Credo in un bacio all’atmosfera.

hakmwdidwqkobig

Credo a quelli che parlano guardandomi negli occhi, a quelli che mi ascoltano tenendo lo sguardo fisso nel mio. Perché non hanno niente da nascondere. E se rimaniamo in silenzio, allora credo negli occhi.

Credo alle mani che si sfiorano, si stringono, si intrecciano, a quei gesti che descrivono un’emozione. E se le strette di mano sono sincere, allora credo nelle strette di mano.

Non credo a chi proclama verità assolute e indiscutibili, a chi gioca con i “per sempre”. Non credo a chi non ha mai un dubbio. E se le incertezze creano scompiglio, allora credo alle incertezze.

Credo a Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri, Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, Stefano Brunetti, Riccardo Rasman e a tutti quelli che non hanno potuto dare la loro versione. Perché forse non avevano ragione, forse avevano commesso degli errori, forse avrebbero dovuto pagare il loro debito. Forse. Sicuramente non doveva finire così. Sicuramente.

Credo a quelli che riescono a perdonare, ma non sono disposti a cedere. A quelli che capiscono ma si rifiutano di fare la parte del martire. Credo alle donne che dopo il primo schiaffo non porgono l’altra guancia. Ma credo anche a quelle che non hanno la forza di dire “basta”, che proprio non ce la fanno a scalare certi muri. E se certe paure ti strappano l’anima, allora credo in certe paure.

Non credo agli sconti di pena, alla vita facile, a chi predica l’umiltà mentre mangia caviale. Non credo alle discese, all’assenza di ostacoli, a chi non suda mai e a chi non ha mai porte da dover aprire. E se certe delusioni ti fanno crescere davvero, allora credo in certe delusioni.

Credo in Marco e Andrea che si baciano sulla panchina all’ombra del salice piangente, credo in Anna ed Eleonora che si tengono per mano nelle vie del centro e guardano le vetrine in cerca di un piumone per il loro letto. E se certi amori non hanno bisogno di clamore e ostentazione, allora credo in certi amori.

Credo a chi si sente a disagio, dopo aver visto qualcuno andare alla deriva, a chi non riesce a perdonarsi del tutto, a chi si rigira nel letto, con un unico, grande, incolmabile rimorso: non averlo difeso abbastanza. E se la forza nasce dal perdono, allora credo nel perdono.

Credo a certi “no”, quelli che non ammettono equivoci, che non si possono fraintendere. I “no” detti con la camicetta sbottonata e le mani a tenersi su le calze, ecco, quei “no” lì non hanno altri significati e non ci sono scuse, nessuna scusa che possa ignorare quel rifiuto. Non credo a chi se ne frega di quel rifiuto e continua a far salire la mano sotto la gonna. E se certe parole hanno un unico significato, allora credo nel significato delle parole. E di chi le pronuncia.

Credo a certe strofe, non credo sempre in chi le canta. Ma se la musica ha la forza di farmi emozionare ancora, allora credo nella forza della musica. Sempre. E comunque.

Credo in chi non ce la fa, in chi arranca, in chi si è fermato e non ha la forza di chiedere aiuto, ma lo implora con certi sospiri, certi sguardi e certe lacrime mascherate dai sorrisi. Quelli che vorrebbero solo stare in questo mondo, come fossero satelliti che cercano di arrivare al suolo, ma scendono dallo spazio con traiettorie azzardate e finiscono per dare un bacio all’atmosfera. E se le parole non dette fanno un rumore assordante, allora credo nelle parole non dette. E a chi non le dice.

Credo in un dio, uno di quelli di cui non parla nessuno, di quelli che vengono al pub con me e si fanno pagare da bere. Uno di quelli che non ha la fila di gente che si fa viva quando se lo ricorda, solo quando hanno bisogno di qualcosa, pronti a scambiare una manciata di desideri esauditi con promesse solenni di pentimento e devozione. Come se quel dio se ne facesse poi qualcosa di quel baratto. E se c’è un qualche dio che se ne frega delle preghiere e degli atti di fede, allora io credo in quel dio.

Non credo agli eroi, a chi fa la scaletta dei valori, a chi mi dice cosa fare o non fare, a chi mi chiede “come stai?” e non sta a sentire la risposta. Credo a chi non ha risposte, ma continua a farsi domande. E se le risposte non date mi fanno cercare percorsi alternativi, allora credo alle risposte non date.

Credo nelle mie debolezze, nelle mie tendenze che faccio una fatica infernale a debellare, ma ci devo provare. Non credo nei giorni in cui faccio promesse solenni, quelle che mantengo meno di una settimana per poi tornare stronzo come prima. Ma se anche uno solo dei miei giorni sbagliati servisse a crearne uno migliore, allora credo nei miei giorni sbagliati.

Credo in tutti quelli che stanno cercando qualcosa e lo cercanno da così tanto tempo che non sanno più neanche cosa sia. Sanno soltanto che vogliono continuare a cercarlo. E se le cose che non riesco a trovare sono quelle che mi fanno andare avanti, allora credo nelle cose che non riesco a trovare.

Credo in quelli che si baciano, mettendosi le mani fra i capelli e chiudono gli occhi e quando si allontanano hanno i pensieri profumati. Credo a quelli che mentre camminano sorridono senza un motivo apparente. Ma, loro, un motivo, ce l’hanno davvero. E se certi pensieri mi fanno arrossire, allora credo in certi pensieri. E al loro profumo.

Credo a quelli che si siedono sui muri a contemplare la facciata di un palazzo e sospirano e si accendono una sigaretta e se ti avvicini e chiedi cosa stiano guardando rispondono: il mare. E se certi orizzonti ti rendono libero, allora credo in certi orizzonti.

Credo che la risposta sia “Vita”. La domanda ha poca importanza.

“Non aver paura della vita. Credi invece che la vita sia davvero degna d’essere vissuta, e il tuo crederci aiuterà a rendere ciò una verità.” (William James).

Perché, nonostante tutto, continuo a credere in qualcosa (I believe – Christina Perri).

La rosa e il tulipano.

rosa gialla

Giovanni attraversa mezza Europa con la sua bici a 12 rapporti. Lo fa ogni mattina da oltre quindici anni e ancora non ne sente la fatica. Scende in strada con un sorriso indefinito. Ma non è l’unico ad averlo.

Esce alle 7 e 41, in punto, dal suo bilocale di via Roma numero 9, percorre i quattrocento metri che lo separano dall’incrocio con via Londra, facendo un cenno con la mano a Piero seduto al tavolo del bar Marilena, con un budino di riso, un cappuccino scuro e la Gazzetta aperta alla pagina del Milan a fargli compagnia. Anche se lui tifa Fiorentina.

Giovanni imbocca via Madrid, alla fine della discesa rallenta e manda un bacio a Rossella che sta in piedi, con il telefono all’orecchio, davanti alla porta della sua merceria. Quel bacio è talmente forte che interrompe il flusso dei pensieri. E la telefonata di Rossella.

Poi, per fortuna, arriva al numero 5 di via Bruxelles, con un po’ di fiatone, qualche caloria in meno dentro allo stomaco e qualche illusione in più dentro alle tasche.
Appoggia la sua bici vicino alla porta di ingresso, gira la chiave nella toppa, sorride e finalmente apre il suo negozio di fiori. Sono le 7 e 58, in punto, come tutti i giorni. E questa è una vera fortuna.

Giovanni ha 38 anni ma ne dimostra almeno 41, si veste come se ne avesse 54 e parla come un ragazzo di 19. Uno di quei ragazzi con i sogni che profumano ancora di incoscienza e pane fresco, quelli che si sentono felici davanti ad un quadro di Monet e piangono sulla scena finale de “L’attimo fuggente, Uno di quei ragazzi che hanno il loro mondo chiuso lì, in quel punto preciso, a metà fra il polso destro e l’infinito.

Giovanni è strano, sì, è decisamente strano, ma sfido chiunque a trovare qualche innamorato che non lo sia. Ama Marta e la ama talmente tanto che si è dimenticato di farglielo sapere. Perché l’amore è così, ti fa scordare tutto il resto, mangi poco e ridi spesso, ti dimentichi le chiavi sul sedile e ti lavi i denti con la schiuma da barba, piangi e non sai perché e quasi vivi temendo una sventura. E non sai quale.
Ama e basta, perché non gli costa fatica farlo, perché quella strana sensazione lo culla, come il rollio di una barca a remi ai bordi del porto. Ama di un amore fantastico e disperatissimo. Uno di quegli amori come i gelati d’Aprile, benedetti dal sole come i panni stesi. Un’amore un po’ smarrito in questo traffico di cuori.
Ma quanti amori sono appassiti in attesa del giorno giusto in cui sbocciare, se ne accorgeva ogni volta che guardava i tulipani, quelli che metteva in vetrina, fra le gerbere e l’ anthurium. In ogni mazzo c’era sempre un tulipano che rimaneva chiuso, succedeva sempre. Ce n’era sempre uno che non aveva avuto il coraggio di mostrarsi, preferiva restare nell’ombra, continuare a sognare indisturbato il momento giusto in cui uscire allo scoperto, rinunciando a tutto quel mondo che non smetteva un attimo di girare. Rimaneva nel suo guscio, stringendosi le ginocchia al petto, contando fino a dieci ma nell’attimo esatto in cui decideva di squarciare il suo silenzio c’era sempre qualcosa che lo faceva desistere. Un rumore, un’ombra di inquietudine, una nuova ondata di incertezza che alzava di un metro l’innaturale barriera al volo dei sogni.

Giovanni aveva molti amici, ma soltanto Vittorio contraccambiava la cosa. Vittorio abitava al primo piano, proprio sopra al negozio di fiori di Giovanni, aveva un cane, due figli e una moglie, entrati nella sua vita in questo ordine preciso. Vittorio sapeva tutto di Giovanni, spesso si rendeva conto che conosceva più cose sul suo conto che su quello di sua moglie. Ma questo pensiero non lo disturbava, anzi, in fondo lo rassicurava. Conoscere ogni singolo pensiero della persona che hai sposato non sarebbe esattamente un privilegio. Vittorio e sua moglie erano sposati da dieci anni e continuavano a scoprirsi a piccoli sorsi. Erano felici. Decisamente felici.

Da oltre un anno Giovanni stava lavorando al suo progetto segreto: creare una rosa che non sfiorisse mai. Oggi, alle ore 11 e 47, in punto, poteva finalmente considerare realizzato il suo sogno. Ce l’aveva fatta! La sua rosa gialla Amber Queen, grazie alla miscela di concimi e fertilizzanti che lui stesso aveva creato, non perdeva i petali da oltre un mese. Il colore giallo intenso era rimasto intatto e il profumo di mosto e tabacco inalterato.

Corse da Vittorio, come fanno i bambini verso il chiosco dei palloncini, con un misto di soddisfazione e incredulità, la stessa che dimostrò Vittorio nel vedere quel prodigio della natura.
Rideva Giovanni, di una risata croccante, che riempiva l’aria di polline e appannava i vetri del negozio. Rideva perché era giunto il momento, finalmente poteva smettere di essere il tulipano sbagliato del mazzo. Finalmente avrebbe avuto qualcosa di concreto da far vedere a Marta, qualcosa che la meravigliasse davvero, come il pagliaccio a molle che salta fuori dalla scatola quando apri il coperchio. Che sul momento un po’ ti spaventi, ma l’attimo dopo non puoi fare a meno di sentirti felice.
Perché per Giovanni l’amore era questo: un equilibrio perfetto fra spavento e incredulità.

Prese la rosa fra le mani, come si fa con le bolle di sapone, e andò senza indugiare verso i 150 metri che lo dividevano dal negozio di bomboniere. Furono i 150 metri più lunghi della storia. Se ci fosse stato un record negativo di tempo da battere, lui l’avrebbe battuto. Ogni passo era una coltellata all’asfalto e una tonnellata di paura al cuore. Gli sembrava di non arrivare mai, pareva quasi che il traguardo si allontanasse di qualche metro ad ogni falcata, come quando nuoti stremato verso riva e hai l’impressione che le tue bracciate ti spingano indietro. E ti viene un po’ di ansia, altroché se ti viene e quasi quasi ti lasceresti andare alla deriva. Altroché se lo faresti.

Giovanni non si arrese, arrivò davanti alla vetrina e benché fosse giorno pieno i lampioni della città si accesero all’unisono. Lui non ci fece caso e varcò la soglia, accolto da un profumo di caramelle al lampone e olio di mandorla.
Ci fu un silenzio quasi irreale, come se l’intero quartiere assistesse muto allo scatenarsi delle emozioni.
Era quasi primavera, ma per le strade ci fu uno sciame di foglie arrivate da chissà dove, come se quel momento non ci combinasse niente con il resto dei minuti. Era un accordo jazz ad un concerto per violino. Un qualcosa che non ti aspetti, Era la banda di paese il martedì mattina.

Non ha importanza sapere come sia finita la storia fra Marta e Giovanni, non ha importanza neanche sapere se sia mai iniziata, l’unica cosa che conta davvero è che ci sia ancora qualcuno disposto a sognare, a rompere gli schemi della propria esistenza. Conta soltanto che ci sia ancora, da qualche parte, un esercito di eroi romantici che non si rassegnano ad essere il tulipano sbagliato del mazzo.

Ogni mattina, da oltre quindici anni, Giovanni esce di casa alle 7 e 41, in punto, attraversa mezza Europa in bicicletta e arriva al suo negozio di fiori alle 7 e 58, in punto. E questa è una vera fortuna.

Da un mese a questa parte, ogni mattina il suo amico Vittorio esce di casa alle 7 e 50, in punto, con una rosa gialla Amber Queen nuova di zecca, scende due rampe di scale e con la chiave che Giovanni nasconde sotto il vaso delle begonie, entra dalla porta sul retro. Si dirige con passo leggero verso il tavolo di legno verde, toglie la rosa che Giovanni tiene nel vaso con la miscela di concime e fertilizzante e la sostituisce con la sua, nuova di zecca. Alle 7 e 55, in punto, esce dal negozio con la convinzione assoluta che, prima o poi, Giovanni la troverà davvero la rosa che non perde i petali. Sale le scale e torna a letto, con un sorriso indefinito. Ma non è l’unico ad averlo.

Certi sentimenti vanno scartati lentamente come fossero caramelle sconosciute, con il sapore che ti resta a lungo sul palato (Candy – Paolo Nutini)

Teresa con le luci accese.

LA-RINASCENTE

Teresa prende l’ascensore, vorrebbe solo sprofondare e invece sale al terzo piano e si ferma davanti al suo portone. E’ stata un’altra serata in cui si è fatta male, di quelle che non si abitua mai a sopportare, di quelle in cui passa un’altra mano di vernice e cemento sopra al cuore.

E’ stata un’altra serata passata con qualcuno di cui davvero non gliene poteva fregare di meno. Un tipo conosciuto dentro un pub, di quelli che fanno poche domande perché non voglio essere costretti a dare anche loro risposte. Che poi, di certe risposte, davvero non sanno che farsene.
Un tipo comune, mimetizzato fra la gente, con un’auto normalissima e una casa altrettanto normale. Uno di quegli uomini che non fanno niente per farsi notare, che non ti sconvolgeranno la vita. Quelli che già lo sanno che non ti fermerai a dormire, non se lo aspettano. In una parola: rassicuranti.

Teresa ha imparato a scegliersi le persone, senza dare niente e senza aspettarsi niente in cambio, era così che voleva vivere: senza nessuna fottuta emozione da cavalcare. Voleva una vita circondata di persone di passaggio, che non avevano pretese o aspettative. Persone da lasciare andare, che arrivano, restano lo stretto indispensabile e svaniscono senza lasciare tracce né ricordi. Ma è sempre meglio che non avere niente.

Teresa è vita-repellente, ha indurito la sua armatura e affilato le sue armi, forse molto più del necessario. Ha scelto di essere impermeabile ai turbamenti dell’anima, di lasciare in un angolo la forza destabilizzante delle passioni travolgenti. E’ molto meglio così, si ripete spesso, decisamente molto meglio così. Ha visto troppe volte dissanguarsi la sua anima, senza poter far niente. Impotente spettatrice di una malattia senza cura, come un’infermiera che assiste allo spettacolo di un martirio.
E’ decisamente molto meglio così. Se lo ripete spesso.

Ha deciso di uscire dalle traiettorie irrazionali delle attese palpitanti, quei tumulti del respiro, come alla sua prima cotta, che si teneva su le calze perché i suoi sarebbero potuti rientrare e guardando gli occhi del ragazzo che stava con lei si convinceva che quello sarebbe stato il suo amore perfetto.

Ma l’amore perfetto è solo un inganno della mente, una convinzione irrazionale e irragionevole che ci soffia aria nei polmoni e strappa carne viva da qualcosa che ci batte sotto il petto e più ti illudi, più ne strappa, fino al punto di essere costretto a farne a meno. Fino al punto di essere costretto a correre ai ripari. Fino al punto di doverlo barricare dentro ad un qualcosa che somiglia molto ad acciaio e cemento armato.

E allora arrivi al punto di doverti proteggere in qualche modo e mandi giù il peso delle illusioni, continui ad inghiottirle. Le spingi in fondo, dove nessuno guarda mai, come si fa con i giorni che vuoi dimenticare, quelli dei sentimenti incompresi. Li nascondi nel seminterrato della tua esistenza e speri che nessuno scenda fin laggiù. Che in certe profondità non si trova mai niente di davvero interessante.

Teresa si decide ad entrare, ha bisogno di togliersi di dosso l’odore di quella sera da dimenticare, una delle tante. Le luci della sala l’attendono quasi impazienti, le piace trovarle accese quando rientra, come se ci fosse un motivo che continua a rinnegare, come se ci fosse qualcuno ad attenderla davvero. Si siede sul divano e pensa che in fondo ci vuole poco ad ingannare le persone, è sufficiente non fare domande e passare una nuova mano di vernice e cemento sopra al cuore.

E se per un maledetto caso del destino dovesse passarle davanti agli occhi un sussulto di passione, non c’è da spaventarsi, basta volgere subito lo sguardo ed entrare in una nuova sera da dimenticare, che in fin dei conti è soltanto il percorso meno rischioso per farsi male senza morire.

Dalle casse dell’impianto hi-fi esce “You’ll follow me down” degli Skunk Anansie. E qualcosa significherà.

Nell’umanità la regola − che naturalmente comporta delle eccezioni − è che i duri sono dei deboli di cui gli altri non si sono curati, e che i forti, preoccupandosi poco che ci si curi o meno di loro, sono i soli ad avere quella dolcezza che il volgo scambia per debolezza.(Marcel Proust – Sodoma e Gomorra)

La compagnia di Capitan Fracassa.

image1

C’è sempre un posto in cui rifugiarsi, un luogo immune alle vicende dell’esistenza. Il nostro punto all’orizzonte fra mare e cielo.

È il richiamo della vita, il luogo sacro in cui fare a pugni con i tuoi diavoli rinnegati. È la nostra Itaca sfuggita alle bufere. È Atlantide che emerge dalle acque.

È un regno piccolissimo senza re e senza regine, insignificante agli occhi dei passanti, è l’inchino degli attori della compagnia di Capitan Fracassa. È il sentiero poco battuto, la piazza di un paese abbandonato il giorno della festa del santo.

C’è un luogo senza specchi in cui parli con te stesso guardandoti negli occhi, è il luogo in cui ti spogli del peso delle angosce e lasci correre il tuo spirito a piedi nudi sulle macerie dei pensieri. È il luogo in cui i fondali sono profondi e sei costretto a nuotare con bracciate più rabbiose.

C’è un posto senza nome in cui guardare le tue mani cariche di vene. Dove il tempo si è fermato e tutto è esattamente come lo ricardavi. Dove non ci sono pareti da buttare giù a spallate e i tuoi occhi acquosi di tristezza cercheranno un cielo alternativo.

È il teatro dove poter ascoltare il nostro silenzio nero come il culo dell’inferno. È la trincea dove poter curare le speranze mezze uccise dalla vita.

C’è un angolo nascosto in cui poter stare con le spalle al muro senza il plotone che carica il fucile, dove l’aria è più leggera e puoi vedere le tue paure in controluce. È l’ultima boccata forte prima di un’apnea al sapore d’infinito.

C’è un posto un po’ distante dove andiamo di nascosto per potersi raccontare. Un posto in cui commuoversi o sognare, arrabbiarsi o meditare.

C’è un posto trasparente in cui lasci fuori i tuoi abiti di scena, un posto senza indicazioni, senza coraggio da dimostrare, senza pugni in tasca da sferrare. Un posto senza rabbia da ostentare, senza lacrime da occultare, senza colpe da espiare. Senza segreti da custodire.

Il mio rifugio ai bordi del mondo si trova alla fine di un sentiero, un sentiero non troppo lungo, di quelli che percorri volentieri, in cui non ti lamenti per l’affanno. Non è un sentiero troppo breve, di quelli che non ti danno il tempo di apprezzarne l’odore. E’ di una misura indefinita, perfetta, come se fosse la giusta distanza delle cose, la giusta durata delle emozioni. Che se fossero più lunghe ne perderemmo il senso, il gusto sul palato. Alla fine del sentiero si apre una spiaggia smisurata, di quelle i cui confini sono solo un’intuizione. Sta ferma lì senza fiatare, come fosse una donna in attesa del tuo arrivo. Quel mare che le respira addosso è solo una normale conseguenza. Sovrastata da quel cielo immobile che non ha intenzione di lasciarla sola. Abbagliata da quel tramonto sfacciato che la invita a cena e le infila le mani sotto la gonna. Quando sono lì non posso fare altro che trovare un motivo vero per non morire più.

C’è sempre un punto all’orizzonte fra mare e cielo, ecco, è lì che ci troverete quando deciderete di scoprire chi siamo veramente. Fate con calma, noi non ci stancheremo di aspettare.

“C’è un luogo dove la pace della natura filtra in noi come la luce del sole tra gli alberi. Dove i venti ci comunicano la loro forza e gli affanni si staccano da noi come foglie. Non è difficile arrivarci: basta guardarsi dentro ed avere un cuore pulito.”(Romano Battaglia,)

Sono qui, con le braccia spalancate, a percorrere il sentiero, voi mirate dritto al cuore, se vi fa sentire meglio, non esitate a fare fuoco. Resterò immobile a godermi il rumore degli spari. (Bang Bang – Nancy Sinatra)

Ringrazio il Blog di una donna stressata per il suggerimento della canzone.

Il paradiso alternativo.

strada1

Se abbassate un attimo l’amplificatore, se guardate bene fra le pieghe delle strade, se sfiorate con le dita le insenature dell’indifferenza, forse riuscirete a vederle. Le persone silenziose.

Sono quelle che non si notano mai, quelle di cui dimentichi l’esistenza appena si allontanano, quasi superflue agli occhi di chi si sente al centro della scena. Sono le figure nascoste dietro il sipario, che ringraziano con gli occhi un dio che non si vede, quando il pubblico applaude soddisfatto.

Sono i tatuaggi sottopelle, la foto chiusa a chiave in un cassetto. Le persone silenziose sono aeroplani sopra il Tibet con la scatola nera dentro al diaframma. Sono quelle di cui non noti l’assenza, che se ne vanno senza lasciare vuoti, come se non ci fossero neanche mai state.

Sono quelli che non ti cambiano la vita, come i discorsi sui problemi di qualcun altro, Le persone silenziose non si espongono, non dicono la loro, non prendono una posizione, ma non perché sia più comodo, ma per il timore di disturbare. Loro sono i facili bersagli, quelli con la rabbia caricata a salve, sono le bandiere lanciate contro il carro armato. Sono bolle di sapone, nate nella galassia delle spine.

Le persone silenziose parlano con gli occhi, usano gli sguardi come un bisturi nell’anima di quelli che alzano il volume, Non parlano per proteggere i loro pensieri vulnerabili, quel mondo di vetro in mezzo a palle di cannone. Hanno un cuore di cristallo e non si contano le volte in cui è andato in frantumi e ogni volta è sempre più difficile ricomporlo, ogni volta impiegano più tempo. Ogni volta manca un pezzo.

Le persone silenziose hanno i sogni sepolti sotto tonnellate di paure, contano i giorni che li separano da un sussulto di attenzione, vorrebbero sentire il peso di un sorriso sconosciuto. Hanno una giostra di emozioni da donare. Vorrebbero squarciare quel silenzio di cattedrali e mettersi a gridare che loro esistono da sempre, anche se sono trasparenti.

Le persone silenziose scrivono lettere a nessuno e con la matita lasciano frasi d’amore su un muro di graffiti. Sono quelli che prendono il coraggio a due mani giusto il tempo di una sigaretta per poi lanciarlo via insieme al mozzicone. Sono quelli che cercano di dare un senso ai loro passi spaventati, come se cadessero nel vuoto e ad ogni metro ripetessero “fin qui va tutto bene”. Ma non ci si abitua mai a precipitare, non si può vivere una vita con il fiato corto, perché quella non è vita.

Le persone silenziose si aggirano furtive e con gli occhi succhiano i decibel a chi li sfiora senza voltarsi. Sono ladri di parole e la loro refurtiva la nascondono tra le pagine di un quaderno. Si sentono sempre in imbarazzo, come se fossero ad una festa senza invito, come una sposa lasciata sola sull’altare.

Noi siamo le persone silenziose e voi che ne sapete di quello che facciamo quando fuggiamo dal rumore. Cosa ne sapete dell’invidia che proviamo nel vedervi andare in giro senza nessuna esitazione. Non potete immaginare gli sforzi che facciamo per camminare insieme a voi senza venire calpestati, come fossimo formiche nella terra dei giganti.Voi neanche realizzate quanto sia fragile il nostro scudo, siamo vetri di finestra da prendere a sassate. Viviamo nell’attesa dell’impatto.

Le persone come noi hanno l’esistenza sintonizzata su una frequenza differente, non riusciamo a prendere parte allo spettacolo, come se avessimo il biglietto ma il divieto di salire sulla giostra. Ma le emozioni che proviamo sono identiche alle vostre, forse solo un tantino amplificate. Siamo proprio come voi, cantiamo a squarciagola quando siamo certi che nessuno possa sentire, parliamo masticando le parole per la fretta di far conoscere la nostra felicità. Anche noi lasciamo costellazioni di pensieri sul cuscino dopo aver sognato prati biondi e labbra di passioni,

Abbiamo nelle orecchie infinite melodie perfette che si mischiano fra loro, creando una sola enorme assurda sinfonia. Le persone come noi hanno lo spartito rovesciato, come fosse un codice segreto che nessuno riesce a decifrare. E’ la nostra maledizione, quella di vivere cercando di farsi capire, di non soccombere, di trovare una maledetta ragione per non andare alla deriva.Ci chiudiamo nei nostri silenzi per non esporci alle intemperie, è il nostro guscio in cui poter fare baldoria, il nostro paradiso alternativo.

Non ci giudicate male, siate clementi, vogliamo solo essere tra voi senza darvi fastidio. Non fate caso a noi, non guardateci neanche, potremmo andare in mille pezzi. Voi proseguite il vostro show, alzate a bomba l’amplificatore, perché finché starete al centro della scena noi potremmo stare al sicuro sotto al palco. Presenze marginali che non fanno mai rumore.

Questa è la nostra dimensione, abbiamo firmato per il ruolo di comparse. E non si è mai visto una comparsa rubare la scena agli attori principali.

Le persone silenziose non chiedono attenzioni, ma se vi capita, lasciate due spiccioli di sorriso nei nostri occhi da mendicante. A voi non costerà fatica, per noi sarà la più grande ricompensa. Ma adesso basta parlare delle nostre insulse vite. Adesso è tempo di tornare ad ascoltarvi.

“C’è un silenzio del cielo prima del temporale, delle foreste prima che si levi il vento, del mare calmo della sera, di quelli che si amano, della nostra anima, poi c’è un silenzio che chiede soltanto di essere ascoltato.” (Romano Battaglia).

Perché anche noi abbiamo un disperato bisogno di qualcuno che si prenda cura nel nostro piccolo insignificante tesoro. Il nostro misero cuore d’oro. (Heart of Gold – Neil Young)

Il molo 41.

Paolo cammina leggero nella sua periferia grigia come la cenere dei suoi ricordi, in uno di quei giorni in cui il vento della sua solitudine urla più del solito. Ormai è uno di loro, uno di quelli che guardano i sogni da lontano.

Li scorgi tra la gente e quasi ti spaventi, sono gli immobili tra due ali di folla, guardano oltre gli incroci, oltre i palazzi e non importa quale sia la città, loro vedono il mare, sempre.

Vengono da lì e quelle tempeste se le portano dentro come un rumore sordo tra un battito e un respiro, forse è per questo che sono sempre da qualche parte fuori da qui. Forse è per questo che loro sono quelli che sognano davvero.

Quelli che guardano i sogni da lontano non fanno rumore, forse per questo prendono spintoni, ti vengono incontro e ci passi attraverso, come fossero una nebbia leggera, quella che avvolge e neanche la vedi. Quelli che sognano si siedono al finestrino e in mezzo al cielo ci vedono Fermina e Florentino. Quelli che sognano danno fastidio, come le auto parcheggiate di traverso, sono qualcosa che non ti aspetti, sono John Coltrane che sbaglia l’assolo.

Paolo ha lasciato il suo mare quindici anni fa, lo stesso giorno in cui la vita gli ha strappato Eleonora, così, senza preavviso, come quando guardi un riflesso nel vetro che l’attimo dopo non c’è più. Come quando guardi l’arcobaleno di un sorriso senza sapere che sarà l’ultimo. E’ partito esattamente lo stesso giorno, così, senza preavviso.

E’ partito con l’inutile speranza di dimenticare, ma certi mari non li dimentichi neanche se cambi pianeta, perché si fondono con la tua anima, perché sono troppe le emozioni condivise, troppi i giorni passati sul molo 41 aspettando la sorpresa di un abbraccio che arrivava da dietro, con la sua voce all’orecchio che diceva “Teniamoci stretti che ci salveremo”.

Certi mari ti portano al largo, con il vento di bonaccia e ti guardano pazienti mentre getti le reti. Ti accarezzano la fronte, ti scavano negli occhi e alla fine ti baciano, lasciandoti sul palato un sapore di gelsomino e salmastro.

Certi mari non puoi fare a meno di amarli, quando apri gli occhi al mattino e te li trovi di fianco, li ammiri in silenzio e sono perfetti e tu neanche ti chiedi se ti faranno annegare, perché ne vale la pena di restare a guardarli, vale davvero la pena nuotare con loro.

Questa è Eleonora, è il suo mare al tramonto, è le voci del porto alle sei di mattina, la nebbia che si dirada ad un miglio dalla riva, il sole in faccia mentre punti verso Gorgona. E’ il saluto ai gabbiani mentre tieni il timone. E’ il tuo sogno perfetto che non svanisce all’aurora.

Quelli come lui continuano a nuotare ma certi giorni le braccia fanno male davvero e vorresti solo andare alla deriva. Certi giorni il mare è davvero troppo lontano e non riesci a sentirne l’odore, anche il ricordo inizia a sbiadire e la disperazione ti sbrana i respiri.

Paolo è stanco, oggi è un giorno così, in cui ha in bocca una manciata di sabbia e spine, in cui ha un alveare nella testa che non gli lascia via di scampo. Oggi è il giorno peggiore di tutti, perfettamente devastante. Ha solo bisogno di sentire di nuovo l’acqua salata graffiargli la pelle, di una nuova carezza sul viso. Ha solo bisogno di ritrovare il suo mare e non lasciarlo mai più.

E’ in piedi, affacciato al terrazzo del suo appartamento al quinto piano, guarda davanti a sé, ma non vede i palazzi a mattoni e il cemento che soffoca l’orizzonte. Vede le navi salpare, vede un cielo astratto riflesso su onde di uragani. Quelli come lui non trovano posto in tutto questo mondo, sono troppo fuori tempo, hanno i nervi troppo scoperti, hanno una riserva infinita di dolore. Quelli come lui non chiudono gli occhi, vogliono guardarla in faccia la loro solitudine. Quelli come lui hanno l’esistenza interrotta, come fosse un romanzo lasciato a metà, vivendo gli altri giorni come fossero un inganno della sorte, ripetendo come un mantra “Adesso mi sveglio e tutto è normale”. Ma niente è normale e loro non si sveglieranno mai più.

Paolo allarga le braccia, come faceva quando stava sul molo 41, aspetta la sorpresa di un abbraccio che arriva da dietro, sente all’orecchio la voce di Eleonora che gli dice “Teniamoci stretti che ci salveremo”. Fa un passo oltre il parapetto e raggiunge il suo mare.

“Il mare crea una nostalgia impossibile da debellare. Il mare ti vive dentro” (Stephen Littleword).

Portaci lontano capitano, in acque calme e sicure, abbiamo preso posto vicino al finestrino, fai salpare la tua Downeaster “Alexa”

L’aquila e lo sciacallo.

Quelli come noi sono mine antiuomo, o antidonna. Vampiri di emozioni, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, assetati di adrenalina e vite altrui.

Da quelli come noi è meglio stare alla larga, siamo mangiatori di sogni altrui, entriamo da una ferita mai sanata, da una piccola screpolatura della vita e vi rubiamo le illusioni, spegnendole con sorrisi e veleno. Siamo capaci di promesse giurate in eterno per poi rinnegarle l’istante successivo. Siamo la luce abbagliante, la cascata d’acqua di flashdance, il volo del deltaplano sopra Eliat. Siamo le parole che aspettavate di sentire, il messaggio del mattino e quello della notte, la morfina della vostra infelicità. Quei sospiri che creano dipendenza più della migliore cocaina. Siamo il vostro incubo più scuro vestito da angelo salvatore, siamo il predatore più spietato con le ali di farfalla. Siamo l’aquila e lo sciacallo. Siamo il Joker nei panni del boyscout.

Vi svuotiamo dall’interno, succhiando via la linea dell’orizzonte, vi sequestriamo nella nostra ragnatela e vi restituiamo al mondo con gli occhi velati, in uno stato di esistenza apparente.

Quelli come noi dormono poco perché se chiudiamo gli occhi incontriamo i nostri demoni. Quelli come noi non lasciano mai del tutto i sogni dentro al letto, quelli come noi puntano tutto sulla prima impressione, sono i velocisti dei pensieri, danno tutto nei primi metri per poi godersi il vantaggio accumulato.

Quelli come noi sono indovini e cartomanti, conoscono le frasi più efficaci, sono imbonitori, venditori di inutili speranze. Sono solo fenomeni da baraccone che si credono santoni.

Quelli come noi non trovano mai pace, hanno le termiti nel cuore e lo spirito di lava. Quelli come noi hanno ventidue anni, da almeno vent’anni e ne avranno ancora per almeno altri venti.

Quelli come noi lo sanno di essere sbagliati, sono consapevoli di essere un pericolo, andrebbero rinchiusi e torturati finché non chiedono pietà, finché non chiedono perdono.

Quelli come noi nascondono il disagio sotto milioni di parole, nascondono la paura dell’insuccesso evitando la competizione, giocano solo quando hanno l’assoluta certezza di vincere.

Quelli come noi si sentono braccati, non riescono a dare direzioni precise al loro percorso, sbattono continuamente contro un vetro ma non cambiano traiettoria.

Quelli come noi si sentono sempre fuori posto, sempre come fossero in galera, sempre come se l’ossigeno non bastasse. Sono gli assassini a piede libero, con una condanna che resterà impunita, ma il rimorso sarà la loro pena da scontare.

Quelli come noi sono clandestini, come se non esistesse un posto in questo mondo dove mettersi seduti. Sono i fuggiaschi da una realtà che li spaventa.

Quelli come noi si sentono morire, ma continuano a rovinarsi l’esistenza, come i tossici sempre alla spasmodica ricerca di una nuova dose di veleno, sperando nel profondo, che sia quella letale.

Quelli come noi sono da soli, anche tra milioni di persone, sono da soli. Ma a differenza di altri, la loro solitudine se la sono scelta, la cercano di continuo, la bramano come se fosse il premio più ambito.

Quelli come noi non vogliono essere salvati, non provateci neanche, ve la faremmo pagare in eterno. Lasciateci in pace, mantenete le distanze, condannateci come fossimo eretici in un monastero.

Quelli come noi, vi trattano malissimo, vi urlano di andarvene, vi spingono lontano. Lo facciamo ogni volta, con una belva che ci fa a brandelli l’anima.

Lo facciamo ogni volta che vogliamo salvarvi la vita.

Quelli come te, che hanno due sangui diversi nelle vene, non trovano mai riposo né contentezza; e mentre sono là, vorrebbero trovarsi qua, e appena tornati qua, subito hanno voglia di scappar via. Tu te ne andrai da un luogo all’altro, come se fuggissi di prigione, o corressi in cerca di qualcuno; ma in realtà inseguirai soltanto le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue, perché il tuo sangue è come un animale doppio, è come un cavallo grifone, come una sirena. E potrai anche trovare qualche compagnia di tuo gusto, fra tanta gente che s’incontra al mondo; però, molto spesso, te ne starai solo. Un sangue-misto di rado si trova contento in compagnia: c’è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da se stesso, come il ladro e il tesoro, che si fanno ombra uno con l’altro. (Elsa Morante – L’isola di Arturo)

Il bacio della vita

  

La stanza è avvolta in un buio che notte non è, al centro un fascio di luce, come fosse una cascata, scavata fra due pareti nere come la paura dell’ignoto.

Claudio continua a girare intorno a quella pianura artificiale, mentre la nebbia che nebbia non è si sta addensando sempre di più, prendendolo alla gola, come quando stai per saltare giù, come quando non sai come andrà a finire ma nonostante tutto continui ad avanzare, come quando chiudi gli occhi ed aspetti e sono momenti interminabili e rimani immobile, senza dubitare e alla fine arriva e ti scava nella bocca. E’ il bacio della vita.

Gira intorno studiando la prossima mossa, prendendo i punti di riferimento per eseguire le traiettorie sicure, che su questo altopiano è tutto perfetto, non ci sono sorprese o inciampi o insidie celate nel terreno. Puoi piantare certezze e traguardi raggiungibili, in quest’aria verde di polvere tagliente hai il tuo destino fra le mani, non avrai nessuno disposto a prendersi le colpe dei tuoi insuccessi e potrai goderti il pieno merito delle vittorie. Perché questa è una dimensione strappata alle dinamiche della vita, regolata da geometrie precise e assolute.

Claudio ha lo sguardo fisso sul campo di battaglia, è sempre così, ogni volta che sta per sferrare il colpo decisivo, si abbassa e trattiene il fiato, potrebbe stare senza respirare per un tempo indefinito, finché resta giù l’aria non serve, come se fosse un fermo immagine mentre tutto intorno ci sono persone affannate ad inseguire secondi irraggiungibili.
E’ sempre così l’attimo che precede l’inizio della lotta, Claudio lo vive come fosse un formula matematica, un copione da ripetere, una serie di gesti abituali che portano nella loro ritualità tutta la sicurezza del mondo.
Passa la mano sull’erba che erba non è, sente sotto le dita la terra perfettamente liscia, come la pelle di una donna tra l’orecchio e la spalla, ne sente l’odore, il calore di quella luce bruciare nelle vene delle mani. In piedi, con il petto quasi appoggiato al terreno di quel finto prato, in cui finché non ti muovi non corri nessun pericolo, come quando cerchi di non farti notare, aspettando l’attimo ideale per uscire allo scoperto e fare il bomba libera tutti.

Claudio tira indietro la spada, come a caricare il colpo, come se in quel colpo ci fossero racchiuse tutte le sue speranze, il riscatto da una vita spoglia, il perdono di tutti i suoi sbagli.
E’ una questione di millimetri, è sempre una questione di millimetri. Il proiettile che si ferma ad un respiro dal cuore, la distanza dei baci non dati, il confine tra realtà e illusione. Tutta roba di pochi millimetri. La spada di Claudio deve colpire il bersaglio, proprio nel centro, esattamente e irrimediabilmente, nel centro.

Il colpo è stato sferrato, adesso Claudio può restare giù e chiudere gli occhi e finalmente sognare. Immaginare gli effetti della sua azione, i danni procurati e quelli evitati, restare giù, come fosse una cosa normale, come quando ascolti una canzone e ti viene da piangere, una cosa normale, come quando stai bene e ti trattieni ancora un po’, cercando di rimandare di qualche secondo il minuto successivo, solo qualche secondo, che profuma di eterno.

Il punto dove colpire, l’effetto da trasmettere alla spada, le linee fantasiose e intolleranti sulle quali far rotolare una palla di cannone carica di speranza. Tutto deve essere preciso, perfetto e assolutamente calcolato.

Dentro un buio che notte non è, su di un prato che prato non è, sotto una luce che luna non è, avvolto in una nebbia che nebbia non è, in una stanza di vita che reale non è, Claudio apre gli occhi e vede una palla bianca disegnare origami all’interno di un tavolo da biliardo, rimbalzare tra le sponde e fermarsi esattamente nel punto sperato.
La lampada che scende dal soffitto fermandosi ad un metro dal tavolo verde, illumina perfettamente il perimetro del biliardo, fino ai bordi e non oltre, come fossero frontiere invalicabili, per escludere allo sguardo dei giocatori tutto il superfluo che li circonda, che tanto non serve vedere oltre, che al di là della luce ci sono solo cose secondarie, trascurabili. Al di là della luce non esistono traiettorie perfette. Al di là della luce c’è soltanto il mondo di sempre.

Prende tra le dita la sigaretta e dà il suo contributo al velo pesante di fumo che avvolge la sala, riprende contatto con la realtà, quella imperfetta, quella degli inciampi improvvisi, delle assolute incertezze.

Percepisce di nuovo la sua esistenza prenderlo sottobraccio e camminargli a fianco, tornano i timori e le angosce. Riprende a vivere aspettando il momento ideale per tornare a morire un po’.
Quel momento in cui sentire ancora il bacio della vita.

“La distanza è immensa, punge finché è densa, solo un bacio è capace di riportar la pace” (Bramante).

Gianna per tutti.

paola_9318.preview

Le tende erano chiuse, ma nella stanza c’era comunque troppa luce, il neon pungeva lo sguardo, rendendo l’atmosfera troppo bianca, troppo asettica, troppo irreale. Era senza dubbio la dimensione più appropriata, distante e irreale.

Gianna se ne stava nel letto, immobile a fissare il soffitto, quasi senza accorgersene, a guardare un film senza una trama precisa, un po’ come la sua vita che viveva senza un copione da seguire, un po’ come veniva e un po’ perché è così che vanno prese le esistenze vere, con la voglia di vedere cosa si nasconde dietro l’angolo e la bramosia di assaporare sulla lingua gli istanti che verranno. Sì, è decisamente così che certe esistenze vanno vissute.

Se ne stava lì, rapita dalla musica dei suoi auricolari e il sottofondo fastidioso dei pensieri. Parole confuse che si susseguono come i fotogrammi impressi su di un rullino, uno di quelli nati difettosi, che non si avvolgono bene sul finale e sovrappongono le ultime pose. Solo che lei ne aveva un numero vicino a infinito, di ultime pose.

Gianna non si chiama Gianna, ma questo non lo sa nessuno, un giorno cambiò il suo nome perché non le piaceva molto, non lo sopportava molto e poi la spaventava. Molto. Lo aveva ricevuto in dote da sua nonna, come si usava nelle famiglie di qualche generazione fa, il nome di una donna che non aveva avuto il tempo di conoscere, consumata dalla malattia a 33 anni. Se lo sentiva addosso come un cappotto in pieno agosto, una sorta di eredità non voluta. Perció da piccola prese le forbici e si ritagliò un nome su misura. Divenne Gianna, per tutti.

Distolse un attimo lo sguardo dal soffitto per assicurarsi che le gocce scendessero ancora regolari. Gocce di veleno, come se non ce ne fosse già abbastanza sparso per il mondo. Veleno per curare altro veleno, come quando racconti una bugia per coprirne un’altra e qualche volta funziona pure, riesci a farla franca, ma non ti senti migliore di nessuno. Hai solo avuto più fortuna e la tua giusta dose di dolore, di giorni passati a vomitare l’anima, di cazzotti alle pareti fino a lasciare sul muro l’impronta delle nocche, e di veleno.

Gianna adesso non sopportava più niente, le parole di finta compassione delle persone che conosceva appena, le giornate con quel sole di fine ottobre che non potevano essere vissute,  come se fossero regali incarcerati dietro ad una scatola di vetro, da bramare senza poterli aprire, da ammirare a due millimetri di distanza, tendendo le mani senza poterli toccare, senza sentirli tuoi. Non sopportava più niente, neanche quella maledetta luce al neon. Decise di chiudere gli occhi, come si fa con un sipario alla fine di una commedia, togliendo lo sguardo agli spettatori, lasciandoli ignari del fermento che si nasconde dietro la tenda, privandoli della esistenza vera degli attori. Chiuse gli occhi con il terrore e l’incofessabile speranza di non riaprirli più.

Oltrepassò il soffitto, andando alla ricerca di qualcosa che la potesse meravigliare ancora, prendendosi il posto al finestrino di quell’assurdo viaggio astrale. Voleva spingersi in alto, oltre i tetti delle case, oltre i sogni della gente, oltre le speranze disilluse, le promesse disattese, in una solitudine dolorosa e perfetta dove fare i conti con sè stessa. Un luogo talmente isolato e sicuro in cui poter trovare la lucidità per dare il giusto valore alle cose, in cui poter scegliere serenamente di vivere, o morire. Passavano le immagini di suo padre, saltato giù dal treno dell’esistenza troppo presto, quelle di suo marito, con lo sguardo perso chissà dove, a guardare un nuovo giorno che forse non sarebbe mai arrivato, vedeva le mani insicure dei suoi figli, ancora troppo fragili per essere lasciati al mondo degli inganni. Vedeva i suoi 47 anni, mandati giù come un bicchiere di vino dopo aver attraversato il deserto, che finisce troppo in fretta e tu hai ancora sete e ne vorresti ancora, ma non hai il coraggio di chiederlo, non hai nessun dio a cui sacrificare la tua disperazione.

In quel momento capisce esattamente che i ricordi, gli affetti, i giorni passati come le auto che attraversano il casello, sono solo fogli scarabocchiati messi come capita in fondo all’anima e non sono di sua proprietà, li ha solo in custodia e soprattutto non le salvarenno la vita. Gianna deve salvarsi da sola, comunque vada, che sia disfatta o vera gloria, se vuole farlo, lo deve fare da sola e soprattutto, lo deve fare adesso. Deve semplicemente scegliere e le scelte si sa, comportano rinuncie, forse rimpianti, sicuramente nuove battaglie. Di solito la scelta più facile è considerata sbagliata, ma lei se n’è sempre fregata delle convenzioni, questa era la sua stramaledetta vita e si sentiva libera di scendere giù quando voleva, in questa traversata in mare aperto era lei a decidere la rotta e adesso avrebbe voluto mettere i motori a tutta forza e puntare dritto verso la scogliera. Avere il posto in prima fila per godersi lo spettacolo della sua fine, voleva abbandonare il campo di battaglia, deporre finalmente le armi e con la punta della spada infilzare quel tarlo operoso e costantemente affamato che le divorava l’esistenza, i momenti davvero felici e la dignità. Smetterla una volta per tutte di essere forte, che alla fine lo fai solo per alleviare le sofferenze altrui, ingrassando le tue. Adesso era tempo di aprire gli occhi e comunicare al mondo la sua scelta.

“….il fazzoletto signora, le è caduto il fazzoletto, mi sente?” La voce le arrivava da lontano, come se avesse percorso migliaia di chilometri per giungere lì, Gianna a fatica aprì gli occhi, sul lettino alla sua sinistra c’era l’immagine sfuocata di una donna, anzi una ragazza, avrà avuto vent’anni ma ne dimostrava almeno trenta e parlava, parlava in continuazione, dio quanto parlava, degli studi che avrebbe fatto, dei figli che avrebbe avuto, del mare, del viaggio che doveva fare a Vienna per Natale. Parlava senza l’ombra di un dubbio, come chi ha la certezza assoluta di raggiungere la mèta e si meraviglierebbe del contrario. La sicurezza spavalda e un po’ sfacciata di chi sa di avere una mano vincente e non ne fa mistero.

” Dicevo, io mi chiamo Miriam e lei?” Gianna rimase sospesa ancora qualche secondo, “Piacere sono Giovanna, sono al terzo ciclo di chemio. Stavo pensando che anch’io sarò a Vienna per Natale, magari potremmo fare in modo di stare un po’ insieme”.

Non era ancora tempo di abbandonare il campo di battaglia.

“Si guarisce da una sofferenza solo a condizione di sperimentarla pienamente” (Marcel Proust).

Nato grazie al contributo di una persona che mi ha raccontato la sua esperienza. Ne sono onorato e la ringrazio dal profondo. Questo racconto è dedicato a lei, al piccolo Tommy e a tutti coloro che mi insegnano ad apprezzare  la vera essenza della vita. Grazie infinite. Di cuore.

Come colonna sonora ho scelto questa: The a Team – Ed Sheeran.

In bianco e nero.

image

Non l’ho guardata bene, ma sarei pronto a giurare che aveva una sigaretta fra le dita, la portava alla bocca con movimenti precisi, tenendola fra le labbra, come qualcosa di prezioso, come quando metti qualcosa di fragile al sicuro fra due cuscini, un po’ per evitare danni irreparabili e un po’ per avere la tranquillità di aver fatto la cosa giusta. Non saprei dire con esattezza la marca, forse iniziava per M, sì, direi proprio che iniziava per M, ma sono sicuro che non fosse Marlboro, ne sono assolutamente certo, sarebbe troppo facile e troppo scontato e lei sicuramente non era una donna facile. E neanche scontata. Merit, ecco, Merit sarebbe la marca perfetta, sobria ma assolutamente seducente. Sì, potessi scommettere tutti i miei soldi, punterei su Merit.

Non l’ho guardata bene, ma la bocca era bellissima, senza niente da aggiungere nè da togliere, importante ma non sfacciata, capace di sorrisi appena accennati, altri decisi nella misura giusta per mostrare il bianco dei denti, altri ancora aperti, come a far entrare aria leggera e restituirla al mondo carica di vita.

Non l’ho guardata bene, ma gli occhi erano verdi, assolutamente verdi, come i fondali nei pressi delle scogliere, quando ti trovi a nuotare in quelle acque e ti basterebbero due bracciate per essere al sicuro sulla terra ferma, ma proprio non ci riesci, sei costretto a cedere all’impeto delle correnti e più ci provi, più prendi consapevolezza che i tuoi sforzi saranno vani. E un po’ ti arrendi, un po’ rinunci. Un po’ capisci che non hai nessuna intenzione di essere salvato. Proprio nessuna.

Gli occhi erano verdi, con un perimetro nero, definito e assoluto, come fosse una linea di confine, un passaggio di frontiera, per tenere fuori insidiosi contrabbandieri. Una circonferenza severa che protegge le esistenze di chi ci vive dentro. Le protegge e le abbraccia. Forte.

Non l’ho guardata bene, ma le ho visto i pensieri in controluce, liberi e sinceri, con fragranze di salvia e incenso, vagavano chiassosi, seguendo geometrie perfette e maledettamente affascinanti.

L’ho vista di sfuggita, in fin dei conti era solo un viso buttato sopra un tavolo con una casualità premeditata, un volto sfuocato impresso in una foto in bianco e nero. Non saprei dire se fosse bella, davvero non saprei. Non l’ho guardata bene.

C’era una musica al di là della piazza, di più davvero non posso dire. (Brandi Carlile – What Can I Say)