La bottega delle occasioni perdute.

Immagine presa da internet (come sempre)
Immagine presa da internet (come sempre)

Come alcuni di voi sapranno, sono reduce da due settimane di corso di formazione aziendale. Detto così potrebbe sembrare una cosa di una noia mortale, forse a tratti è vero. Ma alcuni argomenti che i formatori si sono prodigati ad inculcarci forzatamente mi hanno colpito.

Uno su tutti è il concetto di “zona di comfort”. La zona in cui ognuno di noi si sente fuori pericolo, dove il nostro istinto si sente al sicuro. Al suo interno non ci sono insidie, niente trucchi, musica giusta, sfumature giuste e soprattutto…ci fai entrare solo chi vuoi tu.
Un paradiso costruito su misura. Già…e rimanerne intrappolato è un attimo.

Perchè essere sotto l’effetto della morfina è piacevole, ma crea dipendenza.
E allora tendiamo a stare il più a lungo possibile nella nostra gabbia dorata,
E magari tendiamo a farci entrare sempre meno persone, e quando escono ci sentiamo sollevati. È la nostra coperta di Linus, la nostra zona consacrata, il nostro “fido, rinforzi” di Risiko.

Lì dentro siamo inattaccabili, invincibili, condottieri indiscussi del nostro tempo. Sarebbe da folli uscire allo scoperto, mettersi in discussione, confrontarsi e magari uscirne pure sconfitti. Si, da scellerati proprio.
E allora a volte ci capita di sprofondarci dentro, di cadere in una specie di depressione mentale dalla quale non abbiamo voglia di uscire. Non ce ne frega niente se fuori c’è “tutto un mondo da scoprire”, noi stiamo bene nel nostro mondo, nella nostra “zona rossa”. E senza rendercene conto rimaniamo lì, magari a scaldare i motori, senza riuscire ad alzarsi in volo, come lucciole dentro un bicchiere, come promesse mai mantenute.

I nostri rituali possono diventare la nostra condanna. Percorrere sempre le stesse strade, sedersi sempre sulla stessa poltroncina, guardare sempre lo stesso cielo. In questi giorni mi sono reso conto che se magari prendo il coraggio a due mani e sposto la mia reflex, la foto potrebbe essere migliore, o magari no, ma se non provo non lo saprò mai. Ho provato un paio di volte a mettere il naso al di là del mio cerchio rosso, e sapete…non è poi così male come pensavo, certo, le tigri pronte a sbranarti ci sono, ma poi impari ad evitarle. Come diceva William Shed “Le barche nel porto sono al sicuro, ma non per questo sono state costruite”. Capisci che forse la tua zona di comfort potrebbe espandersi un pò, magari potrebbe pure incontrare quella di qualcun altro, della tipa seduta al tavolo a fianco a te, per esempio. Potresti alzare lo sguardo, un passo oltre, potresti abbozzare un sorriso, un passo oltre, potresti dirle ciao e capire che sei lontano mille miglia dalla tua zona di comfort, ma non te ne frega niente, perchè lei ti ha risposto e non hai bisogno di chiedere i rinforzi come a Risiko. (Liberamente ispirato ad uno scambio di commenti con Vetrocolato)

Inutile fare gli ipocriti, non è facile stare la fuori, e sicuramente avere la nostra free zone è indispensabile, ma sarebbe un peccato rendersi conto un giorno che la nostra bottega delle occasioni perdute è colma all’inverosimile, perchè è frustrante vivere di rimpianti, avere sul tavolo un cumulo enorme di “se avessi” imprigiona lo sguardo e ci impedisce di vedere oltre. Sbriciamo oltre il confine, al di là del muro non ci sono solo avversari, ma anche un numero infinito di compagni di viaggio. Come ho già detto in altri post, siamo tutti animali sociali, creati per stare insieme a qualcuno, per contaminare i nostri confini.

Diamo pure a qualcuno quelle dannate chiavi per entrare nella nostra zona quando vuole. Perchè magari non ce ne siamo resi conto, qualcun altro lo ha fatto con noi.

E allora alziamo lo sguardo e abbozziamo un sorriso, che forse la ragazza del tavolo accanto non aspetta che questo.

“I nostri dubbi sono dei traditori che ci fanno spesso perdere quei beni che pur potremmo ottenere, soltanto perchè non abbiamo il coraggio di tentare.” William Shakespeare.

Esserci non è un dettaglio.

Ci sono, anche se sembra il contrario, sono qui. E intendiamoci, non lo dico per chi mi legge, lo dico per me, perchè ogni tanto devo ricordarmelo, perchè in questi giorni vivo in una realtà quasi parallela, una non realtà, una sorta di servizio militare nel quale sei quasi obbligato a farti piacere i tuoi compagni di viaggio e ammettiamolo, ci riesci pure discretamente.
Sono giorni strani, intensi, faticosi, giorni che sottendono grandi aspettative, ma proprio come durante il servizio militare, hai la consapevolezza che quando tornerai nella vita realè, ecco, si, lì saranno cazzi.

E allora te li godi, cerchi di marchiarti a fuoco più dettagli possibili, perchè quando ti volterai indietro a guardare, saranno quelli a ricordarti i momenti migliori.

Già i dettagli. Quegli inutili aneddoti, che si spegneranno lentamente, che pian piano andranno a perdersi nella nebbia, ed è per questo che dovremmo ricordarli spesso, per non farli ingrigire, perchè come tutte le cose a questo mondo, anche i dettagli sono legati a qualcuno ed è sempre un peccato lasciar andare qualcuno senza lottare, senza un fottuto ultimo disperato tentativo di trattenersi.

Si, questi sono i dettagli, piccoli pezzi sparsi di un mosaico che ogni giorno perde un paio di tessere.

Ecco, tutta questa paraventata era per giustificare la mia assenza, per lavarmi la coscienza se mi limito a dispensare qualche “mi piace” e nulla più, era per dire che ci sono, non lo sto dicendo a voi, era per ricordarlo a me stesso. Io ci sono. Sto soltanto facendo scorta di dettagli.

Una persona fondamentalmente sicura non si angustierà se dettagli o questioni minori si riveleranno contro le aspettative. Ma, alla fine, i particolari sono importanti, il modo giusto e quello sbagliato di agire si trovano nelle piccole cose“. Yamamoto Tsunetomo.

Cerca di battere il tempo giusto.

Questo è un post scritto in ritardo, perchè sono così, non mi adeguo a vivere in quattro quarti, spesso mi muovo in sei ottavi e non è sempre facile, non è sempre piacevole. Si perchè se non vai a tempo disturbi, se anticipi ti prendono per il culo, se suoni l’accordo alla battuta successiva storcono il naso, non sei credibile.

Ma come sempre me ne frego e allora eccomi, sull’onda di un’emozione che chissà da dove è uscita, a spendere un pensiero per un artista che ho vissuto, ma, a suo tempo non ho apprezzato, perchè anche lui viveva in sei ottave e allora era un delirio, uno troppo avanti (lui) e l’altro troppo indietro (io).

Uno di quegli artisti che quando lo senti cantare scuoti la testa, non vedi l’ora che scenda da quel maledetto palco, che sparisca dietro le quinte, lui e il suo ridicolo cilindro, i suoi abiti da buffone di corte. E si, ti infastidisce, non lo ammetterai mai, ma non sopporti le sue insulse filastrocche, già, quelle rime irritanti che ti inchiodano ad una realtà che non vorresti, si ti infastidisce perchè non si schiera, ma non rinuncia a denunciare lo schifo che ti circonda.

E allora prendo spunto da una poesia che lo celebra e in questo assurdo post nel cuore della notte mi lascio trasportare, che forse alle tre di notte posso permettermi di scrivere qualche stronzata in più. E se non posso…pazienza.
E allora trattengo un attimo il fiato per dirti che Agapito Malteni parte ancora da Torre a Mare con il locomotore sotto mano, e ci sale l’emigrante e passa da Taranto e Ancona, adesso c’è un nuovo capofortuna, ma non è cambiato granchè, stanno ancora fabbricando case e non smetteranno mai di farsi affascinare dai viaggi a Khatmandu.

No, lo vedi, non è cambiato un cazzo, e tu lo sapevi già, forse è per questo che te ne sei andato prima, si, forse questo è un mondo che vive solo in quattro quarti, perchè è più facile tenere il tempo, perchè non serve essere dei geni per stare “al passo”, perchè chi te lo fa fare di andare contro tempo, perchè se batti un tempo diverso se ne accorgono subito e difficilmente la passi liscia. E magari ti lasci trascinare dagli eventi.

Ma sai che ti dico? Forse loro non lo sanno, ma tu non sei passato, lasciali illudere e continua a sbeffeggiarli, che il tuo ghigno fastidioso è ancora qui, che alla fine avevi ragione tu, che quelli come me l’hanno capito in ritardo, ma quelli come loro non lo capiranno mai

Questa era parte della mia emozione, adesso è meglio mettersi a dormire, che domani devo fingere ancora di vivere in quattro quarti, ed è veramente una bella fatica. Perchè io mica ce l’ho il tuo coraggio.

Oh, dovunque tu sia, ciao Rino.

“C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo! Non ci riusciranno! Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni! Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera! Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale! E si chiederanno cosa succedeva sulla spiaggia di Capocotta.”(Prima di suonare Nuntereggae più durante un concerto del 1979)

P.s. Questo post avrei dovuto scriverlo il 2 Giugno, perchè 33 anni fa quella era la data, sono un pò fuori tempo. Pazienza.

Tutti gli incroci di via Marconi. (28/05/1974)

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Eccoti qua, quarant’anni domani e non hai nessuna voglia di fare bilanci e questo non è buon segno, no, assolutamente non è buon segno. Già, perchè i bilanci ti costringono a guardarti dentro, certo, puoi bluffare, ma avrebbe senso?

Eh no, caro il mio Francesco, sarebbe ora di darglielo veramente un senso e non solo a questo post. Ed è inutile che fai quella faccia, son quaranta, e pazienza se te ne senti venticinque, con tutto ciò che questo comporta, tipo, se cerchi di fare il giovane, essere alla moda, ti definiscono un hipster e non si è ancora capito se sia un complimento, ma così, a senso, non suona bene.

E allora, ogni tanto ripensi a quella casa in Via Marconi, dove tutto sembrava semplice e meraviglioso, che a sei anni forse lo era veramente, avevi tutte le scelte da fare, tutte le strade davanti, centinaia di incroci e possibilità, che via via si sono ridotte, ogni decisione comportava una rinuncia, una strada in meno, ma anche una speranza in più.
Ed è giusto così, la vita è fatta di scelte e di rinunce, di anni persi e momenti guadagnati, di persone che si perdono e nuove vite che si incontrano.
È l’idea di noi che saremo in grado di lasciare a renderci immortali, è ciò che di buono riusciremo a trasmettere ai nostri figli che ci farà capire che comunque vada ne sarà valsa la pena.

Capirai che con il passare del tempo le tue priorità cambieranno e a quarant’anni non hai molte scuse, devi sapere dove vuoi andare, non ci son cazzi, le persone si aspettano determinate cose da te e devi essere in grado di darle, o almeno devi dimostrare che ci stai provando. Seriamente. È il momento dei gesti concreti, non c’è molto spazio per le utopie fantasiose.
Questo è quello che vorrebbero da te. Ma non sanno che i tuoi sogni sono ancora là, che anche se proverai a soffocarli loro non ti abbandoneranno, che ci saranno sempre dei piccoli momenti in cui usciranno con un impeto sorprendente e ti costringeranno a non rassegnarti. A non abbandonarli.A non dimenticarti di loro.
Già, perchè ti renderai conto che esternamente le persone possono cambiare, ma la loro vera natura sarà lì a ricordare chi sono veramente.

E allora arrivare a quarant’anni non vuol dire un cazzo, le tue paure non svaniranno, le tue emozioni non ti lasceranno andare e quel nodo allo stomaco non scomparirà. E devi sperare che sia sempre così. Perchè sarebbe un peccato se accadesse davvero.
Si ok, non è stato tutto semplice, un pò di veleno lo hai ingoiato e un pò lo hai fatto ingoiare, hai imparato a non aspettarti granchè dai favori fatti, che spesso è più comodo far finta di adattarsi, che ci sono strade più comode per farsi dare un osso, ma che in fin dei conti le strade troppo facili portano sempre guai e l’osso potrebbe andarti di traverso, hai imparato che chi ulula più forte spesso è quello che ha meno ragione, che le tue convinzioni non hanno bisogno di conferme, che nessuno puo’ dirti cosa è giusto o sbagliato, che ci sono scelte facili e altre difficili e poi ci sono quelle che non troverai mai la voglia di fare. Hai imparato che le bambine che conoscevi sono già tutte spose e allora non è il caso di stare a perdere troppo tempo

Hai imparato che sei arrivato qui un po’ randagio e un po’ coccolato, con sentimenti asciutti e con temporali di emozioni, un po’ vigliacco e un po’ eroe, rinnegato, accolto, sfruttato, esaltato, giudicato e amato. Ma tutto sommato vivo.

Quindi France, rilassati, goditi il momento e anche se le cose non cambieranno mai non sarà poi così male. Alcune resteranno qui per sempre, proprio come quella casa in via Marconi. Perciò fa buon viaggio. E per questa notte, comunque, ancora, dovrai tirare avanti così.

“Quando si hanno vent’anni, si pensa di aver risolto l’enigma del mondo; a trent’anni, si comincia a rifletterci sopra, e a quaranta, si scopre che esso è insolubile.” August Strindberg, La saga dei Folkungar

Il volo del gabbiano.

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C’è un’età in cui inizia una spasmodica ricerca della felicità, non è una data precisa sul calendario, direi piuttosto che è una lenta presa di coscienza che comincia a farsi sentire , come un rumore di fondo, quasi impercettibile che cresce ad un ritmo costante, fino ad arrivare al punto di non poterlo più ignorare. Inizia da quando siamo bambini e non ci abbandonerà mai più.

A vent’anni ero convinto che la felicità fosse contenuta nelle grandi imprese, non c’erano mezze misure, era buio e luce, il caldo ed il gelo, il niente ed il tutto, disfatta e vera gloria. Il successo, quella era l’unica unità di misura della nostra felicità, di quanto riusciamo ad emergere dalla massa, di quanto la nostra persona si distingue dalle altre, di quanto la nostra aquila volerà in alto, di quante emozioni forti avremo nel più breve tempo possibile Tanto più avremo successo, tanto più saremo felici.

Crescendo ho imparato ad apprezzare le piccole cose, ho realizzato che la felicità non è contenuta solo nelle epiche imprese, ma risiede nei piccoli gesti quotidiani, è lì, alla portata di tutti, basta saperla cogliere.

E’ nella mattina che profuma di caffè, nella radio che passa una musica che vibra, nel rientro a casa la sera e avere qualcuno che ti regala un sorriso.

La felicità è nelle piccole emozioni, quelle in punta di piedi, nelle parole ascoltate al momento giusto, nelle grida dei bambini all’uscita di scuola, nella stretta di mano di un amico che ritorna. E’ in un libro letto seduto all’ombra di ciliegio.

Ho Imparato che la felicità è camminare in una pineta dopo che è piovuto, fare un viaggio in due cantando a sguarciagola, è un bambino che si addormenta fra le tue braccia, ricevere un messaggio inaspettato e stare ore con le bocche incollate al telefono a chilometri di distanza.

Ho imparato che la felicità sta in un foglio bianco da riempire di parole, in un mare in tempesta che ti fa bruciare i polmoni di libeccio e salmastro, nella tua città alle tre di notte silenziosa e ammaliante.

Ho imparato che la felicità è voltarsi e trovarla nel letto e passeresti ore a guardarla cercando di indovinare i suoi sogni

Ho imparato che la felicità non si misura in numero di successi ottenuti, ma in numero di attimi di gioia regalati a qualcun altro.

Ho imparato che la tua aquila non volerà mai più in alto se non ha il cuore di Jonatan Livingston.

Ho Imparato che la mia lotta per ottenere la felicità era un gioco troppo esagerato e spietato perchè il cuore delle persone come me potesse contenerlo senza esplodere. E allora ho iniziato ad apprezzare quel formicaio di piccoli entusiasmi, cambiando i miei modelli, realizzando che il valore di un gladiatore è pari a quello di Peppino Impastato, che per sentirmi un uomo realizzato non mi serviva l’approvazione delle folle ma il sorriso di mia figlia, non c’era bisogno di uno stadio pieno, era sufficiente un campetto di periferia, che per realizzare il grande trionfo ci sarà bisogno di infinite piccole, quasi insignificanti vittorie.

E allora vado avanti così, cercando di rimanere il più a lungo possibile nella mia provinciale semplicità.

“La vita è fatta di piccole felicità insignificanti, simili a minuscoli fiori. Non è fatta solo di grandi cose, come lo studio, l’amore, i matrimoni, i funerali. Ogni giorno succedono piccole cose, tante da non riuscire a tenerle a mente né a contarle, e tra di esse si nascondono granelli di una felicità appena percepibile, che l’anima respira e grazie alla quale vive”. Banana Yoshimoto, Un viaggio chiamato vita.

 P.s. per una strana coincidenza la mia amica PennyVLane ha scritto un pezzo, come sempre di grande spessore, che parla dello stesso argomento, non è stata una cosa concordata, ma mi fa comunque piacere menzionare il suo blog, perchè come direbbe lei…”E’ bello creare legami con persone che stimo. Oppure: se non la conoscete non sapete cosa vi perdete”.

La piadina degli addii.

addii

Ogni tanto succede che debba salutare qualcuno, talvolta per scelta mia, altre volte per scelta altrui.

Confesso, che fra le due ipotesi preferisco la seconda, si, è sicuramente meno impegnativa, magari ugualmente dolorosa, ma sapere che l’artefice di tale distacco non sono io mi rincuora.
Può sembrare un concetto egoistico, e forse lo è, però essere dalla parte di colui che subisce mi fa sentire meno responsabile, è un pò come dire “prendo atto della tua decisione, accuso il colpo, ma non posso farci niente”.
È una condizione in cui mi è capitato di trovarmi, non posso fare altro che stringere l’altra persona in un abbraccio e augurarle buon viaggio della vita.

Ma dover essere io a prendere questa decione, bhe, lì è un’altra storia.
Partiamo da un principio: odio gli addii. Siano essi amichevoli o burrascosi. Non trovo mai le parole giuste, balbetto, distolgo lo sguardo, cerco di stemperare la sacralità del momento con qualche battuta idiota. Le parole mi muoiono in gola soffocate da quel maledetto nodo che non ne vuol sapere di sciogliersi.

Ieri è successo. Solo che invece di salutare una singola persona, ho saluto un gruppo. E ammetto che nonostante mi fossi preparato all’evento in modo scrupoloso, cercando di studiare gesti ed espressioni, ecco, nonostante tutto questo…è andata malissimo.
Passare una giornata insieme a loro, scherzare davanti ad una piadina e parlare di progetti futuri con la consapevolezza che non saranno comuni, è stato quasi surreale.

Ci sono addii inconsapevoli, non mi riferisco alla perdita di una persona cara, ma a quelli che a pensarci dopo ti sembra strano essersi perduti così, chi l’avrebbe detto che quella sarebbe stata l’ultima volta che vi vedevate, a saperlo avresti fatto cose diverse, detto parole più prfonde e invece così non è stato e un po’ ti rode che quella persona possa portarsi dietro un ricordo di te così leggero. A pensarci bene, sono i migliori nessuno dei due lo sapeva e non c’è stato bisogno di dire altro.

Poi però ci sono gli addii concordati e quelli sono davvero tosti. C’è chi si prodiga in strette di mano, per trattenersi ancora, chi lascia un saluto veloce e se ne va senza voltarsi indietro, che se lo facesse non partirebbe più, chi si allontana con il viso voltato verso quelle facce, per imprimersi a fuoco nella mente quegli sguardi, chi tira su una valigia di speranze saltando in corsa sopra un treno.

E allora lo ribadisco: odio gli addii. Non credo alle promesse di un nuovo incontro, al giuramento solenne di conversare al telefono, dei “se passi da queste parti vieni a trovarci”. Frasi dette per alleviare il peso del distacco.

Io di solito ringrazio, lo faccio veramente con il cuore, perchè mi sento in debito, anche se loro soridono, anche se loro mi guardano e non capiscono, ringrazio perchè ho già la pena di star lontano, ringrazio per non dire “mi mancherai”. Ringrazio perchè abbiamo mischiato un po’ le nostre vite e, che lo vogliamo o no, non siamo più quelli di prima. Tutte le persone che abbiamo incontrato sono la risposta quando ci chiederemo se siamo esistiti per davvero.

E allora non mi rimane che mettere un sorriso preso a nolo e trovare la forza di dirlo, una volta per tutte: fai buon viaggio della vita.

Ogni stagione è legata all’altra, incontri e addii formano il cerchio, il sacro centro è la nostra armatura, dove tutto cambia, tutto è eguale. ”
Marion Zimmer Bradley, L’alba di Avalon.

P.S. Dedicato ad un gruppo di persone straordinarie con le quali ho trascorso due anni vissuti a pieni giri. Ragazzi…keep calm and tenete botta.

La forza della giugulare.

Un ringraziamento al team di “A più mani” per avermi coinvolto in questa avventura.

Dai cazzo !

cambiamento

In questi giorni sono nervoso. Ho preso una decisione che stravolgerà la mia vita lavorativa, Sarà giusta o sbagliata? Lo scopriremo solo vivendo.

Vi dico questo perchè sono un uomo e noi uomini siamo nervosi a modo nostro.

Abbiamo bisogno di  chiudersi in noi stessi, immaginarci scenari apocalittici e vagliare tutte le alternative possibili, di solito, tutte negative. I cambiamenti ci spaventano, anche se quello che abbiamo non ci fa stare bene, non ci rende indipendenti ed economicamente non ci fa vivere sicuri, la sola idea di rischiare e tentare un “svolta” ci spaventa a morte. Dobbiamo vivere momenti sottovuoto, lontano da consigli e critiche, restare noi e la nostra inquietudine e, diciamolo pure, ci piace anche un po’ sguazzare nei nostri labirinti mentali. E poi, un uomo tormentato è affascinante da morire, confessatelo.

Si, l’idea del cambiamento ci isola, ma ci rende anche più fragili, siamo un fascio di nervi, ma ogni tanto usciamo dal nostro buen retiro e veniamo a cercarvi, per essere spronati, ricuorati, perchè se noi ci tormentiamo nell’incertezza voi avete il compito di dirci che andrà tutto bene, anche se non ne siete completamente convinte, anche se forse siete più preoccupate di noi e per noi, ce lo direte, lo fate sempre, proprio nel momento in cui ne abbiamo più bisogno, arrivate voi.

Ci aiutate a scegliere i vestiti giusti, che noi non siamo molto abituati a fare il giro dei negozi ed abbinare i calzini con la cravatta, Fate le facce buffe quando usciamo dal camerino e noi, come novelli “Pretty Men” sbuffiamo e non vediamo l’ora di indossare nuovamente i nostri jeans scoloriti. Ma sono momenti indimenticabili, perchè accantoniamo la nostra angoscia e voi diventate le nostre complici.

A differenza vostra, non ci confidiamo con i nostri simili e se lo facciamo usiamo comunque un filtro, non riusciamo ad essere imparziali e ad aprirci totalmente. E poi, di solito, i nostri simili hanno i loro bei problemi a cui pensare e con i quali tormentarsi e sono già a posto così. Probabilmente non siamo abituati a gestire questa condizione, non ci capita spesso di essere nervosi, o almeno, non a livelli eccessivi e anche se non lo ammetteremo mai, è veramente difficile starci vicino in quei momenti. Soprattutto se non siamo pronti a parlarvene, perciò lasciateci borbottare da soli, sospirare, rispondere con monosillabi alle vostre domande, non fateci troppo caso, saremo noi che verremo a cercarvi. E sappiamo benissimo che ci sarete, che troverete le parole giuste, che a noi basterebbe anche un “dai cazzo !”, ma voi andrete oltre, ce lo direte a modo vostro.

Perchè appena vi guardiamo sappiamo di aver trovato il nostro buen retiro.

Non so se la mia sarà la scelta giusta, se vincerò la mia sfida, sono nervoso, irascibile, distratto, sto creando scenari apocalittici, ma niente paura, è tutto sotto controllo. Sono un uomo.

“Una delle più grandi scoperte della mia generazione è che un essere umano puo’ cambiare la propria vita semplicemente cambiando il modo di pensare”. (William James).

Sul filo tra le mosche e il Jackpot.

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Un po’ di tempo fa un’amica mi ha parlato della sua “strana” situazione sentimentale: é decisamente interessata (a dir poco) ad un uomo e, da quanto mi ha raccontato la cosa sembra essere corrisposta.

Ecco, ora vi chiederete cosa ci sia di strano. Niente, se non fosse per il fatto che entrambi non si decidono a parlare apertamente.

Certo, la situazione è più complicata di così, lui non è libero, ci sono amici comuni o comunque persone che hanno legami affettivi da entrambe le parti. Ok, tutto legittimo, non si discute, ma il punto sul quale ho riflettuto in questi giorni è che queste due persone non sono le uniche che conosco che vivono fra “color che son sospesi”. Esiste uno stuolo di “vorrei ma non posso” o addirittura di “e se mi dice no?”. Ecco, quest’ultima condizione mi colpisce ancora di più.

Si, perchè se nel primo caso posso capire che ci siano situazioni in ballo che fanno (giustamente) da deterrente, nel secondo caso è decisamente uno stato di limbo che in qualche modo è quasi rassicurante.

Sono i classici atteggiamenti di chi si accontenta del premio di consolazione piuttosto che puntare decisi al Jackpot. Ci basta vedere l’altra persona per un aperitivo, un caffè veloce o una cena informale (se siamo più audaci). E’ un rituale fatto di sguardi, parole non dette, sorrisi innocenti che coprono gli slanci di passione. E allora finiamo per abbrarciarci come buoni (finti) amici quando si avrebbe voglia di baci sul collo, mani nelle mani, bocche incollate. Si, quello sarebbe il montepremi finale, ma abbiamo paura di non meritarcelo, è molto più tranquillizzante galleggiare sulla nostra barchetta piuttosto che immergersi per ammirare i coralli dei fondali.

Ma quanto è faticoso, quanto autocontrollo dobbiamo usare e soprattutto, quanto è soddisfacente un rapporto in questi termini?

Ci sono tantissime persone che realmente preferiscono non avere una risposta, che non si dichiarano apertamente perchè non si troverebbero a loro agio con un “no” (ma a volte anche con un “si”) come risposta. Già, perchè avere un responso è cosa impegnativa, qualunque esso sia. Comporta responsabilità o comunque un cambiamento deciso nei nostri comportamenti futuri. Far capire in modo chiaro (e possibilmente inequivocabile) i nostri sentimenti è un rischio altissimo, perchè certe parole non hanno vie di fuga e una volta messe sul piatto non possiamo ritirare la mano. Ormai ci siamo esposti, il re è nudo e non ci resta che trattenere il fiato in attesa che la corte emetta la sua sentenza.

La consapevolezza che dopo non sarà più niente uguale, è questo che ci spaventa maggiormente, non tanto il risultato, che sia una grande disfatta o un’esaltante vittoria, avremmo irrimediabilmente cambiato la nostra situazione. Ciò non significa che dobbiamo per forza perdere l’altra persona, sarà semplicemente cambiato il modo di rapportarsi, ci saremo tolti la maschera, cosa non da poco intendiamoci, e possiamo dire di essere stati onesti con noi e con chi ci sta di fronte. Una cosa piuttosto rara, ve lo assicuro.

Personalmente sono un pessimo equilibrista e non riesco a vivere a lungo nell’incertezza, l’autoflagellazione non mi appartiene, preferisco un doloroso rifiuto ad un fastidioso “chissà”. Se provo interesse per un’altra persona lo si capisce quasi subito, certo, vado per gradi, piccoli passi per sondare il terreno, ma alla fine…salto. E come tutti, non è il volo a preoccuparmi maggiormente, ma le conseguenze dell’atterraggio.

Si, lo confesso, forse sono un maledetto egoista, me ne frego di essere sereno, io voglio essere felice. Il premio di consolazione non mi consola affatto, voglio il jackpot, a costo di tornare a casa con un pugno di mosche.

In alcuni casi storie d’amore bellissime non nasceranno mai e rimarrano incarcerate nel “preferisco così”. E poi venite a raccontarmi che chi si accontenta gode.

Forse è proprio questo il grande male che schiaccia l’umanità: non il dolore, ma la paura che le impedisce di essere felice.
Sándor Márai

Il nostro George non beve caffè.

padri-e-figli

 

I padri di oggi si vestono alla moda, son ragazzi cresciuti, con la barba strategicamente incolta, spingono passeggini variopinti e raccolgono migliaia di volte ciucci, scarpine, sonagli, pupazzi, cuscini e lattine di birra.

I padri di oggi fanno la gara delle tabelline e ci tengono a fare bella figura, ma su quelle del sette ogni tanto si perdono, ripassano i fiumi, gli egizi, i sumeri, il trapassato remoto e si sforzano di non ridere quando arrivano a Pipino il breve.

I padri di oggi conoscono la differenza fra bollitore e biberon, sono assaggiatori di minestrine, fanno l’aereoplanino con il cucchiaio simulando atterraggi di emergenza in bocche spalancate e vorrebbero intitolare una piazza all’inventore del bavaglino.

I padri di oggi tamburellano sulla schiena dopo la poppata, come fosse un djembe, tenendo il tempo come se stessero ascoltando Pour Some Sugar On Me dei Def Leppard e il ruttino entra perfettamente sulla rullata finale.

I padri di oggi spingono altalene e tornano a volare, sentono nuovamente il vento sulla faccia e lo stomaco che sale aspettando una spinta più forte.

I padri di oggi accompagnano i figli a scuola, sono sempre in ritardo, camminano veloci portando in spalla uno zaino niente male, imprecano, sbuffano, lasciano un bacio sulla guancia, si trattengono un attimo rubando un ultimo sguardo, tornano a casa fischiettando, chiudono il portone, si guardano allo specchio. Alcuni di loro hanno ancora lo zaino sulla spalla.

I padri di oggi si improvvisano ingegneri edili e fabbricano castelli di sabbia, spalmano creme protezione 50, fanno la spola ombrellone – bagnasciuga con un secchiello in mano, e si rivedono su una spiaggia che sembra ieri, certe volte sono ancora dei bambini con i braccioli.

I padri di oggi registrano la partita di champions per non perdersi l’esame di karate, sono agitati, incrociano le dita e trattengono il fiato sull’ultimo kata.

I padri di oggi non sono nostalgici, sono certi che i momenti migliori li stanno vivendo adesso, certo però che se vogliamo parlare di musica, non c’è scozzo.

I padri di oggi passano le notti facendo “le vasche” nel corridoio cantando Pippi Calzelunghe, con lo sguardo sognante, lo sbadiglio incessante e qualche strofa più bassa di un mezzo tono, ma sono sicuri che l’ascoltatore che stanno cullando non ci farà caso.

I padri di oggi scattano le pose con lo smatphone, ma non le condividono con nessuno, magari le usano come immagine per lo sfondo.

I padri di oggi sanno a memoria i palinsesti di Disney Channel, Boing, Super, Cartonito e il George che conosco loro non fa la publicità del caffè, ma gioca con Rebecca, Richard e Nonno Pig.

I padri di oggi sanno cambiare un pannolino con la stessa velocità dei meccanici ai box Ferrari con un treno di gomme. Spesso con risultati migliori e si stupiscono se qualcuno fa loro i complimenti.

I padri di oggi hanno il seggiolino in auto, le salviette sul cruscotto e guidano sbirciando i sedili posteriori dallo specchietto.

I padri di oggi ci stanno provando, ce la mettono tutta, nascondono le prove, odorano di bagnoschiuma, Armani uomo e latte cagliato. Spesso si sentono smarriti ed incapaci, combinano casini e alla fine chiedono aiuto.

I padri di oggi sono rilassati, per fortuna hanno sposato madri stupende.

“Non è difficile diventar padre; essere un padre, questo è difficile.”
Wilhelm Busch.

Un ringraziamento particolare a Ve lo dico in un orecchio per l’ispirazione. È sempre un piacere chiacchierare con lei.