Qualche domanda…niente di grave.

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Devo ringraziare una persona che stimo molto, si, molto più di quanto lei immagini, questa persona è Harley Quinn che mi ha coinvolto in questa esperienza. In realtà non è niente di particolare, si tratta solo di rispondere ad alcune domande e poi riproporle ad altri 5 blogger, non si vince niente, non c’è nessun premio da celebrare, c’è solo da spostare un po’ il velo, anche di poco.

– Cos’è per te il blog? Avere un blog è la mia giusta dimensione.
Ho iniziato a dieci anni a cercare qualcosa, sentivo un ronzio sotto al respiro che a volte riuscivo a ignorare o meglio, mi imponevo di farlo, che tanto prima o poi se ne andrà. Ma non era così, cavolo a pensarci adesso…certi giorni era proprio insopportabile, quasi un fastidio, come quando cammini sulla spiaggia e ti entra la sabbia nelle scarpe, ma non hai voglia di toglierla e allora imprechi e maledici di essere lì, che potevi startene tranquillamente a casa a non fare un cazzo e a goderti il vuoto che c’era intorno a te. E invece no, sei voluto uscire, avevi bisogno d’aria, dicevi, ed ora ecco qua, a camminare con questi piedi pesanti. Ecco, queste erano le mie sensazioni da ragazzo, una manciata di sabbia che mi premeva sul diaframma, così decisi di prendere un foglio e una penna, poi il foglio divenne un blocchetto, poi un quaderno, poi un diario. Pensieri tenuti segreti che neanche rileggevo perchè mi imbarazzava farlo, erano descrizioni di immagini, lettere scritte alla ragazza di turno per la quale mi ero preso una cotta e che non le avrebbe mai lette, perche non importava, erano cose mie, servivano a me, era solo un mio atto di egoismo, un granello in meno da dover portare. Ma non mi bastava, la sabbia tornava più pesante di prima, era una smania che non potevo più soffocare in qualche modo dovevo farla uscire, perche mi stava divorando. C’era la musica, quella c’era sempre, ma era un mondo fuori misura per me, troppo grande, troppo spietata, troppo irraggiungibile. Dovevo trovare uno spazio diverso, il giusto posto per poter dar voce a quel fardello assordante che mi comprimeva i polmoni.
Così qualche mese fa decisi di aprire un blog, senza sapere bene cosa stavo facendo, ma sentivo che quella poteva essere la “mia” giusta misura, niente spazi enormi, niente scatole buie, solo io un blues in sottofondo e una boccata di sabbia della quale non riuscirò più a farne a meno.
Che a volte non c’è cosa migliore che andare a farsi due passi su una spiaggia. (Questo è ciò che scrissi tempo fa in un commento al mio amico Swann, mi sembrava adeguato).

– Da grande vorrei fare… Direi il parrucchiere, ma solo di lunedi. In alternativa, un lavoro che mi dia soddisfazione e che magari mi permetta pure di mantenerci la famiglia. Per il momento sono fermo al primo punto, ma conto al più presto di darmi alla malavita organizzata…anche solo per il gusto di farmi eleggere in parlamento.

– Quanto scrivi sul blog Diciamo un paio di post a settimana, per me scrivere è un pò come fare l’amore, l’unica differenza è che scrivo più spesso. Anche perchè pubblicare 4 post all’anno sarebbe inutile.

– Genere musicale preferito Tendenzialmente il folk, il country, il rock, il blues, ma anche i musical e alcuni cantautori italiani. Mi reputo abbastanza ignorante in materia. La mia professoressa di musica delle medie mi ha fatto odiare il flauto: mi dava le bacchettate sulle mani usando lo scovolino in dotazione. Per protesta le tirai dietro il libro de “Il pifferaio magico”.

– Quale personaggio di quale romanzo ti piacerebbe essere? Stephen Dedalus, (Ulisse di Joyce), perchè vivo eternamente nuotando nel mio flusso di coscienza, solo che, non avendo filtro tra il cervello e la bocca, i miei monologhi sono a voce alta. Nel mio armadio ho una camicia di forza, ma ovviamente non è stirata.

– Fotografia non è un mio problema. Sono incapace sia di farle che di riceverle. Messo alle strette preferisco farle, ma di solito se inquadro la testa rimangono fuori i piedi. Tutte le volte che ne guardo una che mi ritrae decido di mettermi a dieta, poi uso photoshop e i buoni propositi vanno a farsi benedire…nella nutella.

– In che periodo storico ti piacerebbe vivere. Durante il nazismo, e forse capirò perchè mi sale sempre un nodo alla gola quando penso al mio prof di filosofia, che girava in maniche lunghe anche d’Agosto per nascondere un tatuaggio.

– La tua più grande passione? ok…a parte “quella” grande passione, direi imparare a conoscere le persone, ma non quelle delle feste o dei salotti buoni, no, quelle che incontri per strada, che urti sull’autobus, quelle che passano in bicletta con gli occhiali da sole, quelle che accompagnano i figli a scuola, quelle delle cinque e quaranta di un giovedi pomeriggio, in cui puo’ succedere di tutto anche se in realtà è semplicemente un altro giorno che sta per finire.

Marzullo-style. Si faccia una domanda, si dia una risposta: Ci riusciremo? – Ci dobbiamo provare.

Loro sono i miei magnifici 5:

Un salto da Maria Emma vi farà bene, iniziare a conoscere il suo mondo sarà une bella esperienza, quando uscirete da lì vi verrà voglia di offrirle da bere.

Lei è un quasi veterinario, l’ho conosciuta oggi, a dire il vero è lei che ha trovato me, ma ama Faber e questo è già tanto, scrive decisamente bene, e anche questo non è cosa da poco e a quanto pare capisce le mie battute…e qui l’encomio è totale. Lei è Ladykhorakhane

Ok, qui si va sul sicuro, lei è Diamanta, e sono veramente curioso di leggere le sue risposte, ammesso che voglia farlo, perchè conoscendola un po’ non lo darei per scontato, il suo tocco è leggero ma le parole ti si attaccano alla pelle e ti costringono a guardarle e non ti molleranno tanto facilmente.

E’ il turno di Pennyvlane. Un fiume in piena, un tripudio di pensieri, ti inchioda lo sguardo allo schermo e ti perdi nel suo mondo, una volta finito di leggere ricordati di riprendere a respirare.

Lei, oh, lei, guradate qui, lei è Carrie, si, come quella di Sex and the city, la sua Manhattan è affascinante, forse più di quella vera, capisce le persone in generale e gli uomini in particolare, beata lei che ci capisce, sto prendendo lezioni, ci descrive come solo una donna sa fare.

Bene, è andata…nessuno deve sentirsi obbligato a rispondere…no no…non rispondete…però….

Cari Billy e Mag, io la vedo così…

harry sally

Oggi vorrei affrontare un argomento vecchio come il mondo, e questo già vi fa capire il grado di originalità che mi pervade in questi giorni.

Ok, non ci girerò intorno e andrò dritto al punto. Puo’ esistere l’amicizia fra uomo e donna? si, lo so, potrei già chiudere qui questo post. ma sto diventando davvero cattivo e quindi proseguirò nei miei vaneggiamenti. Mi dispiace per voi.

La risposta più gettonata di solito è: no, non puo’ esistere, non c’è verso, prima o poi subentrano i sentimenti forti e l’amicizia si trasforma in qualcosa di diverso, spesso chiamato amore. Sembra un dogma, un concetto marchiato a fuoco, e i film e le serie tv non fanno altro che avvalorare questa affermazione. Billy Cristal e Mag Ryan in “Harry ti presento Sally” ne sono un esempio lampante.

Il mio punto di vista è, ovviamente, diverso, tanto per cambiare.
Credo che uomini e donne possano essere amici, grandi amici addirittura.

Ma non voglio fare l’ipocrita, è ovvio che ci siano differenze fra amicizie uomo-uomo e quelle uomo-donna. Il primo caso è indubbiamente più semplice, tra di noi spesso ci consideriamo i fratelli che non siamo mai stai o che non abbiamo mai avuto, possiamo parlare di donne, calcio, politica, ma anche di sentimenti. Solo che quest’ultimi sono esposti in modo diverso rispetto a come si farebbe parlando con una donna. Tra uomini affrontiamo le questioni sentimentali in termini molto più pratici, usando parole “da uomini” per l’appunto, perchè di solito ragioniamo su un livello emotivo identico e non abbiamo bisogno di preoccuparci troppo di urtare la sensibilità di chi ci ascolta. Alla fine quasi sempre, chiudiamo il discorso con una battuta maschilista a sfondo sessuale di fronte ad una birra media.

Con un’amica donna non può e non deve essere così. Qui è tutto diverso, è una questione di equilibri. E ognuno ha i suoi. I rischi, enormi, in questo rapporto sono due: quello di innamorarsi e quello di scoprirci a essere gelosi.
Quando il legame diviene particolarmente forte, c’è la possibilità, molto concreta peraltro, che si insinui in noi il dubbio di essersi invaghiti l’uno dell’altra. E qui iniziano i dolori.
Questa circostanza, non scontata ma probabile, nasce da convinzioni, spesso di natura culturale, secondo le quali quello fra uomo e donna è l’espressione massima di amore.
Permettetemi di dissentire. Non sono mai stato un amante delle classifiche in generale (tranne di quella di serie A degli ultimi tre anni…ma questo è un altro discorso), tantomeno in campo sentimentale. L’amore ha varie forme e trovo assurdo catalogarle all’interno di una scala gerarchica. La forza di un sentimento è data dalle persone che lo vivono, siano esse amanti, coniugi, amici, fino ad arrivare ai genitori e figli. Non ci sono amori di serie b.

Tornando all’amicizia uomo – donna, dicevo che la questione di fondo è riuscire a distinguere il tipo di rapporto che ci lega, pur forte che sia, non è detto che sia per forza amore.
Certo, capita spesso che due buoni amici, anche di lunga data, finiscano per stare insieme come coppia, e non c’è assolutamente niente di male in questo, però secondo me, esisteva già una forma latente di, chiamiamola, attrazione fisica, infatuazione, magari anche a livello inconscio o che più semplicemente  abbiamo cercato di non far uscire, di soffocare, con evidenti scarsi risultati.
Per la gelosia è un discorso diverso. Può manifestarci anche nell’amicizia fra uomini, magari perché uno dei due inizia una relazione di coppia e tralascia, anche involontariamente, il rapporto con l’amico. E allora ci possiamo sentire trascurati se non addirittura traditi.
Figuriamoci fra uomo e donna. Basta una parola pronunciata con un’inflessione diversa, più distaccata, oppure una faccina neutra all’interno di un messaggio altrettanto neutro per far scattare la paranoia seguita da enormi dubbi esistenziali.

Come dicevo all’inizio, è importate che ognuno trovi il giusto equilibrio. Imparare a dosare ben la frequenza degli incontri o dello scambio di messaggi.
Personalmente mi piace gestire le amicizie a “corrente alternata”, prendendomi delle pause, più o meno lunghe per poi concentrare magari in un pomeriggio gli scambi di opinione, prendendomi tutto il tempo necessario per ascoltare e raccontarmi. È il mio metodo per evitare di “correre rischi”. Tendo ad essere auto ironico, soprattutto per sentirmi meno attraente, anche se vi assicuro che non ce ne sarebbe bisogno.

Alcuni sostengono anche la teoria secondo la quale l’amicizia fra i due sessi puo esistere solo se uno dei due ha un aspetto fisico, diciamo, discutibile. Ecco, questa mi pare onestamente una cattiveria bella e buona. Qui si scade nella mancanza di rispetto ed è una delle cose che mi danno più fastidio in assoluto. E’ come dire che con le persone che non hanno un aspetto che a me piace posso sentirmi libero di frequentarle senza correre il rischio di rimanerne coinvolto. Già…e dell’altra persona ne vogliamo parlare?, dei sentimenti che puo’ provare o che comunque rischiamo di fargli provare. Si, più ci penso e più la cosa mi distruba (e mi fa anche un po’ schifo, se proprio devo dirla tutta).

Ognuno deve trovare il suo metodo per mantenere il giusto equilibrio, non ce n’è uno giusto o sbagliato, è importante capire fin dove vogliamo arrivare, conoscere le nostre linee di confine e, magari, anche quelle dell’altra persona.
E’ un po’ come giocare a golf: la direzione del vento, la scelta del ferro, la pendenza del terreno e la potenza del tiro, tutto deve essere calibrato. All’inizio non sarà facile, ma imparando a conoscersi tutto verrà più naturale.

Avere un’amicizia vera con una donna puo’ essere un’esperienza entusiasmante nella vita di un uomo. E’ una pallina che devi solo imparare a colpire.

“Ti rendi conto vero che non potremo mai essere amici.
Perché no?
Beh ecco… e guarda che non ci sto provando in nessunissimo modo. Uomini e donne non possono essere amici perché il sesso ci si mette sempre di mezzo.
No non è vero, io ho tantissimi amici maschi e il sesso non c’entra per niente.
Non è così.
Sì, invece.
No invece.
Si invece.
Tu credi sia così.
Stai dicendo che io ci vado a letto senza accorgermene?
No, sto dicendo che loro vogliono venire a letto con te.
Non è vero.
È vero.
Non è vero.
È vero.
E come lo sai?
Perché nessun uomo può essere amico di una donna che trova attraente, vuole sempre portarsela a letto.
Allora stai dicendo che un uomo riesce ad essere amico solo di una donna che non è attraente?
No, di norma vuole farsi anche quella.
Ma se lei non vuole venire a letto con te?
Non importa, perché il click del sesso è già scattato quindi l’amicizia è ormai compromessa e la storia finisce li.
Credo che non saremo amici allora.
Credo di no.
Ah è un peccato. Eri l’unica persona che conoscevo a New York.” (cit. dal film “Harry ti presento Sally”).

Dalla ionosfera al grand canyon in un battere di mani.

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Oggi parliamo d’amore, vi va? Lo so, uomini all’ascolto, ci sono argomenti più accattivanti, tipo il derby di domenica scorsa o le tecniche di caccia al cinghiale, vi prometto che i prossimi post saranno su questi argomenti. Parola di Pinocchio.

È da poco passato San Valentino, la festa per eccellenza, il tripudio dei cuori, dei baci Perugina e degli orsacchiottoni. Ve lo dico subito: è una festa che non mi piace e forse anche per questo ne parlo con un voluto ritardo.
Non giudico coloro che la festeggiano, ci mancherebbe altro, però penso che quelli di noi che hanno la fortuna di aver trovato l’altra metà della mela (o che sentono di averla trovata) siano già miracolati così, senza bisogno di sbattere in faccia agli altri la loro felicità, insomma, senza il diritto di avere una festa tutta per loro, come a sottolineare che ce ne sono altri che semplicemente hanno avuto meno fortuna.
E già qui ne ho sparata una grossa, ma è niente rispetto a quella che sto per dire.
Sopporto ancora meno quelli che ostentano a tutti i costi il loro status di single, rivendicando il privilegio della libertà e dell’indipendenza, cercando di persuadere gli altri che vivere senza una persona vicino è meglio.

Siamo stati tutti delusi dall’amore, chi più chi meno, e tutti abbiamo sperimentato le due condizioni di “coppia” e di “single”, abbiamo sofferto da matti? Ci mancava la terra sotto i piedi?, siamo stati traditi, umiliati, usati? Ok, ci sta tutto, avete tutte le ragioni del mondo per essere incazzati con l’amore, tutte…tranne una: non siamo fatti per stare da soli, ognuno di noi ha bisogno di donare qualcosa di sè e di ricevere qualcosa dagli altri. È il mettersi in gioco, il rischiare di uscirne a pezzi, il provare emozioni che le parole non potranno mai descrivere. Parlo di questo, di aspettare ore chiuso in macchina davanti al portone di casa sua solo per vederla/o un attimo, prima che svanisca fra la gente, parlo di sospiri e pianti e promesse e insulti, parlo di Oberon e Titania, de “Il bacio” di Klimt, di un Marco e Piero (qualunque) o di una Martina e Veronica. Qualunque.

Nessuno di noi nasce con il desiderio di stare da solo, è una condizione che ci scegliamo, o nella peggiore delle ipotesi, che siamo costretti a scegliere per essere più forti e meno vulnerabili, per metterci al riparo da sofferenze e ci convinciamo che stiamo bene così. Lo capisco e se facciamo un bilancio probabilmente i dolori superano di gran lunga gli attimi di felicità, o quantomeno fanno un male insopportabile, però…oh…quant’era bello quando era bello?
Di solito la mente umana tende a cancellare i brutti ricordi e a mantenere quelli belli, in amore non è così. Basta un attimo solo, un soffio leggero per spazzare via tutte le promesse che ci siamo fatti e le gioie che abbiamo condiviso e a distanza di tempo le ferite continuano a bruciare e gli attimi di felicità a svanire.
Perchè i sentimenti sono bastardi, un momento ti portano nella ionosfera e il momento dopo ti scaraventano nel grand canyon. E in entrambi i casi fai fatica a capire ciò che ti sta succedendo.

Detto questo, ognuno è libero di vivere i suoi sentimenti come meglio crede, perciò lunga vita agli orsacchiottoni cucciolosi e ai single battaglieri, perchè siamo tutti comunque innamorati di qualcosa, un libro, un film, un animale, una qualsiasi cosa che faccia battere il cuore.
Quindi festeggiamo ciò che ci fa innamorare davvero, fregandocene se è San Valentino, San Faustino o San Siro, strizziamo gli occhi e battiamo le mani per diventare invisibili fra la folla e lasciamoci trasportare dai sentimenti.

Adesso largo ai festeggiamenti, qualunque giorno sia.

Una passeggiata nella zona rossa.

zona rossa

Allora, ho deciso di raccogliere la sfida che mi ha lanciato la mia amica Vetrocolato nel suo commento sul mio ultimo post, quello dei bravi ragazzi e degli stronzi. Perciò, cara Vetro, presta attenzione, perchè dubito che la cosa si ripeterà.

Innanzi tutto, giusto per mettere le mani avanti, sono consapevole che questo pezzo non sarà facile per me, di solito parlo in seconda, terza, quarta, milionesima persona, è una forma di distacco, ma soprattutto di protezione (o di vigliaccheria, fate un pò voi) e i pochi articoli che parlano di me trattano solo argomenti “scazzoni”, si, perché non è facile  mettermi a nudo, e la prova costume è lì a dimostrarlo, essere in gioco completamente. Però mi piacciono le sfide, provare ogni tanto a mettere un piede oltre il confine, nella zona rossa.
Si lo so, devo piantarla con questa paraventata e andare al sodo, ma era un modo subdolo per prendere tempo, però oh, mica è facile aprire quella porta, che oltretutto assomiglia moltissimo a quella de “il sesto senso”.

Lo ammetto, a costo di passare per immodesto, la prima impressione che le persone hanno di me è quella del classico “bravo ragazzo”. Detta così può sembrare una fortuna, e forse in certi casi lo è, mi aiuta sicuramente nel lavoro ad esempio, in molti altri casi credetemi, è una condanna. Si, perchè la gente si aspetta sempre che faccia cose positive, che sia senza macchia, che sia migliore. Bè, notiziona: non sono così. Mi sforzo di esserlo per non deluderli, ma di solito fallisco malamente, e dovreste vedere le facce che fanno quando scoprono la verità. Non se ne fanno una ragione, difficilmente riescono ad accettare il fatto di aver preso una cantonata. I più si allontanano.
Si perchè è molto più semplice legarsi all’idea che ci siamo fatti di qualcuno piuttosto che prendersi la briga di conoscerlo veramente, e lo capisco. Il rischio di scoprire cose che non ci piacciono è altissimo e soprattutto, molto probabile.

Durante uno di quegli inutili corsi di formazione fu detta da un relatore pagato fior di quattrini per farti sentire un inetto, fu detta dicevo, una frase che mi colpì particolarmente: nei primi trenta secondi si forma nella testa della persona che sta di fronte a te  un’idea sul tuo modo di essere, ci vogliono minimo tre anni perchè questa idea possa cambiare.
Voi però siete fortunati, con questo post vi accorcerò i tempi di gran lunga. Andrò a rimestare nel torbido, mi sporcherò le mani e porterò alla luce un po’ di scheletri guardandoli per una volta dritto nelle orbite, e, forse, mandarli definitivamente a fanculo.

E allora fanculo a tutte le volte che non mi sono ribellato a mio padre, perchè io non sono come lui, cazzo, no, io sono io e basta, a tutte le volte che non ho saputo resistere alle tentazioni, sentendomi una merda per il dolore causato alle persone che mi stavano vicino, fanculo a tutte le volte che non ho interrotto il percorso di una canna e l’ho fatta girare, fanculo a quando ho tradito la musica per seguire una qualche utopia, che di solito indossava un paio di calze a rete, per tutte le volte che ho lucidato un sogno senza avere le palle di crederci fino in fondo. , a tutte le volte in cui ho scelto la via più facile, alle volte in cui ho mentito per pararmi il culo, a tutte le volte in cui ho lasciato che decidessero per me.  Fanculo a tutte le maledette volte che mi guardo allo specchio e non riesco a sostenere lo sguardo

La verità è che non riesco a tirarmi via dalla periferia in cui sto, e non sto parlando in senso geografico, è la periferia delle emozioni, dei progetti irrisolti, di coloro che scaldano i motori ma rimangono fermi dentro l’hangar, per quelli come me che ogni giorno è quello buono e invece invecchiano con i rinvii, che hanno un ruvido bisogno di far parte di qualcosa, che sperano di riuscire a sciogliere quei nodi che fanno un male dell’anima, che vivono in apnea sul trampolino senza tuffarsi mai, che portano dentro di loro dolce curaro e amaro miele, nella speranza di durare oltre quest’attimo.

Questo è il mio lato buio, il mio lavoro nero, è un po’ il mio male di me.

Bene, Vetro, ho fatto del mio meglio, pero ora è il massimo che riesco a dare parlando di me, non lo so se ho vinto la mia sfida, ci ho provato, e questo è già qualcosa.

Buoni o cattivi. Ovvero: Chinotto vs Cuba Libre.

Bravi ragazzi

Gli uomini posso essere divisi in innumerevoli categorie, ma proprio tante, e tutte agli antipodi fra di loro.  Due delle piu gettonate sono: ragazzi bravi e ragazzi stronzi.

L’argomento è già stato sviscerato a lungo e da persone molto più in gamba del sottoscritto e il rischio di cadere in banali luoghi comuni è dietro l’angolo, quindi eviterò accuratamente di dire che le donne preferiscono gli stronzi ma sposano i bravi ragazzi, che poi è la versione maschile del “gli uomini preferiscono le bionde ma sposano le more”, magari per scoprire due ore dopo che la tua nuova moglie mora “fiammante” è in realtà una bionda platinata…e di solito non lo scopri togliendole il velo dalla testa.

L’idea di fondo è che ci sia un perfetto equilibrio tra ragazzi bravi e ragazzi meno bravi. Ma non è così, quello succede nelle trame dei film, nella realtà le cose sono diverse, non vincono sempre i buoni…anzi.

Il problema principale secondo me è che non esiste una distinzione netta fra un bravo e uno stronzo. Potenzialmente siamo tutti gentiluomini, pieni di attenzioni, amorevoli oppure menefreghisti e meschini. Credo che ognuno di noi nella vita sia stato tutte queste cose, certo c’è una tendenza predominante che ci caratterizza più delle altre e che ci fa apparire ad un primo impatto più o meno bravi o più o meno stronzi.

E le donne chi preferiscono?

Eh bella domanda, tendenzialmente entrambi…..ovviamente, il difficile è far combaciare le due cose, di solito infatti quelle affascinate dal rude insensibile menefreghista incontrano solo romanticoni dalla lacrima facile e viceversa.

In realtà in entrambi i casi c’è un pericolo concreto: sono semplicemente atteggiamenti e in quanto tali posso cambiare.
Ecco, a questa affermazione son sicuro che tutti gli integralisti maschi orgogliosi del loro status di cacciatori staranno sbraitando facendo roteare le loro clave e con vigore diranno in coro: “assolutamente no, noi non cambiamo il nostro comportamento per farci apprezzare dalle donne, noi siamo così se non ci vogliono…chissenefrega”.

Eh…non è proprio così. State attente care donne, vi do una dritta: più farete stare bene il vostro cattivo ragazzo più lui tenderà ad essere meno cattivo. Non lo ammetterà mai, ma smetterà di tenervi sulla porta dell’anima e vi inviterà ad entrare. Ecco, a quel punto potrete scoprire che la loro “stronzaggine” era un modo per farsi notare, per essere alternativi, perchè se sei poco sensibile e molto misterioso risulterai sicuramente più interessante. Come il tipo della discoteca che se ne sta appoggiato alla colonna col bicchiere di cuba libre.
Ecco, io ero uno di quei ragazzi lì, solo che stavo appoggiato perchè ero negato a ballare e nel bicchiere al posto del cuba libre c’era un chinotto di seconda marca. Infatti non ho mai “beccato” nessuna. Probabilmente sbagliavo semplicemente colonna…chissà.

Dovendo sbilanciarmi direi che mi rispecchio molto di più nella categoria “dei buoni” e confesso che mi riesce difficile spiegarmi i motivi che inducono una donna ad essere attratta da un uomo rude, che la considera solo quando ne ha voglia, ma non voglio assolutamente dare giudizi su che cosa sia giusto o sbagliato, ci mancherebbe altro. Perciò largo ai cattivi ragazzi e alle donne che li preferiscono.

Per quanto mi riguarda io rimango nella mia categoria, sono un romanticone?, ebbene si lo ammetto, e ammetto anche che mi prende il nodo alla gola tutte le volte che vedo la scena finale de “l’attimo fuggente”, quella dei ragazzi in piedi sul banco a gridare “o capitano mio capitano”, pubblico canzoni melodiche sulla mia bacheca facebook e dispenso “like” a pioggia alle frasi smielate, no, non sono bravo a menare le mani, l’unica volta che c’ho provato mi son fatto una settimana in ospedale con il naso rotto e il tipo era pure un piccoletto grassoccio.

Perciò va bene così, ad ognuno la sua parte e anche se non siamo in un film e i bravi non viceranno, bè, poco importa.
Come direbbe Guccini “io sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare […] un tipo perso dietro le nuvole e la poesia

Tutti insieme senza invito.

Foto post social

Lo avete pagato il canone Rai?, io si, controvoglia, bestemmiando come un turco e all’ultimo minuto dell’ultimo giorno…ma alla fine l’ho fatto.

Il fastidio non era dovuto solo ad una questione economica, che comunque c’è ed è pesante, ma anche per una questione di “utilizzo”. Ho realizzato che potrei benissimo fare a meno della televisione. Ecco, detto in questi termini potrebbe suonare quasi come un pensiero edificante, in realtà non è proprio così. La realtà è che abbiamo a disposizione dei validi surrogati del televisore, anzi, questo elettrodomestico, in se per se, sta diventando un ripiego bello e buono. Il mondo per fortuna (o per disgrazia, ma personalmente propendo per la prima) si è evoluto e internet è stato la nitroglicerina di questa propulsione. Tutto ciò che desideriamo lo troviamo in rete: serie tv, partite di calcio, film, eventi ecc. Praticamente negli ultimi tempi uso la tv solo come strumento necessario per avvincenti sfide alla playstation.

La questione assume contorni leggermente più pesanti se pensiamo che con l’avvento della tecnologia non siamo più soli.

I nostri amici di facebook, i followers di twitter, i contatti di Instagram, Pinterest e via dicendo ci seguono ovunque. Vengono sempre con noi anche se usciamo a fare una passeggiata. Anche quando siamo con la nostra dolce metà. Anche se non hanno l’invito.

Siamo tutti un po’ dipendenti da tablet e smartphone, cambia però il livello di “intossicazione”. Tecnicamente sono strumenti catalogati come “droghe leggere”, ma la linea di visione con quelle “pesanti” è più sottile di quanto si possa credere. Rimanerne irremediabilmente affascinati è molto semplice. Di solito i più contagiati siamo noi uomini. Ci sono quelli che usano queste tecnologie in modo assiduo, ma entro certi limiti, sono quelli che hanno mantenuto il senso della misura e riescono ancora a preferire un sorriso vero da un “like” virtuale. Poi ci sono gli “smanettatori seriali compulsivi”, che controllano il telefono ogni tre secondi netti, rispondono ai post degli amici, twittano su qualsiasi argomento, dalle leggi che regolano l’universo alle emorroidi del cane Dudù.

Per cercare di farci uscire dal tunnel, le nostre compagne posso tentare un approccio soft. Ad esempio cercare di organizzare un programma insieme, un’uscita, una serata interessante, sforzarsi di trovare qualcosa di alternativo e stimolante. Si, anche quello che pensate voi potrebbe essere un’alternativa valida. Certo, concedeteci un po’ di metadone, chessò, lasciateci almeno di controllare la posta elettronica ogni trentacinque minuti. Secondo me una terapia d’urto particolarmente aggressiva non è consigliabile. Noi uomini con il telefonino in mano siamo come i bambini con i giocattoli, Se ci obbligate a farne a meno ogni vostra distrazione sarà sfruttata per dare una sbirciata fugace a quel mattoncino senza tasti, saremo distratti e con l’orecchio teso a captare qualunque suono che assomigli anche lontanamente ad una notifica. Anche il “din” del timer del microonde ci farà sobbalzare dalla sedia.
Ma voi donne avete il sacrosanto diritto di richiedere attenzioni, perciò incazzatevi pure, anzi, se proprio non riusciamo a distogliere lo sguardo dalla nostra bacheca facebook siete autorizzate a battere i pugni sul tavolo, strapparci il telefono di mano e saltarci addosso violentandoci. Ah, vi avviso, è inutile cercare di ingelosirci parlando bene dell’idraulico. Se la wi fi funziona non vi sentiremo neppure. Anche porre aut aut tipo: o ruzzle o io, non è consigliabile, specialmente se siamo nel bel mezzo della manche decisiva.

La cosa che vi chiedo, (e che vi chiede tutto il genere maschile) è quella di dare il buon esempio. Vale ancora il principio del bambino (quarantenne). Fate bene a sgridarci se stiamo sempre a giocare con i soldatini, ma voi evitate di pettinare la Barbie non appena avete un attimo di pausa. In altre parole: dimostratevi migliori di noi, rimandate lo scambio di messaggi con la vostra amica d’infanzia a quando saremo usciti di casa, insegnateci la grande arte di resistere alle tentazioni, che vi assicuro abbiamo un gran bisogno di impararla.

Quando siamo immersi in questo universo ovattato il tempo si dilata, così la pausa pranzo si protrae fino all’ora di cena, arriviamo a casa stravolti e con gli occhi iniettati di sangue, millantiamo problemi di lavoro in realtà ci girano le balle perchè a metà pomeriggio la batteria ci ha abbandonato e non avevamo il cavetto da collegare all’accendisigari dell’auto. Avete mai notato qualche macchina parcheggiata davanti ad una banca con il motore acceso?, ecco, non allarmatevi, non c’è nessuna rapina in corso, è semplicemente un povero disgraziato che sta ricaricando il telefonino. Con mezzo serbatoio ti assicuri il 20% di autonomia….mica male.

Secondo me varrebbe la pena di alzare gli occhi da uno schermo di quattro pollici, perché magari di fronte a noi c’è una femmina di quattro miliardi di pixel in carne e ossa e pure in hd che non aspetta altro di essere digitata. E forse capiremo che quello di twitter non è l’unico volatile con il quale poter interagire.

Ho visto Parigi ma ero sotto anestesia.

Ultimamente vedo più spesso la guardia medica di mia madre.
Sarà l’età che avanza, sarà che voglio fare il figo e non c’ho più il fisico (come disse la mamma di Einstein quando il bimbo andò via di casa), fatto sta che questa notte/mattina mi son ritrovato nell’ormai familiare ambulatorio.

Mi sono svegliato nel cuore della notte con un mal di denti da prendere a craniate un bisonte. Ora, diciamocelo, sono un uomo e questo non gioca a mio favore. La prima cosa che un maschio adulti si sente ripetere quando sta male è quella di non riuscire a sopportare il dolore, pare infatti che un giorno, un vattelapesca di dottore (ma io sospetto…dottoressa) abbia stabilito che la soglia di sopportazione maschile sia di gran lunga inferiore a quella delle donne. Il discriminante è il parto. Sempre e comunque.
Puoi finire scorticato vivo e patire le pene dell’inferno, ma arriverà sempre una donna, in particolare una mamma, ovviamente non la tua (ma a volte anche la tua si lascia andare) che ti dirà con mento alto e sguardo fiero “tsè io ti farei provare i dolori del parto, vedrai che dopo gli altri sarebbero passeggiate di salute”.

Ma che cazz…ehm caspita di paragone è?…allora io ti farei provare a pulire i cessi durante il militare…vedrai che dopo ti sembrerà di camminare in campi di lavanda..
Lo so, in questo momento mi sto inimicando le simpatie di tutte le donne che mi seguono…ma abbiate fede, saprò farmi perdonare.

Insomma, io non ho mai partorito, e, a meno di clamorosi sviluppi genetici, dubito che proverò quel tipo di dolore, ma anche il mio “misero” mal di denti può dire la sua in fatto di dolore. Tra l’altro non mi sono neanche impressionato più di tanto, a parte allertare l’elisoccorso (questa me l’hanno suggerita su facebook) e iniziare a scrivere le mie ultime volontà, per il resto niente di che.

Il medico che mi visita è quello dell’aloe, ma stavolta è vestito e ha pure rinnovato il campionario delle bestemmie. Sbadiglia, sbuffa, scuote la testa…cazzo l’ho svegliato, mi dispiace….mi sento in colpa, ma il mio premolare mi riporta alla realtà, se non mi da qualcosa gli salto in testa come un mastino napoletano. Prende una fiala e una siringa…si avvicina e mi propone una domanda spiazzante “preferisci sulle chiappe o in bocca?”…oh…non scherziamo…che domande sono…non capisco ma nel dubbio rispondo “chiappe! Se non altro sono libero di protestare” (questa è un pò articolata, infatti lui non l’ha capita e m’ha somministrato il Tora-Dol per via sub-linguale).

L’effetto è pressoché immediato, riprendo ad essere nel pieno della mia (semi) facoltà mentale, salgo in macchina ed è ancora buio…e qui…scatta qualcosa….

Non mi capita spesso di guidare mentre tutti stanno dormendo, tantomeno mi capita di farlo nella mia città, è una sensazione strana, ne approfitto e faccio il “giro lungo”, arrivo in centro ed è deserto, è silenzioso, è bellissimo. Decido di fare due passi per il corso, lo so, non è una cosa da persone sane di mente, ma cavolo, sono sotto anestetico….posso permettermelo.
Non l’avevo mai vista sotto queste veste, anzi, l’avevo vista, ma non l’avevo mai guardata, eppure lei era sempre stata lì, con le sue insegne, la piazza con la fontana, l’hotel a ore vicino alla stazione, che ti prendono per pappone anche se ci vai con la tua bisnonna, il duomo, le due banche, il panettiere che conosco da una vita e mi chiama dicendomi “oh…che cazzo ci fai in giro a quest’ora?” – “niente, facevo due passi” lui scuote la testa urlandomi “cambia spacciatore !!!” , il silenzio è quasi totale, quasi mi imbarazzo a camminare, ho timore dei miei passi, del mio telefonino che scatta foto, come se stessi vedendo per la prima volta quelle case e quelle vie, che a pensarci, forse è veramente la prima volta che le guardo così. E adesso posso tendere l’orecchio, e se ascolto bene lo sento, si cavolo lo sento… Il rumore di fondo della città, il suo respiro e lo sento così bene che mi pare anche di percepire il saliscendi dei suoi polmoni, il petto che si gonfia.
Torno in macchina, dalla radio esce una canzone in francese, perfetta per quell’atmosfera da tardo decadentismo parigino.

Questa è la mia città con la giusta misura, non troppo invadente, nè troppo indifferente, ci accoglie, ci protegge col suo pezzo di mare, ci guarda passare pensierosa e sognante, ci lascia partire ed incrocia le dita.

In realtà questo post è nato appena sono rientrato a casa, non volevo rischiare di perdere certi suoni e certi odori, e poi come dice il Liga “sarà che anche qui, le quattro del mattino, sarà che anche qui l’angoscia e un pò di vino”…il tempo che abbia inizio in pieno l’effetto dell’analgesico e quando riapro gli occhi è giorno fatto. Com’è giusto che sia.

Perchè la mia “piccola città” mi guarda e sorride. (lo so, vi aspettavate il Guccio…e invece…noi siamo un po’ più rock).

Il nostro duemila.

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La mia generazione ha perso, diceva Gaber. Forse è vero, forse no, ma sicuramente non è tutta colpa nostra.

Noi l’impegno ce l’abbiamo messo davvero, siamo stati sognatori e realisti, dolci e spietati, agguerriti e accomodanti. Ma lo facevamo nei momenti sbagliati, eravamo fuori tempo, sempre una battuta dopo o una in anticipo, andavamo in sette ottave mentre il mondo si sa, gira solo in quattro quarti.

Abbiamo avuto speranze e delusioni, siamo scampati alle stragi di mafia, alle moto senza casco e alle auto senza airbag, c’è andata di lusso. Giravamo spensierati per le vie della stazione alle due di notte e nessuno ci ha mai minacciato con una siringa, giocavamo nei cortili fangosi senza prendere nessuna malattia fulminante, e la terra dei fuochi era ancora un paradiso di cui andare fieri.

Noi siamo quelli che si ricordano la pipa di Pertini e che sanno terminare lo slogan “se ti piace la frutta….”. Quelli che sono cresciuti con l’idea di “casa e bottega”, che già andare al liceo a dieci chilometri da casa era roba da grandi. Quelli che le torri gemelle se le ricordano infilate in un paio di pantaloni di Jeans in una pubblicità della Lee.

Ci abbiamo provato veramente a lottare per i nostri ideali, volevamo cambiare il mondo, ma non ce l’hanno mai permesso, noi andavamo con i megafoni e loro con i bazooka, ed è un vero peccato, siamo sopravvissuti ai Sanremo di Pippo Baudo ma ci siamo arresi al primo Batman di Anagni che passava di qua. Abbiamo vinto i mondiali contro la Germania, ma mentre Zoff alzava la coppa qualcuno di loro ci stava rubando il portafoglio.

Ma noi siamo ancora qui, stiamo facendo il nostro viaggio con il nostro sogno preso a nolo, qualcuno sta senza aprire bocca per dare un senso a tutto, e cerchiamo di capire quale sia la posta in gioco, sperando di trovare quella risposta che non c’è, quando ci chiederanno se siamo esistiti per davvero.

Ma forse siamo ancora in tempo, forse qualcosa si è salvato, non voglio crederci che sia tutto perduto, si, il duemila è arrivato e se n’è andato senza lasciare traccia, ma il nostro duemila è ancora per strada, noi siamo migliori di quello che ci vogliono far credere, siamo quelli che non vanno alle feste romane vestiti da maiali, quelli che considerano Cesare Battisti un terrorista e non un artista (checchè ne dicano i francesi), quelli che imprecano ma alla fine il canone rai lo pagano.

Noi che ci aggiriamo intorno agli “anta” senza il manuale di istruzioni, che ci stupiamo ancora con poco, e facciamo sempre quella faccia un pò così, come quando abbiamo visto per la prima volta Pippo Baudo con i capelli bianchi, che odoriamo ancora di Bar Sport e di tornei di calcio balilla
Perchè forse abbiamo perso le nostre scommesse e non cambieremo proprio un bel niente, ma finchè anche noi riusciremo a non farci cambiare, se saremo capaci di restare aggrappati ai nostri principi, finchè ci sarà qualcuno che riuscirà a dire certi “no”, ecco, alla fine, ne sono certo, a modo suo, la mia generazione avrà vinto.

Aspettavamo il Duemila

Anche Superman veste vintage.

ImmagineCambiano i capi di stato, cambiano i modi di comunicare, cambiano i costumi….di carnevale.

La crisi non accenna a diminuire, ma la voglia di divertirsi sembra non risentirne troppo, il carnevale è alle porte e le vetrine dei negozi brulicano di maschere, mascherine, ricchi premi e cotillon. Abbigliamenti improponibili e costumi raffinati, ma le mode si evolvono e i personaggi “storici” hanno ceduto il passo a quelli di nuova generazione.

Parlando su facebook con un’amica d’infanzia, sono tornati alla mente ricordi di un tempo ormai passato.  Siamo entrambi figli di ferrovieri ormai in pensione, ma che ogni tanto non disdegnano di presentarsi sul binario 1 della stazione muniti di cappello e fischietto.

Durante il periodo del carnevale, la festa per eccellenza era quella organizzata per i piccoli futuri dipendenti delle Ferrovie dello Stato nei locali del Dopolavo Ferroviario (appunto).
L’orario di inizio dei bagordi era previsto per le 16:00 in punto, ma i nostri padri ci accompagnavano sempre con almeno venti minuti di ritardo. Quando si dice la forza dell’abitudine… L’organizzazione era perfetta, la festa era aperta a tutti i bambini, anche a quelli meno fortunati, tipo i figli dei piloti d’aereo, l’ingresso di solito era presidiato da due energumeni che facevano a tutti, la stessa domanda di rito ” che lavoro fa tuo padre?”. Ora, la risposta giusta era “ferroviere”. In quel caso ti spettava di diritto un sacco da 10 chili di coriandoli, un vassoio di bomboloni e un biglietto di prima classe per il viaggio di inaguazione del Frecciarossa sulla tratta Parigi Saint Tropez. Tutti gli altri mestieri erano considerati “di serie b”, al figlio del notaio, per esempio, veniva data una manciata di coriandoli raccattata da terra, una pasta alla crema di due anni prima e un biglietto per il rapido dei pendolari sulla tratta Taranto-Ancona. Perchè parafrasando Orwell: “tutti i bambini sono uguali, ma quelli dei ferrovieri sono più uguali egli altri”.

I costumi erano quelli classici, gli intramontabili e soprattutto riciclati di anno in anno, di fratello in fratello…perfino di fratello in sorella.

C’erano una ventina di cowboy senza macchia e senza paura, trentadue fatine che facevano a gara a chi trasformava più gente in rospi, e per alcuni non dovevano neanche sforzarsi più di tanto, e almeno 74 Zorro, tutti uguali. Tanto che spesso quando le mamme tornavano a casa dicevano “santo cielo figlio mio come sei cresciuto”. Non era cresciuto, semplicemente si erano accaparrate lo Zorro sbagliato.

Io ero Superman, e lo sono stato per almeno 8 anni. La prima volta che indossai il costume dovetti fare i rombocchi ai pantaloni fino al ginocchio. sembrava che avessi i polpacci di un terzino del Gubbio. Alle ultime due feste invece mi presentai con le maniche all’avambraccio e i pantaloni a metà coscia, parevo una via di mezzo fra Pinocchio (non a caso) e un alluvionato di Olbia.

Oggi è diverso, passata la festa gabbato lu santu. Il senso del vintage è sparito, i costumi dei bambini non si riutilazzano più (tranne in rari casi, lo dico perchè già prevedo uno scatenarsi di commenti di mamme agguerrite del tipo “eh no caro, io al mio bambino di 36 anni faccio mettere ancora il costumino di Topolino…ormai è tradizione). Non si va più sui classici e i personaggi del momento cambiano a ritmi vertiginosi. Ci sono i Ninja Turtles, ma chi le indossaa di solito non conosce il nome del pittore (“guarda babbo, sono la tartaruga Klimt” – “Davvero?….non sapevo che Clinton usasse il suo pennello per farci dei quadri”) e per le bambine c’è…ovviamente…Peppa Pig la simpatica (?) e dolce (???) maialina, porcellina, suina….protagonista dell’omonimo cartone. Ah, ho scoperto che fanno anche la versione per adulti, ma preferisco non addentrarmi nel merito….i doppi sensi si sprecherebbero.

Il costume più assurdo però l’ho visto mentre ero in compagnia di un amico. Sfogliando vecchie foto ci è capitata fra le mani una che lo ritrareva conciato in modo improponibile. Pareva un Budda avvolto nella carta igienica Regina (con tutto il rispetto per il Budda…e il signor Regina), L’ho preso per il culo per ore, anche perchè nè lui nè sua madre sono riusciti a capire da che cosa fosse mascherato.

Insomma, siamo cresciuti, abbiamo cambiato le nostre abitudini e i nostri stili di vita, chi più chi meno, ma siamo rimasti fondamentalmente dei nostalgici. Come quei ferrovieri in pensione che sospirano di fronte ad un passaggio a livello.

Ah, quasi dimenticavo…A distanza di un paio di giorni, alle due e quarantacinque di notte mi squilla il cellulare. Numero anonimo. Rispondo gonfio di sonno “pronto…” Dall’altra parte una voce familiare che pronuncia solo quattro semplici parole “da principe arabo. Merda!”. Click.
E bravo. Il bimbo a notte fonda ha avuto l’illuminazione.

Luis Miguel e i “gggiovani” d’oggi.

Luis

Sono un ragazzo, non ci sono discussioni, su questo punto non sono disposto a trattare.
Si ok, ogni tanto al bar ordino un caffè decaffeinato, ma è un dettaglio trascurabile, lo faccio solo per non agitarmi troppo, sia chiaro.

È ovvio che sono un ragazzo, vent’anni fa compravo i cd di Baglioni e di Madonna, ora invece le scarico da torrent itunes, perchè sono al passo coi tempi, anzi ho allargato anche i miei orizzonti, adesso ascolto anche Miguel Bosè e Scialpi, che è sempre stato l’idolo delle ragazze della mia età.

Faccio sport: d’estate in piscina all’aperto, certo non faccio più 50 vasche di seguito, mi limito a 3, fermandomi 7 volte a respirare, ma solo perchè dove vado io non ci sono le corsie e la gente nuota alla cazzo, e poi calcetto, mi sono evoluto, sono passato da ala destra al ruolo di portiere, fisso, merito del mio fisico che si è sviluppato e copre il 95% della porta, si lo ammetto, quando arrivo a casa ho un pò di mal di schiena, ma provate voi a raccogliere minimo 27 palloni in fondo alla rete, poi mi dite.

Faccio parte di quella categoria che chiamano “i ragazzi di oggi” come cantava Luis Miguel a uno degli ultimi Sanremo, quello del 1985 se non sbaglio, ed è un sollievo. Al solo pensiero di essere un uomo di mezza età “mi prende male”, guardo queste donne mature che spingono passeggini per il centro e mi si stringe il cuore, poverette. Ieri una di queste mi ha salutato, ho risposto per educazione, chissà con chi mi aveva confuso, colpa dell’età avanzata, certo, a guardarla bene assomigliava tantissimo ad una mia compagna di banco delle medie, ma figuriamoci, non poteva essere lei, al massimo sua madre.

Mi piace interagire con i miei coetanei, scambiarmi “il cinque” con loro per una una battuta esilarante sulla crisi economica, e poi sono educati, spesso quando mi presento rispondono: “piacere di conoscerla signore”
Da vero ragazzo responsabile inizio a pensare al futuro, cerco di essere “avanti”, ho smesso di preoccuparmi del lavoro, adesso mi dedico a pianificare l’elenco degli hobby che coltiverò dopo la pensione, si ma, solo per essere previdente, solo per scrupolo, anche perchè a questa età voglio godermi la vita, infatti passo le serate a guardare in streaming i film che sono attualmente nelle sale. Ieri sera ho visto “non ci resta che piangere”, favoloso, secondo me avrà un bel successo di pubblico.

Sono spensierato, viaggio con i finestrini (semi aperti, molto semi, praticamente un filo d’aria per la sopravvivenza) ascoltando Radio 24 “a palla”
Ho rispetto del mio fisico, non esagero con l’alcool, si dai, a voi lo posso dire…sabato scorso mi sono “sballato” con una granita al tamarindo, però oh, mi raccomando, mantenete il segreto, comunque ho rimediato subito: la sera dopo ho cenato con una tazza di caffellatte e quattro fette biscottate Monviso. E alle 21:30 mi sono addormentato guardando “C’è posta per te”.

Ogni tanto parlando con il padrone del bar sotto casa mia mi sale il magone, appena iniziamo un discorso lui parte con “eh…bei tempi quando….”, e attacca con una filippica sugli anni migliori della sua vita (tipo quel giovane cantante alternativo…come si chiama? 5? 2?…ah no Zero, si chiama Zero), si vede che è una persona che vive di ricordi, e pensare che ha due anni meno di me, boh, quasi quasi una di queste sere lo invito a partecipare all’avvincente torneo di scopone scientifico con i ragazzi della bocciofila.

Ma la cosa che mi intristisce di più in assoluto è vedere questi “matusa” atteggiarsi a giovani di belle speranze. Dai, siete passati, out, ancien, rassegnatevi, fate largo a noi della nuova generazione, siete solo dei ridicoli a vestirvi con il piumino attillato, jeans scoloriti e le hogan rosse ai piedi, ma per favore, lasciate perdere, queste cose fatele fare a noi.

Noi del profondo ’70, gli ultimi ad avare il telefono a ruota della Sip, ma i primi a smanettare con il Commodore 64.

Da bambino chiedevo sempre quanto tempo ci sarebbe voluto per diventare adulti, adesso so la risposta: un attimo.