente, un riparo senza vento. Tanto vale cercarlo con cura il posto perfetto in cui farsi del male.

Ninna nanna alle cose non dette, che rimangono lì sospese come baci non dati, che quasi le senti le labbra che si sfiorano, ma alla fine arriva una distrazione caduta giù da chissà dove a lasciare per sempre quel momento incompiuto. Le parole non dette sono così, attimi monchi, che ti si aggrappano addosso e fanno peso nella gola. E un po’ ti ci logori, un po’ te ne penti di averle ingoiate per sempre. E allora tanto vale averle leggere le frasi che ti muoiono in bocca.

Ninna nanna al tuo mondo, che sarà solo tuo, che dovrai tenertelo stretto, legato intorno alla vita con un fascio di nervi e sorrisi. Abbine cura, che sarà l’unica risposta da dare quando ti chiederanno se sei esistita per davvero.

Non fare caso alle cose che dico, tu continua a dormire piccola mia, che là fuori la situazione non è buona, ma comunque sia dobbiamo provarci. E allora, nel frattempo, tanto vale fare bei sogni.

 Dedicato a te che ci hai scelto e che trasformi in vita ogni nostro singolo giorno.

Dalle casse Born to be alive nella versione che preferisco.

 

L’uragano e l’aquilone.

Mi chiamo Robert, faccio vittime ma non sono un assassino. Me lo ripeto ogni volta, ogni maledetta volta che strappo via una vita. Chiudo gli occhi e me lo imprimo nella mente. Io non sono un assassino.

Il mio nome non compare nei libri di storia, perché non ho storia. Dicono che ogni uomo ha un destino intero da raccontare, che se lo porta dietro, cucito addosso come un abito da cerimonia. Perfetto e insopportabile. Ma quelli come me non vorrebbero aver vissuto, quelli come me sono solo impostori sfuggiti al controllo della sorte. Quelli come me sono lupi in caccia, che sbranano le esistenze senza provare rimorso.

Sono solo un anonimo irlandese costretto a vivere a New York, tutto qua, niente di preoccupante, un uomo come tanti, di quelli che se li incontri al parco li saluti con un sorriso. Uno di quelli che ti passano vicino e neanche te lo immagini la voglia che hanno di essere normali. Neanche te lo immagini la cenere che hanno in fondo al cuore. Anime di falco costretti a nuotare in mare aperto.

Neanche te lo immagini che se ti siedi di fronte a me non farai mai più ritorno.

Io sono quello che gioca con le leve, con metodica freddezza, l’unica forma di riscatto di un’esistenza vissuta senza vivere davvero. Tre secondi la prima leva. Un minuto per riprendersi la rabbia dal respiro. Tre secondi la seconda leva. Giusto il tempo di urlare contro questo soffitto assurdo di sogni e di cemento tutto lo schifo avuto in dono. Un altro minuto per pescare a piene mani nel fiume in piena della collera più estrema. Ultimi secondi alla massima potenza prima di togliere corrente. Ultimi interminabili istanti passati giocando a fare il padreterno.

Ne ho uccise talmente tante di persone che quasi faccio fatica a crederci. Infedeli e sovversivi, cospiratori e ladri dell’umana virtù. Ho reso migliore la vostra vita, voi, animi gentili, indifesi, dame e cavalieri senza peccati da espiare. Ho alleggerito i vostri incubi, ho profumato i vostri sogni, rendendo insopportabili i miei.

Di tutti quei visi che ho visto spegnersi senza scampo ricordo solo l’ultimo sguardo implorante di una pietà che non sarebbe mai arrivata. Non conosco i nomi di quelli a cui ho fatto l’anima a brandelli, non li ho mai voluti sapere, solo le mani, solo quelle mi sono rimaste impresse a fuoco nella memoria. Le mani di qualcuno che sa di dover morire. Alcune strette a pugno, come a tenersi stretto l’ultimo istante in questo mondo. Altre aperte come a sentire per l’ultima volta l’aria sulla pelle. Come a farsi scivolare la vita fra le dita. Come a dire non finisce qui, non so come, non so cosa accadrà. Ma non finisce qui.

Questa sera rumorosa di una notte che tarda ad arrivare ci sono due uomini che attendono di porre fine al loro destino. Non mi aspetto niente di diverso, sarà tutto come sempre, come deve essere, li porterò al di là dei loro stessi pensieri. Sono solo due anarchici italiani che si proclamano innocenti, niente di nuovo, quando entrano in quella stanza e si siedono sul trono sono tutti angeli immacolati. No, decisamente, niente di nuovo. Solo l’aria più leggera. Niente di più

Entrano senza fare il minimo rumore, niente di nuovo, solo non si vedono le mani. E l’aria è più leggera. Ancora. E quando è così è una stramaledizione, perché finisci per sentirla davvero la loro anima che urla, finisci per vederli davvero quegli occhi sicuri che non implorano perdono, ma solo verità. Finisci per percepirla davvero la storia che si portano addosso. Come un abito da cerimonia. Perfetto e insopportabile.

Quando è così il mio spirito si ribella, davanti a questi due uomini le mie braccia si fanno pesanti e non ne vogliono sapere di allungarsi verso quelle maledette leve. Questi due uomini qua non mi lasceranno in pace, già lo so. Loro sono lo schiaffo e la speranza, l’uragano e l’aquilone. Loro sono l’ingiustizia e la sua leggenda. Loro sono Nicola e Bart.

E’ passata da un pezzo mezzanotte, sono qui seduto al tavolo di questo schifo di taverna a finire il ventesimo bicchiere di Jack Daniel’s. Questa notte ho ucciso ancora, questa notte ho ucciso davvero.

Solo una certezza riesce ancora a farmi respirare, un’unica, assoluta certezza. Non finisce qui, non so come, non so cosa accadrà. Ma non finisce qui.

Mi chiamo Robert Greene Elliot e stanotte ho giustiziato Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti sulla sedia elettrica. Stanotte sono un assassino. Stanotte. E per tutte le altre notti.

« Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — non augurerei a nessuna di queste ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un radicale, e davvero io sono un radicale; ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano […] se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già. »
(dal discorso di Vanzetti del 19 aprile 1927, a Dedham, Massachussetts)

Dedicato alle idee che sopravvivono e alle persone che si sono sacrificate per esse.

Nicola and Bart.

Diciotto passi oltre il confine.

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Era quasi l’inizio di un nuovo autunno, una di quelle date strane che segnano un inizio a metà di qualcos’altro. Che le stagioni sono così, nascono a metà di qualcosa già in corso e un po’ ti confondono, ti fanno perdere il conto dei giorni, le stagioni. Tutte e quattro. Ma questa un po’ di più.

In uno di questi giorni qui, uno di quelli a metà, Leo giunse a Clès, più che un paese era uno sputo di mondo. Clès. Uno di quei posti che sono frazione di qualcosa di più completo. Frazione, come a sottolinearne l’inferiorità, come se la vita in questi posti qua avesse un volume ridotto. Una frazione, così come lo sono le emozioni rispetto ad un amore. Riassunti di un qualcosa di più complicato. Non città ma frazioni, non profumi ma essenze, non amori ma colpi all’anima.
Questo era Clès: un posto piccolissimo con l’infinito del mondo a disegnarne i confini.
Questo era Leo: un uomo in cerca del perimetro della vita.

Leo era un pittore, a vederlo così non lo avresti mai detto. E in invece era un pittore. Faceva solo ritratti, solo quelli, niente paesaggi, nature morte o roba simile. Solo ritratti.
Prendevi la strada che portava verso la collina, contavi diciotto passi, non uno di più. Una misura assoluta, ci avresti potuto costruire sofisticati strumenti di precisione con quella misura lì. Potresti contarci qualsiasi distanza. Quanto sei lontano dalla piazza, due volte diciotto passi, quanto sei lontano da casa, due milioni di diciotto passi. Quanto sei lontano da capire chi sei. Una vita di infiniti diciotto passi. Non uno di più.
Al diciottesimo passo ti fermavi e guardavi a sinistra. Un portone verde, di legno, ti guardava come a dirti “entra se hai il coraggio. Entra e vieni a vedere chi sei. Piccolo illuso che non sei altro. Una volta per tutte. Vieni a vedere chi sei.” E tu non potevi far altro, cosa avresti potuto rispondere ad un portone che ti guarda in quel modo. Niente. Oppure, “fatti da parte e lasciami entrare”.

E una volta dentro ti si spalancavano davanti un paio di rampe di scale, di quelle fatte in pietra, stritolate fra pareti, di pietra. Come se i muri si inchinassero concedendoti il privilegio di salire lungo la loro spina dorsale. Arrivato in cima lo vedevi. Leo, seduto in un angolo della stanza, pronto a dipingere, come se non avesse niente di meglio da fare che stare lì. Non poteva sapere che saresti arrivato da lui, ma stava lì. Ad aspettarti.
Non diceva una parola, alzava lo sguardo verso di te. Niente di più.
Al centro della stanza c’era un divano, uno di quelli in pelle rossa, la sua, che ti si attacca alla pelle, la tua, come certi ricordi. E alla fine non distingui quale siano le tue cellule e quali le sue cuciture.
Avresti potuto dire qualcosa, che ne so, un saluto, una qualsiasi fottuta frase per interrompere quell’assurda atmosfera, ma niente. Nessuno di quelli che entrava la dentro, nessuno, mai, diceva una parola. Si sedevano su quel divano, tutti. E alzavano lo sguardo verso di lui. Niente di più.

Leo dipingeva, ma non usava i pennelli ed i colori, no, niente affatto, lui prendeva la sua matita di grafite, apriva il pentagramma e disegnava. Le note.

I suoi ritratti erano melodie. Niente di più.
Ti guardava, ti scrutava, ti sentivi scavare dentro come se avessi le termiti nelle vene.
Leo ti guarda ed era come se ti avesse fra le mani. Ti teneva stretto e ti spremeva l’esistenza. Ti svuotava, entrava nel tuo spazio, ci vagava dentro. Cercava qualcosa, sempre. E ogni volta lo trovava, il tuo perimetro di vita. Lo trovava. Sempre.
Potevi fare qualunque cosa, in quella stanza, su quel divano. Eri libero. Stare in silenzio o cantare a squarciagola, vestito come un aristocratico il giorno della festa del santo o nudo come un verme ad affrontare i tuoi pudori e i pregiudizi di qualcun altro.
Potevi essere chiunque, in quella stanza, su quel divano. Il prete e il peccatore, il carceriere e l’avvocato, la sposa e la puttana, l’ingenua e la regina.
Leo non ti giudicava, lui cercava i tuoi confini, come una persecuzione, con un sant’iddio di costanza che faceva quasi paura. Che ti faceva sentire a casa. Davvero. Faceva scorribande dentro il tuo destino, come un amante insaziabile, violento e dolcissimo. Lui era il veleno e la tua cura. Ascoltava la tua musica e ne disegnava i contorni, in un tripudio di diesis e bemolle, di pause e di biscrome. Fra un adagio ed un andante, un notturno e una ballata. Come se tutto il mondo conosciuto si comprimesse su quel divano di pelle rossa e sprigionasse la colonna sonora della tua vera essenza. La trascriveva su quello strano foglio di carta, ne curava i dettagli, la imprigionava fra quelle righe e alla fine lo trovava davvero. Il perimetro della vita.

Non potevi opporre resistenza, ti lasciavi trucidare, eri un bersaglio facile, per lui. Lui che mirava dritto al cuore.

Una volta finito, si alzava, senza dire una parola. Si metteva al pianoforte. E lì accadeva qualcosa di straordinario. Ti spiegava chi eri. Senza dire una parola. Roba da non credere. Straordinario. Descriveva le tue rughe, i tuoi errori, le tue gioie non godute, i tuoi tormenti di coperte notturne. Ti mette davanti i tuoi giorni travagliati, ti ci fa sbattere il muso contro, forse per la prima volta in vita tua, ti mostra davvero chi sei. Che da solo non avresti mai avuto il coraggio di farlo. E non hai scampo, ti vedi chiaramente in ogni nota, come se fossi nella stanza degli specchi. Non c’è via d’uscita, perché la vita è così, se ti metti a guardarla ti ci perdi dentro. E alla fine non vorresti più uscirne. Non ne uscirai, almeno non uguale.

Questo faceva Leo, cercava il perimetro delle esistenze altrui, per liberarle, per farle cessare una volta per tutte di essere frazioni, sputi di mondo con l’infinito addosso a disegnarne i confini.

Era quasi l’inizio di una nuova stagione, una di quelle date strane che segnano un inizio a metà di qualcos’altro. Che le stagioni sono così, nascono a metà di qualcosa già in corso e un po’ ti confondono, ti fanno perdere il conto dei giorni, le stagioni. Tutte e quattro. Ma questa un po’ di più.
Leo svanì che era il venti di Marzo, che se svanisci di Marzo dai meno nell’occhio, che ti nascondi meglio in mezzo a quei profumi, che in quel periodo dell’anno la gente pensa più spesso a ciò che verrà e non a ciò che è stato.

Lui ha ripreso il cammino, che se ti fermi come lo trovi il perimetro della vita. Ci sono ancora altri sputi di mondo da dover esplorare, altre frazioni da dover liberare. In una di queste, prendendo la strada che porta verso una nuova collina, ti trovi davanti ad un nuovo portone. Non devi far altro che entrare, dentro c’è Leo che ti aspetta con la matita in mano come un fucile spianato. Sparerà una volta sola, sparerà per ammazzare, tu sarai la preda e lui il tuo bracconiere. Non è lontano da te, quel portone verde di legno, trova il tuo confine e poi fai diciotto passi. Non uno di più.

Là c’è Leonardo che si ostina a cercare il perimetro della vita. La sua Monna Lisa.

Nell’aria Pezzi di vetro – De Gregori.