Guardando verso Macondo

IMG_5298.JPG

Ci sono occhi che ti guardano e ti rimangono addosso.

Occhi che ti scrutano e ti si piantano sulla carne, non si scrollano più, ti scavano, ti costringono a tirar fuori le tue paure più inconfessabili, ti si incollano all’anima, come satelliti irrequieti.

Occhi in cui navigare, come mari calmi all’alba di un temporale, come le scogliere d’Irlanda, come vele spiegate in una giornata di maestraele, occhi capaci di calmarti, da tenere sotto al cuscino.
Occhi sinceri come sorrisi di madre, infiniti come arcobaleni costanti, graffianti come unghie sulla pelle salata, come sabbia sulle ferite mai risolte, come lingue che danzano sotto un cielo d’aprile.

Occhi come paure afgane, nascoste sotto al letto mentre fuori scoppia la notte, occhi di frontiere di terre sconosciute, di imprese, di voli in deltaplano sopra le vette del Tibet, che raccontano storie, pieni di persone come le ramblas di Barcellona.

Occhi che non sanno nascondere niente, come pareti trasparenti di musei improvvisati, di girasoli nei deserti dell’Arizona.
Occhi che parlano di Aureliano Buendia quando torna a casa. Perchè una volta nella vita, ognuno ha diritto di arrivare a Macondo. Ne ha diritto. Almeno una volta.

Ci sono occhi che ti si piantano nella testa, che non te ne liberi proprio, che è inutile anche provarci, che tanto, ti spogliano comunque.
Occhi arrabbiati, che ti vomitano parole, assordanti come un concerto degli Iron Maiden, che tirano schiaffi, che lanciano coltelli, che chiudono lo stomaco sfregiando il respiro, che lasciano lividi, che fottono i tuoi errori.

Occhi indiscreti, come porte socchiuse di un bordello parigino, sfacciati, di amanti scandalosi in oasi pubbliche, lascivi, di dita vogliose in luoghi sicuri.
Occhi che scatenano torbidi sospiri di mani dentro i jeans.

Sguardi di donne che se ne vanno senza voltarsi, ma lasciano gli occhi piantati nei tuoi, che spengono le luci dei lampioni alle due di notte.
Occhi traboccanti di imbarazzi smisurati, di lenzuola stese al sole di Amsterdam, di tuoni allo stomaco e fulmini sulle vertebre.
Occhi di “dio ma come sei bella”, di “abitami addosso, che una sola pelle non mi basta”.

Occhi eterni, come i passi a Trinità dei monti, pesanti da sostenere, di fatiche, di fiato grosso come un vento in salita, di giorni irreali come il Natale a ferragosto.

Ci sono occhi che non vogliono vederti, se ne fregano di quello, no, non ti vedono, loro ti guardano. E per una volta nella vita, lo trovi, il tuo Macondo.

Dagli occhi delle donne derivo la mia dottrina: essi brillano ancora del vero fuoco di Prometeo, sono i libri, le arti, le accademie, che mostrano, contengono e nutrono il mondo. William Shakespeare.

Hay magos, hay acrobates, hay juventud rebelde

Il mio giorno che non c’era.

IMG_5296.JPG

 

Sono uno in mezzo a tanti, trasparenti agli occhi dei passanti, qualcuno le attraversa con spiazzante indifferenza, ma loro rimangono impassibili e ci restano vicino. Le persone che ci fanno stare bene.

Restano con noi e ci aiutano a coprire i segreti, li chiudono a spranga senza fare domande. Sono il nostro riscatto da una vita spoglia, sono quelle che ci tirano via dalla periferia dei giorni grigi, danno un motore al nostro mistero per farci reagire, per non lasciarci morire tra un addio e un rinvio.

Sono loro che ci accompagneranno nella nostra corsa brada oltre il confine, stringeranno il nostro braccio mentre viviamo la nostra odissea alla ricerca di chissà che cosa, sono il nostro ballo di quartiere, la barca a vela dietro a un mare grosso di bufera, il respiro dopo aver stramazzato il fiato.

Sono tutte qui e altrove le persone a cui tengo davvero, sono mio padre che dice “se io non sono stato, allora cerca tu, di essere un grand’uomo”, sono io quand’ero un ragazzo di pianura a caccia di un tuono da calmare, sono coloro che mi hanno aiutato a fregare il mio destino mentre mi rubava nel frattempo tutti quanti gli altri me, sono quelli che mi accompagnano nei miei passi all’assalto di un sogno che forse non avrò mai, sono quelli con cui cerco di ingannare la sorte a mani nude, quelli con cui mi siedo un metro dopo l’orizzonte senza dirsi una parola.

Perchè voltarsi e trovarle lì, le persone che mi fanno stare bene, è come vivere un giorno che non c’era, come salpare piano da un molo, come vedere qualcuno che ti aspetta sul marciapiede con un tamburello, come ricevere un messaggio di contrabbando sul precipizio di una serata presa a calci, quando ti senti libero e servo, poco santo e troppo poco peccatore.
Come quando ti baci in bocca una sconvolgente verità.

Sono quelle di cui mi innamoro dentro casa, quelle con cui mi sento libero di sfilare la camicia da dentro i pantaloni, quelle che mi calmano con un sorriso, quelle che non lo sanno neanche quanto mi fanno stare bene, che mi ascoltano, mi prendono per i capelli ma solo per farmi tornare a respirare, quelle che “dimmi solo cosa devo fare”.

E allora vorrei tenermele strette le persone che mi fanno stare bene, perchè riescono a vedere il matto che c’è in me. E non lo giudicano. Seguono il mio vento. E non si lamentano. Perchè sanno che dentro me c’è un pò di un altro uomo. Ma se ne fregano.
Perchè mi somigliano le persone che mi fanno stare bene.
Perchè siamo storie di un secondo e allora quando ne incontro una, ci penso un po’, ma alla fine glielo dico: “Per fortuna che ci sei”.

A questo punto di solito metto una citazione più o meno famosa, giusto per darmi un tono, questa volta cito una persona che non conosco per niente, l’ho scoperta su facebook ed è stata una folgorazione. Lei si firma Sabi e la sua pagina è Via Paolo Fabbri 43.

“Mi piacciono quelli che viaggiano senza valigie.
Mi piacciono quelli che se ne vanno, senza permesso. Quelli che piangono e non ti dicono il perchè.
Mi piacciono quelli che perdonano e quelli che non piangono mai. O almeno così dicono.
Mi piacciono quelli dei romanzi rosa, che poi te lo immagini sempre il protagonista.
Mi piacciono gli eroi, quelli a cui non frega niente del “vivere o morire”, ma ci provano. Provano, col coraggio pauroso, a credersi forti.
Mi piacciono quelli che se ne vanno sempre e lasciano pezzi in giro.
[Sabi

Per essere un po’  meno soli.

Cercando un accordo in La minore.

IMG_5290.JPG

Questa è una storia cattiva, iniziata in una notte cattiva.

Una di quelle notti in cui cerchi il profilo della vita fra le cose sconosciute, e il buio serve a fantasticare, una notte in cui l’anima può gridare per risvegliare la tua coscienza dal torpore. Una di quelle notti in cui l’unica cosa giusta da fare è partire.

E ti trovi lì in mezzo fra peccatori e santi e tu non sei mica Dio, non cerchi niente, e rimani lì in bilico fra l’essere il boia o il condannato.
Una di quelle notti in cui devi scegliere se vivere e farti male o stordirti e ovattare l’inquietudine.
Perchè è sempre quello il punto: scegliere.
E ogni scelta comporta una rinuncia, è un compromesso che devi fare con la tua esistenza e alcune persone proprio non ci riescono a fare compromessi.

Scegli il vestito da mettere, le strade da percorrere, le persone da frequentare. E ti senti libero, o almeno, hai l’impressione di esserlo, che comunque non è poco.

Ma come dicevo, questa è una storia cattiva e in quella notte cattiva qualcuno scelse di vivere e farsi male, almeno quella sera e uscì da un locale alla moda, pieno di gente alla moda, con bicchieri colmi di cocktails alla moda.
Uscì con l’intenzione di vedere il mare, che poi, vedere il mare alle tre di notte in una sera di novembre non è neanche tutta questa bellezza, però era il suo modo di lucidare un sogno.
Ma quelli come noi ad alcuni sogni non possono neanche avvicinarsi, forse perchè troppo vicini al cielo o più semplicemente perchè c’è qualcuno che sceglie per noi, magari mimetizzato fra le persone comuni, magari nascosto dentro un Suv con gente che quella notte, come altre notti, ha scelto di affogare le sue paure dentro un paio di bottiglie di vodka. E all’incrocio dell’esistenza tira dritto. E investe il tuo sogno mandandolo in frantumi. E mentre sei lì a capire cose che ti sfuggono ti viene da sorridere pensando “cazzo…proprio stasera no!”.

No, io non c’ero, in quella notte cattiva ero altrove, a parlare di scemate a lucidare altri sogni, a cercare accordi in La minore, che era l’unico modo che avevo per rimanere a galla. Lo conoscevo bene il protagonista di questa storia cattiva e si, ok, non era un santo, ma come direbbe Vecchioni “se l’hai messo vicino a un assassino toglilo di lì Signore”, che in fin dei conti voleva solo vedere il mare alle tre di notte.

Non c’ero ma da quella notte ho cercato di aggrapparmi ai miei sogni più ruvidi, perchè questa è la vita che mi sono scelto, questa è la vita che mi seduce, come un’amante che mi scopa e mi addormenta e sparisce al mattino senza lasciare il numero, so che mi ingannerà, che mi leggerà la mano inventando nuove linee e nuove traiettorie, come le zingare da quattro soldi, non ne capirò il senso, non avrò il tempo di farlo, perchè il tempo è una dimensione che non riesco a gestire. Ma voglio continuare a rincorrere onde notturne e a dormire ancora un pò cercando il profumo del mare alle tre di notte.
E allora non mi resta che aspettarla con il cuore in gola e se lei continuerà a scoparmi pazienza. Io continuerò a farci l’amore. Con la mia vita che seduce.

Non so quante altre notti come quella ci saranno, quante altre storie senza uno straccio di lieto fine, davvero non lo so. L’unica cosa che posso fare è continuare a cercare un accordo in La minore in attesa di vedere l’alba che nasce ad oriente.

“La vita è fatta di rarissimi momenti di grande intensità e di innumerevoli intervalli. La maggior parte degli uomini, però, non conoscendo i momenti magici, finisce col vivere solo gli intervalli” (Nietzsche)

Accompagnato da questa.

Solo un sacchetto sul diaframma.

20140806-005541-3341658.jpg

Come quando ti volti e loro sono sparite, stavano lì, sul sedile del passeggero o sul sellino della moto, ti sei distratto un attimo e non c’erano più. Perchè le parole sono fatte così.

Si, loro spariscono, o magari ti rimangono piantate sulla bocca dello stomaco, e non sentono ragioni, restano lì si siedono e ti guardano.
Una volta un’amica mi disse: “dentro di me c’è una piccola Shirley Temple che mi osserva seduta con le gambe incrociate e la faccia seria”. Ecco, io su quella sedia ho il sacchetto delle parole perse, quelle non dette, quelle che sono state per un attimo sulla punta della lingua ma alla fine non hanno avuto il coraggio di fare il salto. Quelle che “volevo dirtelo da tanto”, “volevo dirtelo ma non ho fatto in tempo”.

Parlano di paure e di amori, di sconfitte e pianti inconsolabili e di persone, parlano sempre di persone le parole non dette. Sono quelle che raccontano di noi, frammenti dei nostri pensieri censurati e ricacciati giù in fondo, raccontano storie. Sono piene di “se lo dico poi succede un casino”, “se lo dico poi cambia tutto”, “se lo dico poi capiscono chi sono veramente”.

Ma nonostante tutto dobbiamo trovare un modo per respirare e quel sacchetto sul diaframma pesa sempre di più e allora siamo costretti a cercare uno stratagemma, a farle uscire in un modo o nell’altro. E alla fine lo troviamo. Nei silenzi.

Si nascondono lì le parole non dette. Nelle pause all’interno di un discorso, nei colpi di tosse strategici, negli “oddio” e negli “mi serve una sigaretta”, negli sguardi infiniti verso l’isola d’Elba, nei sorrisi fuori luogo, nelle mani passate fra i capelli. E sempre costantemente in ogni maledetto silenzio.

E impari a conviverci con i tuoi silenzi, a gestirteli, a cavartela da solo, che gli altri neanche immaginano quante parole non dette ci sono in quegli attimi assordanti. E anche se è contro il regolamento, vorresti regalare un pò dei tuoi silenzi, donarli a qualcuno, toglierli dai tuoi, che ne hai già avuti tanti.
E arrivano improvvisi quei silenzi, come il libeccio d’autunno, che non è mai il momento buono, che non eri preparato che adesso sì che avresti davvero bisogno di frugare in quel sacchetto e tirare fuori la parola perfetta.
Quella che sistemerebbe tutto, che porterebbe ogni cosa a suo posto, che se la dici succederà un cazzo di casino ma te ne fregherai.

Come quando mi volto e da qurant’anni le trovo lì, le mie parole non dette e i miei silenzi, e ogni volta sono diversi, ogni volta più pesanti. E ogni volta ci muoio un pò.

“”Gli uomini cantano quando le parole non bastano, quando non riescono a dirle, forse perché da sole sarebbero persino ridicole.”. Roberto Vecchioni.

Sopra un tram in Costa Rica.

20140801-225647-82607920.jpg
Foto presa dal web (tanto per cambiare)

Sono cresciuto all’ombra di una stazione e che mi piaccia o no, certi treni mi son rimasti dentro.

Non importa che siano stati treni presi o persi, l’importante è averli visti passare, guardati di nascosto o magari vissuti appieno. Come certi amori che incroci lungo il cammino. E non mi riferisco solo all’amore di coppia, ma a quella sensazione di benessere che provi quando una persona ti sta vicino, ti parla, ti urla contro, ti sorride, insomma, una persona che si lascia vivere.

E ognuno alla fine ama a modo proprio.

Non ci sono regole scritte, ma solo emozioni da gestire e puoi decidere se tenere saldo il timone o lasciarti naufragare, e in entrambi casi sarà comunque sorprendente ed imprevisto.

Li guardo gli amanti, immersi nel loro entusiasmo di passioni travolgenti, quelle eclatanti, quelle che ti sollevano, che ti scuotono dal profondo, che ” oddio mi manca il fiato” e poi magari ti scaraventano a terra facendoti sfracellare al suolo, si, perchè certi amori sono anche così, ma va bene comunque. Non è la partenza o la méta, quello che conta veramente è viaggiare.

Sono così, gli amanti, costruiscono rifugi e li proteggono, sono le baite in alta montagna sono le mani intrecciate in metropolitana, ladri sfacciati di baci e parole.

Li guardo gli amanti, quelli che si amano piano, quelli che si amano e lo dicono poco, quelli che si lasciano i biglietti sotto al paltò. che “si sentono” anche a centinaia di chilometri di distanza e non sto parlando di voce.

Gli amanti dei primi giorni, che si rubano i pensieri, quelli dei “incredibile, stavo per dirlo io”, o gli amanti che sognano da vent’anni, quelli dei “ti vedo ancora come quel lunedi, di una bellezza che fa male come la sposa nel vento di Kandinsky”.
Gli amanti che dissimulano sospiri in vagone rugginoso di un regionale qualunque, che si mandano le foto a distanza. quelli che “dio benica gli smartphone”, quelli che si spingono al muro sfinendosi di mani sulla pelle, che si concedono in modo sconveniente, che si corrono incontro sotto a un temporale, che prendono la metro ma hanno l’anima su una spiaggia in Costa Rica, quelli che “questa aurora dovresti vederla”, quelli che “toccami per farmi capire che esisto”, quelli che “dimmi che conto io per te, dimmelo spesso” quelli che “dimmi che mi ami, perchè non ho mai avuto nulla per cui lottare davvero”.

Sì, perchè i treni sono come certe persone, che ti attraversano la vita e rimani lì combattuto fra il fermarli e il lasciarli passare. Rilassati e goditeli che comunque ti resteranno dentro, che tu lo voglia o no.

“Se la tua amante è sincera e fedele, amala per questo; ma se non lo è, ed è giovane e bella, amala perché è giovane e bella; e se è piacevole e spiritosa, amala ancora; e se non è niente di tutto questo, ma semplicemente ti ama, amala ancora. Non si è amati tutte le sere.”. Alfred de Musset( Le confessioni di un figlio del secolo).

Per tutti gli amanti, intesi come persone che si amano.
Direi che è giunto il momento di scomodare zia Tanita. Con questa.

Come Marco Tardelli.

20140726-132825-48505126.jpg

Questo post nasce grazie ad un commento lasciato su questo blog da una persona che stimo molto.

Fumo e lacrime, un binomio indissolubile, due cose che non ti permettono di vedere con chiarezza la realtà, la intuisci, ne percepisci i contorni, ma non riesci a coglierla appieno. E secondo me non è un grosso problema.

Fumare e piangere, non si possono controllare, non ne andiamo fieri, ma fanno parte di noi, e se qualcuno ha da ridire, se qualcuno, per un motivo di cui non me ne puo’ fregare di meno, ha veramente da ridire, non so che farci, veramente.
Si piange e si fuma per le stesse cose, perche ci incazziamo, per darsi un tono, perchè siamo grandi. E fragili.
Si ecco, questo è il motivo vero. Si piange e si fuma per fragilità.

E le persone fragili non si riconoscono facilmente, non urlano, non sanno imporsi, muovono l’aria, ma lo fanno con rispetto, ridono, ma lo fanno nascondendosi il viso, non parlano, loro preferiscono ascoltare e prendere appunti, che potrebbe servire qualche frase ad effetto da tirare fuori al momento giusto, che poi…vai a trovarlo il momento giusto. Non controbattono, ma dicono “va bene” e ingoiano macigni.

Cantano, si le persone fragili cantano, e mentre cantano fumano, e piangono sull’ultima strofa de “La sera dei miracoli”.
Fanno cose strane le persone fragili, scrivono, ma lo fanno di nascosto, al riparo, e hanno ancora la Smemoranda del ’94 e ogni tanto la sfogliano e rivivono quell’estate, e magari non piangono, però si accendono una sigaretta.
Non fanno runore, non le senti arrivare e neanche partire e non fanno mai la differenza, come quella festa di fine anno a cui non sono andate e nessuno ha notato la loro assenza.

Amano, le persone fragili, ma non lo fanno vedere e nessuno saprà mai codificare la loro inquietudine, perchè loro sorridono e nascondono il viso e quello è il loro modo di dire “ti voglio bene…un po’ di più”. Stanno appese alle fermate del tram e sognano di perderlo, che magari qualcosa potrebbe cambiare. Ma non lo perderanno, lo sanno già e allorano nell’attesa fumano, piangono e nascondono il viso.

Camminano piano le persone fragili, si riparano al buio di portoni, studiano i passanti e si accendono una sigaretta e se ne stanno in silenzio ma vorrebbero urlare, si cazzo, per una volta vorrebbero urlare, come Tardelli, e uscire allo scoperto, con la loro maglietta azzurra e il numero 14 sulla schiena e non fermarsi, mandando a fanculo le lacrime e le sigarette.

Le persone fragili hanno una fottuta voglia di essere scoperte, hanno un bisogno disperato che qualcuno si prenda la briga di conoscerle. Veramente. Di spogliarle piano dai loro timori, di un qualunque angelo rinnegato, arrivato da chissà dove che si avvicina al loro orecchio sussurrando “io ti vedo”. E capire non c’è niente di così spaventoso nell’essere visti.

Forse non le vedi le persone fragili, o forse sono loro che non vogliono vedere te, nascondensosi gli occhi tra una lacrima e una boccata di fumo. Poi si nascondono il viso dicendo “va bene così”. E deglutiscono.

Ah si, quasi dimenticavo. il commento è questo “Mi hai fatto venire voglia di ricominciare a fumare, o di ricominciare a piangere, e, in fondo, non c’è molta differenza, sono due vizi e due cose “belle” alle stesso tempo, e tutte e due, se esageri, possono ucciderti.” E lui è Erre che, non a caso, ha smesso di fumare.

“La fragilità del cristallo non è una debolezza ma una raffinatezza.
Christopher McCandless

Sperando che ogni sera possa essere “la sera dei miracoli”.

Le libellule e il lampione.

20140719-221649-80209640.jpg

C’è un posto, appena fuori città dove le persone vanno a pettinarsi la vita.

È un parcheggio, di quelli con un solo lampione che a malapena ti permette di vedere oltre il vetro dell’auto, è il posto di coloro che riescono ancora ad assaporare emozioni. Di quelli che hanno ancora bisogno di frugarsi nell’anima.

Ogni città ne ha uno, è il posto adatto per liberare emozioni, che volano come libellule e si incontrano fra loro riconoscendosi fra mille.
Ci sono auto con gli amanti che si baciano, auto con dentro due amici da una vita che ascoltano i Jetrho thull con una birra sul cruscotto, auto gonfie di musica e di sere accellerate che si fermano a riprendere fiato, altre con qualcuno dentro che viene qui “a dar la nanna un pò ad un altro brutto giorno” (come dice il buon Luciano).

È il posto dei sogni interrotti, delle sigarette fumate guardando il carro dell’orsa maggiore, delle teste cariche di pianto appoggiate sul volante, degli “stavolta è davvero finita” e degli “è talmente bello che fa quasi male”, è il bicchiere di vino in una sera di luglio, il tempo passato a prendere a schiaffi i tormenti.
È la terra consacrata degli amori impossibili, delle mareggiate emotive, degli spruzzi di allegria, dei baci rubati i respiri condivisi e le parole non dette. Che in quel posto lì le parole non servono veramente a un cazzo.

È il luogo delle cose fuori posto, quelle che fuori da lì devi nascondere per essere “normale”, è il muro degli “Anna ama Luca” ma anche dei “Marco ama Andrea”, che lì i pregiudizi se ne vanno a fanculo, che tanto quel lampione non fa abbastanza luce per svelare le confessioni degli sguardi.

È il giardino dei sognatori, delle porte sbattute in faccia, dei pugni presi e mai ridati, del padre e della figlia che si tengono per mano, del ladro e del santo che giocano a carte, delle speranze di monetine lanciate nelle fontane.

È la nostra scatola nera, quella che si trova due dita oltre la parete del cuore, che non la vediamo, ma sappiamo che c’è.

È fuori città, ha un solo lampione, non potete sbagliare, se chiederete ai passanti e vi prenderanno per pazzi significa che siete sulla strada giusta.

Amore è tutto ciò che aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita,
verso tutte le altezze e tutte le profondità.
L’amore non è un problema, come non lo è un veicolo;
problematici sono soltanto il conducente, i viaggiatori e la strada.

Franz Kafka

Per entrare nel mio parcheggio, da sempre, chiudo gli occhi e metto questa

Quando Roberto sorride.

Per gentile concessione di Barby
Per gentile concessione di Barby

Il mio amico Roberto non si chiama Roberto, tanto per cominciare.

È un tipo strano, anzi, stravagante direi, muove le mani in continuazione, ma in modo delicato, come se fossero farfalle, le persone parlano con lui e intanto si scambiano piccole gomitate d’intesa fra loro. Lui fa finta di niente, ormai credo non ci faccia più nemmeno caso. E sorride.

Parla, parla in continuazione, non fa dire una parola e con un tono di voce alto, troppo alto, che la gente non riesce ad ignorarlo, e fanno una faccia infastidita, ma lui si fida ad occhi chiusi della gente. E sorride.

Roberto si veste da schifo, colori che non ci combinano un cazzo fra di loro, ma profumano di sole, però dai Roby, la maglia blu sui pantaloni gialli è un cazzotto in un occhio. La gente gli fa una foto e la condivide sui social commentando “oggi Fufy è in forma”. Lui si mette in posa. E sorride.

Roberto sa di fragola, a volte anche di panna, e ha le labbra di creme caramel, certi giorni è una torta mimosa, altri una crostata di mirtilli, la gente gli passa vicino, lo annusa e scuote la testa. Lui saluta. E sorride. Roberto, non fa sport, lui fa il tifo, si esalta, grida e si sbatte come un ossesso e non importa che sia una finale mondiale o una partitella fra scapoli e ammogliati, lui fa il tifo. Comunque. La gente si sposta e lo fa passare, non lo vogliono alle spalle. Lui va in prima fila. E sorride.

Roberto è biondo, cioè sarebbe moro, ma è biondo, si aggiusta il ciuffo e muove la testa e lo fa spesso, troppo spesso e mentre lo fa si guarda intorno e si guarda spesso intorno. E sorride.

Roberto lo conosco da una vita, siamo cresciuti insieme e ve lo posso assicurare, non è un tipo che sorride. Roberto è uno che si incazza. Si alza alle dieci, ma si sveglia dai suoi sogni un paio di ore più tardi, vuole avere sempre ragione, ma poi ci ripensa e chiede scusa, si contraddice è un tipo che ti tira le parole e il bagnoschiuma alla vaniglia.

Sulla parete verde della sua camera da letto c’è una frase di Ruben Dario che dice “Quando va il mio pensiero verso di te, si profuma”, si, dice proprio così e se guardi più in basso vedi la laurea in filosofia, ma devi guardare bene, perchè è semi coperta dal foulard di chiffon. E c’è anche il quadro di Oscar Wilde. E quello si vede benissimo.

Non ride Roberto, quando è da solo si lascia mangiare dai pensieri, e c’è veramente poco da ridere, perchè lui non è forte, gli stronzi sono forti, dice lui, e se ne batte il cazzo, vuole piangere quando gli pare.

Me lo ricordo Roberto, a fare la pista per le palline dei ciclisti su una spiaggia che mi sembra ieri, certe volte è ancora quel bambino pelle e ossa. E già allora me lo ripeteva spesso Roberto “Fra’ io in questo mondo non mi trovo”.

Probabilmente fu in quel periodo che iniziò a sentirsi a disagio.

E non si arrende, a suo modo si difende, no, non si è messo a tirare cazzotti, ogni tanto ne prende uno, ma non fa niente. Ha solamente imparato a sorridere. Della gente che rideva di lui.

Perchè Roberto che non si chiama Roberto non chiede mai niente, vorrebbe soltanto non aver bisogno di sorridere.

Roberto sono io quando me ne frego e esco di casa con la maglia di Charlie Chaplin, è mia madre quando sbaglia i congiuntivi nello studio del dentista, è mio padre quando canta le canzoni degli anni sessanta inventando le parole. È ognuno di noi quando ci sentiamo fuori posto e vorremmo sedere in ultima fila. Almeno per una volta. Una volta soltanto.

“Nessuno può essere libero se costretto ad essere simile agli altri.” Oscar Wilde.

Dedicato a tutti coloro che riescono ancora a dire “…ma si….’sticazzi”. Nonostante tutto.

Direi che questa ci sta tutta. Non cadete nella trappola, sostituite lei con un lui.

P.S. Un ringraziamento particolare alla mia amica Barby Di Cronache di un pigiama rosa per avermi regalato una delle sue splendide foto

Alice si è persa nel “Deserto”

20140706-105025-39025362.jpg

Lo ammetto, la Big City mi mette ansia, mi innervosisce un po’ e solo l’idea di doverci andare inizia a disturbarmi già da tre giorni prima.
Non è grandissima la mia Big City, no, non è Roma, neanche Milano, no, quelle sono davvero troppo Big per noi gente di provincia, non scherziamo, sono fuori dalla nostra portata, non riusciamo neanche a concepirne l’idea, troppa gente sconosciuta, troppe cose strane, ci sentiremmo fuori posto, come quando vai ad una festa con tantissima gente e cerchi disperatamente lo sguardo di qualcuno che conosci, giusto per sentirti un po’ a tuo agio. Ma nelle smisurate Big City qualcuno che conosci non c’è mai.

No, ci basta la nostra media Big City per farci sentire come se fossimo vestiti da metalmeccanici al raduno degli azionisti Fiat, e allora cerchiamo di nasconderci un po’, almeno, io lo faccio eccome, cerco il barretto fuori mano, dove fanno il panino classico dei posti fuori mano, accompagnato da un bicchiere di Coca che sa di Sprite e il caffè che sa di fosso.
Ieri mi sono spinto oltre, sono andato decisamente fuori mano, avete presente quelle strade di confine, quelle che sei ancora nel perimetro cittadino ma se lanci un sasso cade in un’altra provincia? ecco, quelle strade lì, che costeggiano i container del porto e i fumi della zona industriale, mi sentivo decisamente al sicuro, talmente al sicuro che al posto del solito panino scongelato a metà ho preferito cercare un posto qualunque per mangiarmi un piatto di pasta.

E girato l’angolo della raffineria che appesta mezza città lo trovo, “il deserto”, è il nome del locale, cazzo è perfetto, entro.

Solo che…era strapieno e ci saranno state una ventina di persone che smadonavvano aspettando che qualche stronzo si decidesse a liberare un posto. Almeno queste erano le parole del marchese Unto de Untis che attendeva davanti a me.
Come fanno un po’ tutti mentre sono in fila ad aspettare, inizio a guardarmi intorno e a studiare la varia umanità che affolla quel posto.
Niente tavoli singoli, solo tavolate di persone sconosciute fra loro che mangiano gomito a gomito e si passano la lanterna del vino.

E allora mi sono reso conto che nel giro di 60 metri quadrati ci saranno state 120 persone tutte diverse, e che in quel “deserto” avresti potuto trovarci chiunque, dal direttore di banca con la camicia inamidata al camionista con il tatuaggio di Padre Pio, dalla segretaria pettinata come Grace Kelly alla mignotta persa nei suoi pensieri con la forchetta a mezz’aria, lo sguardo verso il pontile e un sorriso a metà, che ricorda Lili Marlene dell’Alice di De Gregori, si la ricorda eccome.

Si ok, sorvolo, sulla cameriera che ti porta i bicchieri che ustionano e ti guarda come dire “ciccio, so’ usciti dalla lavastavoglie, che cazzo guardi” e tu pensi che al posto del brillantante abbiano messo la lava dell’Etna, sul fatto che ciò che devi bere lo decidono dalla cucina, e non si discute, si, ok, il mangiare lo scegli tu, ma non ti allargare. E allora ripieghi su una sicura frittura e quando arriva la tipa dei bicchieri esclama “cocco, è tua la piattata di paranza e scoppiettini?”….”ehm…si…”….”oh, guarda che se un è tua torno e te li levo anche se l’hai biascicati” (detto in dialetto). E così mangio alla svelta, incrociando le dita nella speranza che “la piattata” sia veramente mia, e cercando di capire che diavolo siano gli “scoppiettini”.
E il caffè, ecco il caffè te lo bevi nel bicchiere di vetro, non ci son cazzi e se ti azzardi un “in tazza per favore”, il Mastro Lido dietro il bancone ti guarda torto …”seee certo, in tazza…ma vaffanculo va”. E intanto distribuisce il ponce al rum come se piovesse.

E lì, in quel “Deserto” non importa a nessuno chi sei, non sono li per giudicarti, puoi vestirti in giacca e cravatta o con la tuta costellata di olio sudore e bestemmie, è uguale, la cameriera ti guarderà il culo comunque, l’acqua te la porteranno del rubinetto comunque e il caffè sarà nel vetro, sempre, comunque.
Si, è un pò il paese delle meraviglie, la cameriera è la regina di cuori, il ragazzo dell’acqua lo Stregatto e il barista il cappellaio matto, sicuramente ci sarà anche il Bianconiglio, magari è in cucina a far ballare i coperchi e le padelle, che ricicla gli avanzi di scoppiettini e ci fa un cacciucco. Lili Marlene la troverai sempre sempre seduta nell’angolo in fondo a destra, che guarda oltre i vetri, sospira, non mangia e risponde alle telefonate dei clienti. Ma tutto questo Alice non lo sa.

Come dici? Il caffè lo vuoi in tazza?…ma vaffanculo va.

Il deserto non è deludente, neppure qui, su questo limitare, dove comincia appena. La sua immensità sovrasta tutto, ingrandisce tutto e, in sua presenza la meschinità degli esseri si dimentica“. Pierre Loti

Questa è la mia Big City

In attesa di Atlantide.

Foto presa dal web, che l'ha presa...chissà dove.
Foto presa dal web, che l’ha presa…chissà dove.

Da qualche tempo a questa parte i miei post nascono di notte, o almeno, si affaccia qualche idea che metto in un cassetto sperando di ritrovarla la mattina successiva. non sempre è li ad aspettarmi, a volte c’è ma ha cambiato pelle.

Non sono sicuro che la notte porti consiglio, spesso porta qualche preoccupazione in più, ansie che durante il giorno riesci a mascherare perchè nascoste sotto la coperta degli impegni, del “va tutto bene” o dei “ci penserò domani”.
Ma di notte i pensieri escono allo scoperto, così come le nostre emozioni e si prendono gioco di noi togliendoci con forza le mani dagli occhi per costringerci a prendere coscienza del loro peso.
Si, di giorno ci trasformiamo in fuggiaschi, capaci di eludere qualsiasi forma di sorveglianza, ma al buio i posti di blocco non sono visibili e la nostra evasione termina nel commissariato delle decisioni non prese con una bella lampada da cento watt puntata negli occhi.

Ma pensandoci bene di notte siamo tutti un po’ meno bugiardi, forse perchè si ha l’illusione che sia tutto un sogno e allora ci lasciamo andare un po’ di più, convinti che il peso delle nostre parole possa dissolversi con il suono della sveglia. E ci viene più facile confidarsi, perchè la notte ha il potere di forzare un po’ di più la serratura dell’animo umano e ci esponiamo, ma raccogliamo anche pezzi di vita altrui, della persona che ci sta ascoltando, che prova magari le nostre stesse sensazioni e si sente altrettanto libera di raccontarci un po’ del proprio universo.
Quel buio è nostro complice rendendoci allo stesso tempo confessati e confessori. Come quando da ragazzo facevo il gioco della verità e quando era il mio turno chiudevo gli occhi, perchè se non vedo chi mi sta di fronte, forse neanche lui vede me e allora, per tre minuti netti, non esisto e posso mostrarmi per quello che sono, che appena li riapro è tutto superato ed è già il turno di quello a fianco.

Le mie amicizie più forti sono nate di notte, i miei amori più travolgenti si sono consolidati dentro gli abbracci dell’oscurità, i miei pianti più disperati sono esplosi con gli schiaffi del buio. Non credo siano semplici casualità.

Le persone di notte sono più trasparenti, si incontrano senza pregiudizi, si parlano, si raccontano, si perdonano i vizi. Da qualche parte ho letto che “la notte è una tasca rivoltata”, ed è vero. Non c’è bisogno di fingere, perchè nessuno ci giudica, ognuno porta in piazza le proprie emozioni, un pò sgualcite, rammendate, tutte quelle fragilità che di giorno rimangono sommerse. E non ha importanza se “la piazza” è un bar, una spiaggia, un’auto, una chat, vale tutto, si, di notte vale (quasi) tutto. Parli con qualcuno e te ne freghi se è un ladro, una puttana, un impiegato di banca o l’infermiera di un matto; di notte il conto in banca non serve ad un cazzo, siamo tutti sott’acqua, esploratori alla ricerca di Atlandide, e la troviamo, incredibilmente la troviamo, nella pazienza di qualcuno che ha voglia di ascoltarci. Protetti dall’oscurità entriamo nel “Bar della rabbia” e lì scopriamo che ce ne sono altri, e sono tutti in attesa, e aspettavano noi. Perchè di notte qualcuno che aspetta lo trovi sempre e per stabilire un contatto non serve granchè, basta un fischio, un gesto con la mano, un sorriso, un click su “invia”.

Noi uomini di notte siamo più veri, più sinceri, più liberi di manifestarci per quello che siamo, senza la fatica di doversi mostrare forti a tutti i costi.
Perciò che siate nostre amiche, amanti, fidanzate o impiegate dell’agenzia delle entrate, fateci parlare, approfittate del nostro momento di tregua dalla battaglia e, se potete , fate in modo che ciò che ascolate nel miglio verde rimanga nel miglio. Noi lo faremo, statene certe.

E adesso….”click”.

“Di notte si ascolta molto meglio il mondo, perché il sapore del mondo se n’esce forte, acre, profondo. Di notte le cose parlano. Di notte gli uomini ascoltano e le cose parlano. La notte è il tempo dell’impercettibile. Ci sono colori nella notte. Ci sono tutti i colori del buio. Ci sono incontri nella notte. Ombre che diventano giganti, così grandi che ci sembra di non avere le braccia abbastanza lunghe per poterle abbracciare.” Mario Pollo.