Sono Salvo in mezzo al mare.

Marco-DAnna-©

Non sanno neanche il mio nome, qui tutti mi chiamano Salvo lo scemo. Ridono prima ancora che inizi a parlare, qualunque cosa riuscirò a dire non la prenderanno sul serio. E allora, tanto vale, continuare ad illuderli, che si fa meno fatica ad assecondare le aspettative della gente, sono tutti più sereni se ascoltano ciò che si aspettano di sentire, vanno a dormire più sicuri se non mettono in discussione le loro convinzioni. Perciò, chiamate altro pubblico a battere le mani, lucidatevi il sorriso e la coscienza che anche stasera tirerete un sospiro di sollievo scoprendo di essere normali. Salvo lo scemo è appena entrato nel locale.

Non sanno neanche il mio nome, ma hanno la certezza che le mie storie strampalate siano solo una capriola della mia mente. Quando racconto di aver visto serpenti e draghi alati, vulcani e cacciatori di tesori, le risate si spandono nell’aria, come fanno gli incensi per le strade dei mercati d’oriente. Ridono di me. E io di loro.
Non immaginano neanche che i serpenti siano le cime delle navi da crociera e i draghi alati le vele di un vascello lungo le coste dell’Egitto. I vulcani sono le ciminiere dei battelli a vapore e i cacciatori di tesori i marinai dei pescherecci di marlin. Mi fanno bere vino rosso, annebbiano la mia mente. E io la loro.

Non sanno neanche il mio nome e neppure il mio vero paese, sono arrivato dal niente e dal niente ogni sera svanisco. Io sono la loro immaginazione, il loro bisogno di sentirsi al sicuro.
Nessuno saprà mai quanti mari ho attraversato, su barconi che sembravano casse di legno gettate fra le onde, casse di legno piene di lettere mai spedite. Buste sgualcite e immacolate con dentro una storia assurda e tremenda da raccontare, con sogni e speranze che non vedranno mai la luce.
Storie di amori in fuga da guerre non volute, da tormenti immeritati. Nessuna di quelle persone che ridono di me ha la forza di immaginare quanta gente ho visto farsi inghiottire da quelle acque, calme e crudeli. Quando galleggi a un secolo e tremila miglia dalla costa, dove tutto il tuo passato è un inutile fardello, serve solo a far affondare la tua barca un po’ più giù. Tutti quegli attimi di vita vera vengono spazzati via da quella brezza, che pare sospinta da un’orchestra di fiati. E fra un assolo di clarinetto e uno di sax, vedi persone con gli occhi identici ai tuoi, quegli occhi che si ostinano a cavalcare un ultimo barlume di vita. Quegli occhi che non si arrendono mentre continuano a scivolare verso le profondità dell’inferno.
Tu sei lì, immobile, non hai la forza di far entrare aria nei polmoni. Puoi solo tenerti aggrappato alla speranza di non essere tu il prossimo.

Sono pensieri che non mi abbandonano, quel mare caldo e spietato non mi abbandona.
Mi chiamano Salvo, ma da certi viaggi non ti salverai mai. Non sopravvivi a certi sguardi, certi sguardi ti tagliano la mente. E quell’odore, l’odore dei barconi, l’odore della paura, delle grida soffocate. Come se il terrore di morire sprigionasse l’aroma dell’anima. Come se tutte le emozioni che hai provato avessero un profumo inconfondibile, quasi eterno, quasi insopportabile.
In mezzo a tutte quelle onde disperate toccare terra è solo un inutile diversivo.

Da quei viaggi non fai più ritorno e anche se continui a fingere di sopravvivere, non puoi fare a meno di pensare che ne sai più della morte che della vita. E questo è un pensiero che non ti lascerà mai andare via. Non mi sento un sopravvissuto, non c’è niente a cui dover sopravvivere, quella è stata la fine di tutto. Quello era il buio e la luce, il tutto ed il niente, quella era la fine del mondo, di tutto quel mondo che avevo conosciuto fino a quel momento. Poi mi sono ritrovato sulla riva, in qualche modo c’ero arrivato, quasi che la morte mi avesse masticato e poi sputato via la buccia. Perché, in effetti, è rimasta giusto quella, giusto la pelle, senza polpa, senza nient’altro.

E allora racconto storie assurde di serpenti e draghi alati, che è l’unico modo che mi resta per parlare con la gente, Perché non esiste una strada alternativa, perché come faccio a raccontare tutto quello che ho vissuto, perché quelli come me li chiamano clandestini e disperati. E come glielo dici a tutta quella gente che non siamo clandestini, almeno non più di quanto lo siano loro con la vita. Non siamo disperati, non siamo più niente. Passiamo i nostri giorni, uno dopo l’altro, come lupi esiliati dal branco.

Non sanno neanche il mio nome, come potrebbero saperlo, a momenti faccio fatica anch’io a ricordarlo. Ogni tanto affiorano ricordi come palloncini sfuggiti al carretto del luna park.
Ricordo la partenza da Zuara, ricordo una barca alla deriva, ricordo una terra nuova e sconosciuta con persone che parlavano una strana lingua, antica. E sconosciuta.
Ricordo la fuga, da un recinto che puzzava di disinfettante e coscienze da lavare, come se quel posto servisse più a chi l’aveva costruito che a noi chiusi lì dentro. La fuga in una notte che dio la mandava giù a dirotto e che mi ha portato qui. Il resto è tutto confuso, il resto è solo acqua.

Mi chiamo Antonio, forse. Sono ancora in mezzo al mare e non ce la faccio a ritornare, ci resterò per sempre, che per attraversare certi mari non conta quanta forza metti nelle braccia, conta solo la volontà di volerlo fare. Io quella volontà non la voglio più trovare. Ma voi non ci fate caso, continuate a farmi bere vino e a ridere di me. Io continuerò a farlo di voi. Che questo è tutto quello che mi resta. Questo è l’unico modo per fingere ancora di essere Salvo.

Se le onde si mettessero a riflettere, crederebbero di avanzare, di avere uno scopo, di progredire, di lavorare per il bene del Mare, e finirebbero coll’elaborare una filosofia sciocca quanto il loro zelo”. (Emil Ciora).

Certe onde non ti abbandoneranno mai. (Onde – Ludovico Einaudi)

La rosa e il tulipano.

rosa gialla

Giovanni attraversa mezza Europa con la sua bici a 12 rapporti. Lo fa ogni mattina da oltre quindici anni e ancora non ne sente la fatica. Scende in strada con un sorriso indefinito. Ma non è l’unico ad averlo.

Esce alle 7 e 41, in punto, dal suo bilocale di via Roma numero 9, percorre i quattrocento metri che lo separano dall’incrocio con via Londra, facendo un cenno con la mano a Piero seduto al tavolo del bar Marilena, con un budino di riso, un cappuccino scuro e la Gazzetta aperta alla pagina del Milan a fargli compagnia. Anche se lui tifa Fiorentina.

Giovanni imbocca via Madrid, alla fine della discesa rallenta e manda un bacio a Rossella che sta in piedi, con il telefono all’orecchio, davanti alla porta della sua merceria. Quel bacio è talmente forte che interrompe il flusso dei pensieri. E la telefonata di Rossella.

Poi, per fortuna, arriva al numero 5 di via Bruxelles, con un po’ di fiatone, qualche caloria in meno dentro allo stomaco e qualche illusione in più dentro alle tasche.
Appoggia la sua bici vicino alla porta di ingresso, gira la chiave nella toppa, sorride e finalmente apre il suo negozio di fiori. Sono le 7 e 58, in punto, come tutti i giorni. E questa è una vera fortuna.

Giovanni ha 38 anni ma ne dimostra almeno 41, si veste come se ne avesse 54 e parla come un ragazzo di 19. Uno di quei ragazzi con i sogni che profumano ancora di incoscienza e pane fresco, quelli che si sentono felici davanti ad un quadro di Monet e piangono sulla scena finale de “L’attimo fuggente, Uno di quei ragazzi che hanno il loro mondo chiuso lì, in quel punto preciso, a metà fra il polso destro e l’infinito.

Giovanni è strano, sì, è decisamente strano, ma sfido chiunque a trovare qualche innamorato che non lo sia. Ama Marta e la ama talmente tanto che si è dimenticato di farglielo sapere. Perché l’amore è così, ti fa scordare tutto il resto, mangi poco e ridi spesso, ti dimentichi le chiavi sul sedile e ti lavi i denti con la schiuma da barba, piangi e non sai perché e quasi vivi temendo una sventura. E non sai quale.
Ama e basta, perché non gli costa fatica farlo, perché quella strana sensazione lo culla, come il rollio di una barca a remi ai bordi del porto. Ama di un amore fantastico e disperatissimo. Uno di quegli amori come i gelati d’Aprile, benedetti dal sole come i panni stesi. Un’amore un po’ smarrito in questo traffico di cuori.
Ma quanti amori sono appassiti in attesa del giorno giusto in cui sbocciare, se ne accorgeva ogni volta che guardava i tulipani, quelli che metteva in vetrina, fra le gerbere e l’ anthurium. In ogni mazzo c’era sempre un tulipano che rimaneva chiuso, succedeva sempre. Ce n’era sempre uno che non aveva avuto il coraggio di mostrarsi, preferiva restare nell’ombra, continuare a sognare indisturbato il momento giusto in cui uscire allo scoperto, rinunciando a tutto quel mondo che non smetteva un attimo di girare. Rimaneva nel suo guscio, stringendosi le ginocchia al petto, contando fino a dieci ma nell’attimo esatto in cui decideva di squarciare il suo silenzio c’era sempre qualcosa che lo faceva desistere. Un rumore, un’ombra di inquietudine, una nuova ondata di incertezza che alzava di un metro l’innaturale barriera al volo dei sogni.

Giovanni aveva molti amici, ma soltanto Vittorio contraccambiava la cosa. Vittorio abitava al primo piano, proprio sopra al negozio di fiori di Giovanni, aveva un cane, due figli e una moglie, entrati nella sua vita in questo ordine preciso. Vittorio sapeva tutto di Giovanni, spesso si rendeva conto che conosceva più cose sul suo conto che su quello di sua moglie. Ma questo pensiero non lo disturbava, anzi, in fondo lo rassicurava. Conoscere ogni singolo pensiero della persona che hai sposato non sarebbe esattamente un privilegio. Vittorio e sua moglie erano sposati da dieci anni e continuavano a scoprirsi a piccoli sorsi. Erano felici. Decisamente felici.

Da oltre un anno Giovanni stava lavorando al suo progetto segreto: creare una rosa che non sfiorisse mai. Oggi, alle ore 11 e 47, in punto, poteva finalmente considerare realizzato il suo sogno. Ce l’aveva fatta! La sua rosa gialla Amber Queen, grazie alla miscela di concimi e fertilizzanti che lui stesso aveva creato, non perdeva i petali da oltre un mese. Il colore giallo intenso era rimasto intatto e il profumo di mosto e tabacco inalterato.

Corse da Vittorio, come fanno i bambini verso il chiosco dei palloncini, con un misto di soddisfazione e incredulità, la stessa che dimostrò Vittorio nel vedere quel prodigio della natura.
Rideva Giovanni, di una risata croccante, che riempiva l’aria di polline e appannava i vetri del negozio. Rideva perché era giunto il momento, finalmente poteva smettere di essere il tulipano sbagliato del mazzo. Finalmente avrebbe avuto qualcosa di concreto da far vedere a Marta, qualcosa che la meravigliasse davvero, come il pagliaccio a molle che salta fuori dalla scatola quando apri il coperchio. Che sul momento un po’ ti spaventi, ma l’attimo dopo non puoi fare a meno di sentirti felice.
Perché per Giovanni l’amore era questo: un equilibrio perfetto fra spavento e incredulità.

Prese la rosa fra le mani, come si fa con le bolle di sapone, e andò senza indugiare verso i 150 metri che lo dividevano dal negozio di bomboniere. Furono i 150 metri più lunghi della storia. Se ci fosse stato un record negativo di tempo da battere, lui l’avrebbe battuto. Ogni passo era una coltellata all’asfalto e una tonnellata di paura al cuore. Gli sembrava di non arrivare mai, pareva quasi che il traguardo si allontanasse di qualche metro ad ogni falcata, come quando nuoti stremato verso riva e hai l’impressione che le tue bracciate ti spingano indietro. E ti viene un po’ di ansia, altroché se ti viene e quasi quasi ti lasceresti andare alla deriva. Altroché se lo faresti.

Giovanni non si arrese, arrivò davanti alla vetrina e benché fosse giorno pieno i lampioni della città si accesero all’unisono. Lui non ci fece caso e varcò la soglia, accolto da un profumo di caramelle al lampone e olio di mandorla.
Ci fu un silenzio quasi irreale, come se l’intero quartiere assistesse muto allo scatenarsi delle emozioni.
Era quasi primavera, ma per le strade ci fu uno sciame di foglie arrivate da chissà dove, come se quel momento non ci combinasse niente con il resto dei minuti. Era un accordo jazz ad un concerto per violino. Un qualcosa che non ti aspetti, Era la banda di paese il martedì mattina.

Non ha importanza sapere come sia finita la storia fra Marta e Giovanni, non ha importanza neanche sapere se sia mai iniziata, l’unica cosa che conta davvero è che ci sia ancora qualcuno disposto a sognare, a rompere gli schemi della propria esistenza. Conta soltanto che ci sia ancora, da qualche parte, un esercito di eroi romantici che non si rassegnano ad essere il tulipano sbagliato del mazzo.

Ogni mattina, da oltre quindici anni, Giovanni esce di casa alle 7 e 41, in punto, attraversa mezza Europa in bicicletta e arriva al suo negozio di fiori alle 7 e 58, in punto. E questa è una vera fortuna.

Da un mese a questa parte, ogni mattina il suo amico Vittorio esce di casa alle 7 e 50, in punto, con una rosa gialla Amber Queen nuova di zecca, scende due rampe di scale e con la chiave che Giovanni nasconde sotto il vaso delle begonie, entra dalla porta sul retro. Si dirige con passo leggero verso il tavolo di legno verde, toglie la rosa che Giovanni tiene nel vaso con la miscela di concime e fertilizzante e la sostituisce con la sua, nuova di zecca. Alle 7 e 55, in punto, esce dal negozio con la convinzione assoluta che, prima o poi, Giovanni la troverà davvero la rosa che non perde i petali. Sale le scale e torna a letto, con un sorriso indefinito. Ma non è l’unico ad averlo.

Certi sentimenti vanno scartati lentamente come fossero caramelle sconosciute, con il sapore che ti resta a lungo sul palato (Candy – Paolo Nutini)

Teresa con le luci accese.

LA-RINASCENTE

Teresa prende l’ascensore, vorrebbe solo sprofondare e invece sale al terzo piano e si ferma davanti al suo portone. E’ stata un’altra serata in cui si è fatta male, di quelle che non si abitua mai a sopportare, di quelle in cui passa un’altra mano di vernice e cemento sopra al cuore.

E’ stata un’altra serata passata con qualcuno di cui davvero non gliene poteva fregare di meno. Un tipo conosciuto dentro un pub, di quelli che fanno poche domande perché non voglio essere costretti a dare anche loro risposte. Che poi, di certe risposte, davvero non sanno che farsene.
Un tipo comune, mimetizzato fra la gente, con un’auto normalissima e una casa altrettanto normale. Uno di quegli uomini che non fanno niente per farsi notare, che non ti sconvolgeranno la vita. Quelli che già lo sanno che non ti fermerai a dormire, non se lo aspettano. In una parola: rassicuranti.

Teresa ha imparato a scegliersi le persone, senza dare niente e senza aspettarsi niente in cambio, era così che voleva vivere: senza nessuna fottuta emozione da cavalcare. Voleva una vita circondata di persone di passaggio, che non avevano pretese o aspettative. Persone da lasciare andare, che arrivano, restano lo stretto indispensabile e svaniscono senza lasciare tracce né ricordi. Ma è sempre meglio che non avere niente.

Teresa è vita-repellente, ha indurito la sua armatura e affilato le sue armi, forse molto più del necessario. Ha scelto di essere impermeabile ai turbamenti dell’anima, di lasciare in un angolo la forza destabilizzante delle passioni travolgenti. E’ molto meglio così, si ripete spesso, decisamente molto meglio così. Ha visto troppe volte dissanguarsi la sua anima, senza poter far niente. Impotente spettatrice di una malattia senza cura, come un’infermiera che assiste allo spettacolo di un martirio.
E’ decisamente molto meglio così. Se lo ripete spesso.

Ha deciso di uscire dalle traiettorie irrazionali delle attese palpitanti, quei tumulti del respiro, come alla sua prima cotta, che si teneva su le calze perché i suoi sarebbero potuti rientrare e guardando gli occhi del ragazzo che stava con lei si convinceva che quello sarebbe stato il suo amore perfetto.

Ma l’amore perfetto è solo un inganno della mente, una convinzione irrazionale e irragionevole che ci soffia aria nei polmoni e strappa carne viva da qualcosa che ci batte sotto il petto e più ti illudi, più ne strappa, fino al punto di essere costretto a farne a meno. Fino al punto di essere costretto a correre ai ripari. Fino al punto di doverlo barricare dentro ad un qualcosa che somiglia molto ad acciaio e cemento armato.

E allora arrivi al punto di doverti proteggere in qualche modo e mandi giù il peso delle illusioni, continui ad inghiottirle. Le spingi in fondo, dove nessuno guarda mai, come si fa con i giorni che vuoi dimenticare, quelli dei sentimenti incompresi. Li nascondi nel seminterrato della tua esistenza e speri che nessuno scenda fin laggiù. Che in certe profondità non si trova mai niente di davvero interessante.

Teresa si decide ad entrare, ha bisogno di togliersi di dosso l’odore di quella sera da dimenticare, una delle tante. Le luci della sala l’attendono quasi impazienti, le piace trovarle accese quando rientra, come se ci fosse un motivo che continua a rinnegare, come se ci fosse qualcuno ad attenderla davvero. Si siede sul divano e pensa che in fondo ci vuole poco ad ingannare le persone, è sufficiente non fare domande e passare una nuova mano di vernice e cemento sopra al cuore.

E se per un maledetto caso del destino dovesse passarle davanti agli occhi un sussulto di passione, non c’è da spaventarsi, basta volgere subito lo sguardo ed entrare in una nuova sera da dimenticare, che in fin dei conti è soltanto il percorso meno rischioso per farsi male senza morire.

Dalle casse dell’impianto hi-fi esce “You’ll follow me down” degli Skunk Anansie. E qualcosa significherà.

Nell’umanità la regola − che naturalmente comporta delle eccezioni − è che i duri sono dei deboli di cui gli altri non si sono curati, e che i forti, preoccupandosi poco che ci si curi o meno di loro, sono i soli ad avere quella dolcezza che il volgo scambia per debolezza.(Marcel Proust – Sodoma e Gomorra)

Il paradiso alternativo.

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Se abbassate un attimo l’amplificatore, se guardate bene fra le pieghe delle strade, se sfiorate con le dita le insenature dell’indifferenza, forse riuscirete a vederle. Le persone silenziose.

Sono quelle che non si notano mai, quelle di cui dimentichi l’esistenza appena si allontanano, quasi superflue agli occhi di chi si sente al centro della scena. Sono le figure nascoste dietro il sipario, che ringraziano con gli occhi un dio che non si vede, quando il pubblico applaude soddisfatto.

Sono i tatuaggi sottopelle, la foto chiusa a chiave in un cassetto. Le persone silenziose sono aeroplani sopra il Tibet con la scatola nera dentro al diaframma. Sono quelle di cui non noti l’assenza, che se ne vanno senza lasciare vuoti, come se non ci fossero neanche mai state.

Sono quelli che non ti cambiano la vita, come i discorsi sui problemi di qualcun altro, Le persone silenziose non si espongono, non dicono la loro, non prendono una posizione, ma non perché sia più comodo, ma per il timore di disturbare. Loro sono i facili bersagli, quelli con la rabbia caricata a salve, sono le bandiere lanciate contro il carro armato. Sono bolle di sapone, nate nella galassia delle spine.

Le persone silenziose parlano con gli occhi, usano gli sguardi come un bisturi nell’anima di quelli che alzano il volume, Non parlano per proteggere i loro pensieri vulnerabili, quel mondo di vetro in mezzo a palle di cannone. Hanno un cuore di cristallo e non si contano le volte in cui è andato in frantumi e ogni volta è sempre più difficile ricomporlo, ogni volta impiegano più tempo. Ogni volta manca un pezzo.

Le persone silenziose hanno i sogni sepolti sotto tonnellate di paure, contano i giorni che li separano da un sussulto di attenzione, vorrebbero sentire il peso di un sorriso sconosciuto. Hanno una giostra di emozioni da donare. Vorrebbero squarciare quel silenzio di cattedrali e mettersi a gridare che loro esistono da sempre, anche se sono trasparenti.

Le persone silenziose scrivono lettere a nessuno e con la matita lasciano frasi d’amore su un muro di graffiti. Sono quelli che prendono il coraggio a due mani giusto il tempo di una sigaretta per poi lanciarlo via insieme al mozzicone. Sono quelli che cercano di dare un senso ai loro passi spaventati, come se cadessero nel vuoto e ad ogni metro ripetessero “fin qui va tutto bene”. Ma non ci si abitua mai a precipitare, non si può vivere una vita con il fiato corto, perché quella non è vita.

Le persone silenziose si aggirano furtive e con gli occhi succhiano i decibel a chi li sfiora senza voltarsi. Sono ladri di parole e la loro refurtiva la nascondono tra le pagine di un quaderno. Si sentono sempre in imbarazzo, come se fossero ad una festa senza invito, come una sposa lasciata sola sull’altare.

Noi siamo le persone silenziose e voi che ne sapete di quello che facciamo quando fuggiamo dal rumore. Cosa ne sapete dell’invidia che proviamo nel vedervi andare in giro senza nessuna esitazione. Non potete immaginare gli sforzi che facciamo per camminare insieme a voi senza venire calpestati, come fossimo formiche nella terra dei giganti.Voi neanche realizzate quanto sia fragile il nostro scudo, siamo vetri di finestra da prendere a sassate. Viviamo nell’attesa dell’impatto.

Le persone come noi hanno l’esistenza sintonizzata su una frequenza differente, non riusciamo a prendere parte allo spettacolo, come se avessimo il biglietto ma il divieto di salire sulla giostra. Ma le emozioni che proviamo sono identiche alle vostre, forse solo un tantino amplificate. Siamo proprio come voi, cantiamo a squarciagola quando siamo certi che nessuno possa sentire, parliamo masticando le parole per la fretta di far conoscere la nostra felicità. Anche noi lasciamo costellazioni di pensieri sul cuscino dopo aver sognato prati biondi e labbra di passioni,

Abbiamo nelle orecchie infinite melodie perfette che si mischiano fra loro, creando una sola enorme assurda sinfonia. Le persone come noi hanno lo spartito rovesciato, come fosse un codice segreto che nessuno riesce a decifrare. E’ la nostra maledizione, quella di vivere cercando di farsi capire, di non soccombere, di trovare una maledetta ragione per non andare alla deriva.Ci chiudiamo nei nostri silenzi per non esporci alle intemperie, è il nostro guscio in cui poter fare baldoria, il nostro paradiso alternativo.

Non ci giudicate male, siate clementi, vogliamo solo essere tra voi senza darvi fastidio. Non fate caso a noi, non guardateci neanche, potremmo andare in mille pezzi. Voi proseguite il vostro show, alzate a bomba l’amplificatore, perché finché starete al centro della scena noi potremmo stare al sicuro sotto al palco. Presenze marginali che non fanno mai rumore.

Questa è la nostra dimensione, abbiamo firmato per il ruolo di comparse. E non si è mai visto una comparsa rubare la scena agli attori principali.

Le persone silenziose non chiedono attenzioni, ma se vi capita, lasciate due spiccioli di sorriso nei nostri occhi da mendicante. A voi non costerà fatica, per noi sarà la più grande ricompensa. Ma adesso basta parlare delle nostre insulse vite. Adesso è tempo di tornare ad ascoltarvi.

“C’è un silenzio del cielo prima del temporale, delle foreste prima che si levi il vento, del mare calmo della sera, di quelli che si amano, della nostra anima, poi c’è un silenzio che chiede soltanto di essere ascoltato.” (Romano Battaglia).

Perché anche noi abbiamo un disperato bisogno di qualcuno che si prenda cura nel nostro piccolo insignificante tesoro. Il nostro misero cuore d’oro. (Heart of Gold – Neil Young)

Il molo 41.

Paolo cammina leggero nella sua periferia grigia come la cenere dei suoi ricordi, in uno di quei giorni in cui il vento della sua solitudine urla più del solito. Ormai è uno di loro, uno di quelli che guardano i sogni da lontano.

Li scorgi tra la gente e quasi ti spaventi, sono gli immobili tra due ali di folla, guardano oltre gli incroci, oltre i palazzi e non importa quale sia la città, loro vedono il mare, sempre.

Vengono da lì e quelle tempeste se le portano dentro come un rumore sordo tra un battito e un respiro, forse è per questo che sono sempre da qualche parte fuori da qui. Forse è per questo che loro sono quelli che sognano davvero.

Quelli che guardano i sogni da lontano non fanno rumore, forse per questo prendono spintoni, ti vengono incontro e ci passi attraverso, come fossero una nebbia leggera, quella che avvolge e neanche la vedi. Quelli che sognano si siedono al finestrino e in mezzo al cielo ci vedono Fermina e Florentino. Quelli che sognano danno fastidio, come le auto parcheggiate di traverso, sono qualcosa che non ti aspetti, sono John Coltrane che sbaglia l’assolo.

Paolo ha lasciato il suo mare quindici anni fa, lo stesso giorno in cui la vita gli ha strappato Eleonora, così, senza preavviso, come quando guardi un riflesso nel vetro che l’attimo dopo non c’è più. Come quando guardi l’arcobaleno di un sorriso senza sapere che sarà l’ultimo. E’ partito esattamente lo stesso giorno, così, senza preavviso.

E’ partito con l’inutile speranza di dimenticare, ma certi mari non li dimentichi neanche se cambi pianeta, perché si fondono con la tua anima, perché sono troppe le emozioni condivise, troppi i giorni passati sul molo 41 aspettando la sorpresa di un abbraccio che arrivava da dietro, con la sua voce all’orecchio che diceva “Teniamoci stretti che ci salveremo”.

Certi mari ti portano al largo, con il vento di bonaccia e ti guardano pazienti mentre getti le reti. Ti accarezzano la fronte, ti scavano negli occhi e alla fine ti baciano, lasciandoti sul palato un sapore di gelsomino e salmastro.

Certi mari non puoi fare a meno di amarli, quando apri gli occhi al mattino e te li trovi di fianco, li ammiri in silenzio e sono perfetti e tu neanche ti chiedi se ti faranno annegare, perché ne vale la pena di restare a guardarli, vale davvero la pena nuotare con loro.

Questa è Eleonora, è il suo mare al tramonto, è le voci del porto alle sei di mattina, la nebbia che si dirada ad un miglio dalla riva, il sole in faccia mentre punti verso Gorgona. E’ il saluto ai gabbiani mentre tieni il timone. E’ il tuo sogno perfetto che non svanisce all’aurora.

Quelli come lui continuano a nuotare ma certi giorni le braccia fanno male davvero e vorresti solo andare alla deriva. Certi giorni il mare è davvero troppo lontano e non riesci a sentirne l’odore, anche il ricordo inizia a sbiadire e la disperazione ti sbrana i respiri.

Paolo è stanco, oggi è un giorno così, in cui ha in bocca una manciata di sabbia e spine, in cui ha un alveare nella testa che non gli lascia via di scampo. Oggi è il giorno peggiore di tutti, perfettamente devastante. Ha solo bisogno di sentire di nuovo l’acqua salata graffiargli la pelle, di una nuova carezza sul viso. Ha solo bisogno di ritrovare il suo mare e non lasciarlo mai più.

E’ in piedi, affacciato al terrazzo del suo appartamento al quinto piano, guarda davanti a sé, ma non vede i palazzi a mattoni e il cemento che soffoca l’orizzonte. Vede le navi salpare, vede un cielo astratto riflesso su onde di uragani. Quelli come lui non trovano posto in tutto questo mondo, sono troppo fuori tempo, hanno i nervi troppo scoperti, hanno una riserva infinita di dolore. Quelli come lui non chiudono gli occhi, vogliono guardarla in faccia la loro solitudine. Quelli come lui hanno l’esistenza interrotta, come fosse un romanzo lasciato a metà, vivendo gli altri giorni come fossero un inganno della sorte, ripetendo come un mantra “Adesso mi sveglio e tutto è normale”. Ma niente è normale e loro non si sveglieranno mai più.

Paolo allarga le braccia, come faceva quando stava sul molo 41, aspetta la sorpresa di un abbraccio che arriva da dietro, sente all’orecchio la voce di Eleonora che gli dice “Teniamoci stretti che ci salveremo”. Fa un passo oltre il parapetto e raggiunge il suo mare.

“Il mare crea una nostalgia impossibile da debellare. Il mare ti vive dentro” (Stephen Littleword).

Portaci lontano capitano, in acque calme e sicure, abbiamo preso posto vicino al finestrino, fai salpare la tua Downeaster “Alexa”

Il bacio della vita

  

La stanza è avvolta in un buio che notte non è, al centro un fascio di luce, come fosse una cascata, scavata fra due pareti nere come la paura dell’ignoto.

Claudio continua a girare intorno a quella pianura artificiale, mentre la nebbia che nebbia non è si sta addensando sempre di più, prendendolo alla gola, come quando stai per saltare giù, come quando non sai come andrà a finire ma nonostante tutto continui ad avanzare, come quando chiudi gli occhi ed aspetti e sono momenti interminabili e rimani immobile, senza dubitare e alla fine arriva e ti scava nella bocca. E’ il bacio della vita.

Gira intorno studiando la prossima mossa, prendendo i punti di riferimento per eseguire le traiettorie sicure, che su questo altopiano è tutto perfetto, non ci sono sorprese o inciampi o insidie celate nel terreno. Puoi piantare certezze e traguardi raggiungibili, in quest’aria verde di polvere tagliente hai il tuo destino fra le mani, non avrai nessuno disposto a prendersi le colpe dei tuoi insuccessi e potrai goderti il pieno merito delle vittorie. Perché questa è una dimensione strappata alle dinamiche della vita, regolata da geometrie precise e assolute.

Claudio ha lo sguardo fisso sul campo di battaglia, è sempre così, ogni volta che sta per sferrare il colpo decisivo, si abbassa e trattiene il fiato, potrebbe stare senza respirare per un tempo indefinito, finché resta giù l’aria non serve, come se fosse un fermo immagine mentre tutto intorno ci sono persone affannate ad inseguire secondi irraggiungibili.
E’ sempre così l’attimo che precede l’inizio della lotta, Claudio lo vive come fosse un formula matematica, un copione da ripetere, una serie di gesti abituali che portano nella loro ritualità tutta la sicurezza del mondo.
Passa la mano sull’erba che erba non è, sente sotto le dita la terra perfettamente liscia, come la pelle di una donna tra l’orecchio e la spalla, ne sente l’odore, il calore di quella luce bruciare nelle vene delle mani. In piedi, con il petto quasi appoggiato al terreno di quel finto prato, in cui finché non ti muovi non corri nessun pericolo, come quando cerchi di non farti notare, aspettando l’attimo ideale per uscire allo scoperto e fare il bomba libera tutti.

Claudio tira indietro la spada, come a caricare il colpo, come se in quel colpo ci fossero racchiuse tutte le sue speranze, il riscatto da una vita spoglia, il perdono di tutti i suoi sbagli.
E’ una questione di millimetri, è sempre una questione di millimetri. Il proiettile che si ferma ad un respiro dal cuore, la distanza dei baci non dati, il confine tra realtà e illusione. Tutta roba di pochi millimetri. La spada di Claudio deve colpire il bersaglio, proprio nel centro, esattamente e irrimediabilmente, nel centro.

Il colpo è stato sferrato, adesso Claudio può restare giù e chiudere gli occhi e finalmente sognare. Immaginare gli effetti della sua azione, i danni procurati e quelli evitati, restare giù, come fosse una cosa normale, come quando ascolti una canzone e ti viene da piangere, una cosa normale, come quando stai bene e ti trattieni ancora un po’, cercando di rimandare di qualche secondo il minuto successivo, solo qualche secondo, che profuma di eterno.

Il punto dove colpire, l’effetto da trasmettere alla spada, le linee fantasiose e intolleranti sulle quali far rotolare una palla di cannone carica di speranza. Tutto deve essere preciso, perfetto e assolutamente calcolato.

Dentro un buio che notte non è, su di un prato che prato non è, sotto una luce che luna non è, avvolto in una nebbia che nebbia non è, in una stanza di vita che reale non è, Claudio apre gli occhi e vede una palla bianca disegnare origami all’interno di un tavolo da biliardo, rimbalzare tra le sponde e fermarsi esattamente nel punto sperato.
La lampada che scende dal soffitto fermandosi ad un metro dal tavolo verde, illumina perfettamente il perimetro del biliardo, fino ai bordi e non oltre, come fossero frontiere invalicabili, per escludere allo sguardo dei giocatori tutto il superfluo che li circonda, che tanto non serve vedere oltre, che al di là della luce ci sono solo cose secondarie, trascurabili. Al di là della luce non esistono traiettorie perfette. Al di là della luce c’è soltanto il mondo di sempre.

Prende tra le dita la sigaretta e dà il suo contributo al velo pesante di fumo che avvolge la sala, riprende contatto con la realtà, quella imperfetta, quella degli inciampi improvvisi, delle assolute incertezze.

Percepisce di nuovo la sua esistenza prenderlo sottobraccio e camminargli a fianco, tornano i timori e le angosce. Riprende a vivere aspettando il momento ideale per tornare a morire un po’.
Quel momento in cui sentire ancora il bacio della vita.

“La distanza è immensa, punge finché è densa, solo un bacio è capace di riportar la pace” (Bramante).

Gianna per tutti.

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Le tende erano chiuse, ma nella stanza c’era comunque troppa luce, il neon pungeva lo sguardo, rendendo l’atmosfera troppo bianca, troppo asettica, troppo irreale. Era senza dubbio la dimensione più appropriata, distante e irreale.

Gianna se ne stava nel letto, immobile a fissare il soffitto, quasi senza accorgersene, a guardare un film senza una trama precisa, un po’ come la sua vita che viveva senza un copione da seguire, un po’ come veniva e un po’ perché è così che vanno prese le esistenze vere, con la voglia di vedere cosa si nasconde dietro l’angolo e la bramosia di assaporare sulla lingua gli istanti che verranno. Sì, è decisamente così che certe esistenze vanno vissute.

Se ne stava lì, rapita dalla musica dei suoi auricolari e il sottofondo fastidioso dei pensieri. Parole confuse che si susseguono come i fotogrammi impressi su di un rullino, uno di quelli nati difettosi, che non si avvolgono bene sul finale e sovrappongono le ultime pose. Solo che lei ne aveva un numero vicino a infinito, di ultime pose.

Gianna non si chiama Gianna, ma questo non lo sa nessuno, un giorno cambiò il suo nome perché non le piaceva molto, non lo sopportava molto e poi la spaventava. Molto. Lo aveva ricevuto in dote da sua nonna, come si usava nelle famiglie di qualche generazione fa, il nome di una donna che non aveva avuto il tempo di conoscere, consumata dalla malattia a 33 anni. Se lo sentiva addosso come un cappotto in pieno agosto, una sorta di eredità non voluta. Perció da piccola prese le forbici e si ritagliò un nome su misura. Divenne Gianna, per tutti.

Distolse un attimo lo sguardo dal soffitto per assicurarsi che le gocce scendessero ancora regolari. Gocce di veleno, come se non ce ne fosse già abbastanza sparso per il mondo. Veleno per curare altro veleno, come quando racconti una bugia per coprirne un’altra e qualche volta funziona pure, riesci a farla franca, ma non ti senti migliore di nessuno. Hai solo avuto più fortuna e la tua giusta dose di dolore, di giorni passati a vomitare l’anima, di cazzotti alle pareti fino a lasciare sul muro l’impronta delle nocche, e di veleno.

Gianna adesso non sopportava più niente, le parole di finta compassione delle persone che conosceva appena, le giornate con quel sole di fine ottobre che non potevano essere vissute,  come se fossero regali incarcerati dietro ad una scatola di vetro, da bramare senza poterli aprire, da ammirare a due millimetri di distanza, tendendo le mani senza poterli toccare, senza sentirli tuoi. Non sopportava più niente, neanche quella maledetta luce al neon. Decise di chiudere gli occhi, come si fa con un sipario alla fine di una commedia, togliendo lo sguardo agli spettatori, lasciandoli ignari del fermento che si nasconde dietro la tenda, privandoli della esistenza vera degli attori. Chiuse gli occhi con il terrore e l’incofessabile speranza di non riaprirli più.

Oltrepassò il soffitto, andando alla ricerca di qualcosa che la potesse meravigliare ancora, prendendosi il posto al finestrino di quell’assurdo viaggio astrale. Voleva spingersi in alto, oltre i tetti delle case, oltre i sogni della gente, oltre le speranze disilluse, le promesse disattese, in una solitudine dolorosa e perfetta dove fare i conti con sè stessa. Un luogo talmente isolato e sicuro in cui poter trovare la lucidità per dare il giusto valore alle cose, in cui poter scegliere serenamente di vivere, o morire. Passavano le immagini di suo padre, saltato giù dal treno dell’esistenza troppo presto, quelle di suo marito, con lo sguardo perso chissà dove, a guardare un nuovo giorno che forse non sarebbe mai arrivato, vedeva le mani insicure dei suoi figli, ancora troppo fragili per essere lasciati al mondo degli inganni. Vedeva i suoi 47 anni, mandati giù come un bicchiere di vino dopo aver attraversato il deserto, che finisce troppo in fretta e tu hai ancora sete e ne vorresti ancora, ma non hai il coraggio di chiederlo, non hai nessun dio a cui sacrificare la tua disperazione.

In quel momento capisce esattamente che i ricordi, gli affetti, i giorni passati come le auto che attraversano il casello, sono solo fogli scarabocchiati messi come capita in fondo all’anima e non sono di sua proprietà, li ha solo in custodia e soprattutto non le salvarenno la vita. Gianna deve salvarsi da sola, comunque vada, che sia disfatta o vera gloria, se vuole farlo, lo deve fare da sola e soprattutto, lo deve fare adesso. Deve semplicemente scegliere e le scelte si sa, comportano rinuncie, forse rimpianti, sicuramente nuove battaglie. Di solito la scelta più facile è considerata sbagliata, ma lei se n’è sempre fregata delle convenzioni, questa era la sua stramaledetta vita e si sentiva libera di scendere giù quando voleva, in questa traversata in mare aperto era lei a decidere la rotta e adesso avrebbe voluto mettere i motori a tutta forza e puntare dritto verso la scogliera. Avere il posto in prima fila per godersi lo spettacolo della sua fine, voleva abbandonare il campo di battaglia, deporre finalmente le armi e con la punta della spada infilzare quel tarlo operoso e costantemente affamato che le divorava l’esistenza, i momenti davvero felici e la dignità. Smetterla una volta per tutte di essere forte, che alla fine lo fai solo per alleviare le sofferenze altrui, ingrassando le tue. Adesso era tempo di aprire gli occhi e comunicare al mondo la sua scelta.

“….il fazzoletto signora, le è caduto il fazzoletto, mi sente?” La voce le arrivava da lontano, come se avesse percorso migliaia di chilometri per giungere lì, Gianna a fatica aprì gli occhi, sul lettino alla sua sinistra c’era l’immagine sfuocata di una donna, anzi una ragazza, avrà avuto vent’anni ma ne dimostrava almeno trenta e parlava, parlava in continuazione, dio quanto parlava, degli studi che avrebbe fatto, dei figli che avrebbe avuto, del mare, del viaggio che doveva fare a Vienna per Natale. Parlava senza l’ombra di un dubbio, come chi ha la certezza assoluta di raggiungere la mèta e si meraviglierebbe del contrario. La sicurezza spavalda e un po’ sfacciata di chi sa di avere una mano vincente e non ne fa mistero.

” Dicevo, io mi chiamo Miriam e lei?” Gianna rimase sospesa ancora qualche secondo, “Piacere sono Giovanna, sono al terzo ciclo di chemio. Stavo pensando che anch’io sarò a Vienna per Natale, magari potremmo fare in modo di stare un po’ insieme”.

Non era ancora tempo di abbandonare il campo di battaglia.

“Si guarisce da una sofferenza solo a condizione di sperimentarla pienamente” (Marcel Proust).

Nato grazie al contributo di una persona che mi ha raccontato la sua esperienza. Ne sono onorato e la ringrazio dal profondo. Questo racconto è dedicato a lei, al piccolo Tommy e a tutti coloro che mi insegnano ad apprezzare  la vera essenza della vita. Grazie infinite. Di cuore.

Come colonna sonora ho scelto questa: The a Team – Ed Sheeran.

In bianco e nero.

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Non l’ho guardata bene, ma sarei pronto a giurare che aveva una sigaretta fra le dita, la portava alla bocca con movimenti precisi, tenendola fra le labbra, come qualcosa di prezioso, come quando metti qualcosa di fragile al sicuro fra due cuscini, un po’ per evitare danni irreparabili e un po’ per avere la tranquillità di aver fatto la cosa giusta. Non saprei dire con esattezza la marca, forse iniziava per M, sì, direi proprio che iniziava per M, ma sono sicuro che non fosse Marlboro, ne sono assolutamente certo, sarebbe troppo facile e troppo scontato e lei sicuramente non era una donna facile. E neanche scontata. Merit, ecco, Merit sarebbe la marca perfetta, sobria ma assolutamente seducente. Sì, potessi scommettere tutti i miei soldi, punterei su Merit.

Non l’ho guardata bene, ma la bocca era bellissima, senza niente da aggiungere nè da togliere, importante ma non sfacciata, capace di sorrisi appena accennati, altri decisi nella misura giusta per mostrare il bianco dei denti, altri ancora aperti, come a far entrare aria leggera e restituirla al mondo carica di vita.

Non l’ho guardata bene, ma gli occhi erano verdi, assolutamente verdi, come i fondali nei pressi delle scogliere, quando ti trovi a nuotare in quelle acque e ti basterebbero due bracciate per essere al sicuro sulla terra ferma, ma proprio non ci riesci, sei costretto a cedere all’impeto delle correnti e più ci provi, più prendi consapevolezza che i tuoi sforzi saranno vani. E un po’ ti arrendi, un po’ rinunci. Un po’ capisci che non hai nessuna intenzione di essere salvato. Proprio nessuna.

Gli occhi erano verdi, con un perimetro nero, definito e assoluto, come fosse una linea di confine, un passaggio di frontiera, per tenere fuori insidiosi contrabbandieri. Una circonferenza severa che protegge le esistenze di chi ci vive dentro. Le protegge e le abbraccia. Forte.

Non l’ho guardata bene, ma le ho visto i pensieri in controluce, liberi e sinceri, con fragranze di salvia e incenso, vagavano chiassosi, seguendo geometrie perfette e maledettamente affascinanti.

L’ho vista di sfuggita, in fin dei conti era solo un viso buttato sopra un tavolo con una casualità premeditata, un volto sfuocato impresso in una foto in bianco e nero. Non saprei dire se fosse bella, davvero non saprei. Non l’ho guardata bene.

C’era una musica al di là della piazza, di più davvero non posso dire. (Brandi Carlile – What Can I Say)

La musica di Matilde.

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Erano le 23:30 e il regionale 11740 arrivava distratto al binario 6, distratto e leggero, con rumori e fischi conosciuti, talmente conosciuti che passavano inosservati. Silenziosi direi.
Matilde guardò fuori dal finestrino del vagone, il cartello appeso al soffitto diceva “Firenze S.M.N.”. Se ne stava lì, immobile, il cartello, come un’altalena sopra i visi della gente, con quel nome freddo e tassativo, avvisandola che era giunto il momento di scendere. Dal vagone, dal libro che teneva fra le mani e dalla sua vita. Anche se ancora non lo sapeva.

Le stazioni, alla fine, sono tutte uguali, un po’ deserte, un po’ distanti dal mondo, le persone parlano sottovoce come se fossero in chiesa, o almeno, così le immaginava Matilde. Tutte quelle persone che camminano sicure, come se stessero attraversando un incrocio con il verde al semaforo, si sfiorano senza toccarsi, si vedono senza guardarsi. Ma in tutte le stazioni, qualunque sia la stagione, in tutte, sempre, soffia uno strano vento freddo.

Matilde controlla le lettere che corrono veloci sul tabellone degli orari, il treno per Bologna è stato cancellato, soppresso, svanito nel nulla. Il prossimo parte alle 4:35.
Vorrebbe chiedere informazioni, ma non può e comunque, non servirebbe. Tira fuori un blocchetto dalla borsa e una penna dalla tasca dei jeans, sta per scrivere qualcosa, poi ci ripensa, alza gli occhi al cielo e decide di uscire da quella dimensione  di finta realtà, tiene la penna fra le dita, è il suo ago per far scoppiare la sua bolla e riprendere contatto con la vita.

Matilde cammina verso l’uscita leggendo i messaggi dei cartelli appesi al muro, Andrea verso l’entrata leggendo i messaggi di un addio appeso al telefono. Si scontrano. Un impatto frontale, uno scontro devastante e senza sangue, l’incidente di un risveglio. Non c’era nessun incrocio, nessun semaforo da rispettare, nessuna direzione precisa da inseguire, forse è per questo che si sono sfiorati e toccati, visti e guardati.

“Perdonami ero distratto, ti sei fatta male?” Matilde sorride e dice no con la testa,
“Per farmi perdonare posso offrirti da bere?” lei sorride, non risponde ma sorride. Ancora,
“Ma non sei italiana? Capisci la mia lingua?” lei annuisce e Andrea prende il “Sì” come risposta, lo prende per entrambe le domande.
“Ok, facciamo così, parlo solo io, tu ascolti e basta, ci stai?”. Lei sorride e quello è il “Sì” più bello che potesse pronunciare.

Camminano vicini, lui parla dei suoi progetti, di un amore finito all’improvviso, dell’estate che sta per arrivare, che dicono sarà una delle più calde del secolo.
Parla di un viaggio a Copenaghen, della gente di lassù che sorride con un suono di monete cadute in un piatto di vetro, parla della musica, di come l’ha amato e tradito e poi amato ancora e poi tradito. Ancora. Tira fuori l’ipod dalla tasca della giacca, dicendo “ascolta e se ti piace, fammelo capire. Se ti piace sorridi.”. Lei non sorride, ma si mette a ballare, su un tempo tutto suo, fregandosene della cassa e del rullante della batteria, balla anche se la musica è finita da un pezzo, balla perché ha bisogno di farlo, perché è il suo modo di andare oltre le parole della gente, oltre i pensieri, oltre i pregiudizi. Ad occhi chiusi balla, come se il tempo si fosse dilatato,balla perché questa notte sta per finire e chissà quando ce ne sarà un’altra così, balla tenendo le mani di Andrea che non dice niente. E sorride.

Sono le 4:30 del mattino, il treno per Bologna sta arrivando, Matilde lascia la mano di Andrea, tira fuori un blocchetto dalla borsa e una penna dalla tasca dei jeans, la usa come un ago per far esplodere la bolla che la tiene prigioniera, scrive qualcosa, si avvicina ad Andrea, gli mette la mano destra sul petto, all’altezza del cuore, con la sinistra  gli lascia un foglio fra le dita, lo guarda negli occhi, lo bacia sulle labbra. Sorride.

4.40, il treno è stato inghiottito dalle luci del mattino, Andrea legge le parole disegnate sopra il foglio “Mi chiamo Matilde, almeno credo, non sono straniera, almeno credo, non ho mai udito nessun suono in tutta la mia vita, ma se l’amore è una musica, allora stanotte ti ho amato”.

Perché a certe notti, come a certi amori, non servono parole da pronunciare, cadono così, come cade l’umidità sopra i panni stesi al tramonto. Perché certe emozioni non hanno bisogno di essere tradotte, non vanno spiegate, sarebbe riduttivo, devono essere così: perfette e indefinite. Perché capirsi senza parole è come baciarsi al buio dei portoni, è prendersi le mani incrociando le dita in un un’unica esistenza, è avere qualcuno che arriva alle spalle mettendoti le braccia intorno alla vita. Intorno a tutta la tua vita.

Sono le 7 del mattino, Firenze si è svegliata, Andrea cammina distratto per le vie del centro, ha gli auricolari nelle orecchie, un foglietto nel taschino della giacca, sfiora le persone che camminano veloci, le sfiora senza toccarle, le guarda senza vederle.

E sorride..

“E ricordati, io ci sarò. Ci sarò su nell’aria. Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami. Ci si parla. Ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio” (Tiziano Terzani).

Matilde stanotte ha ballato su questa canzone (Tonight, Tonight – The Smashing Pumpkins)

Tutti i sogni di Barbara.

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Era il 1982, la sera del 5 luglio. Tra qualche mese nei negozi sarebbero usciti i primi cd, l’Argentina avrebbe invaso le Falkland e il mondo avrebbe perso Grace Kelly. Anche se nelle favole a lieto fine le principesse non svaniscono mai.

Il brigadiere se ne stava sulla sua sedia preferita, quella di legno chiaro con l’imbottitura rossa sulla seduta, sulla scrivania una macchina da scrivere d’ordinanza, con la carta d’ordinanza e lui se ne stava lì a buttare giù alcune frasi in rima, amava scrivere poesie, si vedeva che aveva talento, almeno così dicevano i suoi colleghi. Se ne stava lì, raccogliendo i suoi pensieri. D’ordinanza.

Barbara entrò guardandosi intorno, sicura ma sospettosa, come se qualcuno potesse scorgere tutta quanta la sua vita attraverso la maglietta bianca leggera e i pantaloni grigi della tuta da ginnastica. I capelli raccolti in una coda improvvisata. Entrò e si diresse verso la scrivania del brigadiere, con passi lievi, cercando di spostare meno aria possibile.

– Mi hanno derubata – , esordì, quasi senza rendersene conto, quasi senza volerlo, – mi hanno derubata mentre ero in  casa -. Gli occhi si muovevavo veloci, come a cercare una via di fuga in caso di catastrofe naturale.

Il brigadiere guardò fuori dalla finestra, era sera e la città si stava illuminando distrattamente, come solo le città di mare sanno  fare, come se lo facessero per abitudine. Accendono le luci senza togliere lo sguardo dall’acqua in movimento, che non si sa mai cosa potrebbe uscire da là sotto, meglio non distrarsi. L’uomo si passò una mano fra i capelli, forse per mettere da un lato tutte le parole che gli occupavano la mente. Metterle da un lato per fare spazio. E ascoltare.

– Mi dica signorina, che cosa le hanno rubato? – e intanto inseriva un foglio nuovo dentro la macchina da scrivere. Ogni volta era una pagina da riempire, uno spazio bianco e immacolato dove raccogliere le disgrazie di qualcuno, una sorta di confessionale senza una grata per nascondere i segreti e le espressioni.

– Mi hanno rubato tutti i miei sogni -,
– Tutti i miei sogni – ripeté a voce alta il brigadiere, senza fare nessuna espressione di stupore, mentre iniziava a battere le dita sui tasti, in modo quasi ritmato, come se stesse suonando una melodia sentita chissà dove.

– E, di preciso, quanti erano questi sogni? –
Barbara rispose senza avere il bisogno di pensarci, conosceva il numero esatto, li aveva contati uno ad uno mentre sparivano sotto i suoi occhi. – Erano tantissimi, tutti quelli che una ragazza di ventidue anni può avere. Me li hanno rubati tutti quanti -.
Il brigadiere annuiva e continuava a suonare il suo pianoforte. – E quando sarebbe avvenuto questo furto?, è importante, cerchi di ricordare almeno l’ora indicativa – .
Barbara iniziò a tormentarsi il labbro inferiore con i denti, si sforzava di ricordare, di essere precisa, perché era importante, perché lei c’era, era lì, ma che vuoi, in quei momenti mica ti metti a guardare l’orologio, no? cerchi di capire cosa ti stia succedendo, cerchi qualcosa, magari per difenderti. Cerchi aiuto. Magari.
Ma il brigadiere teneva lo sguardo fisso su di lei, attendeva una risposta. – Vede, non ricordo il momento preciso, ma direi che all’incirca il furto è iniziato, sì, più o meno, è iniziato dieci anni fa -.
L’uomo restò immobile, alzò solo gli occhi al cielo. E si mise a contare a ritroso, tenendo il conto con le dita.  Poi riprese a scrivere e a scandire le parole a voce alta – la signorina dichiara che il furto è iniziato nel 1972 –.

– E cosa contenevano questi sogni signorina?, perché i sogni contengono sempre qualcosa, vede, il valore reale non è dato dal sogno in sè per sè, ma da ciò che ha al suo interno –
– C’erano tante cose dentro, non saprei neanche dirle quante, un’infinità di cose sparse, messe un po’ a casaccio, un po’ come veniva. Non sono mai stata brava a mettere ordine fra le cose mie. Ah sì, però una la ricordo bene. C’era l’amore. Ne sono certa. Un amore grande così, forse anche un po’ più grande, fatto di cose piccole così, forse anche un po’ più piccole, erano sorrisi, sguardi, progetti, sospiri, pianti, corse, abbracci, cose così, che prese da sole possono sembrare senza valore, ma tutte insieme hanno un senso infinito. Sì, sicuramente c’era l’amore. Ne sono certa.-

Faceva caldo quella sera, ogni tanto il brigadiere si voltava a guardare il ventilatore sul lato destro della scrivania, per essere sicuro che fosse acceso. Lo era. Ma faceva caldo ugualmente.

– E il desiderio di fidarmi di qualcuno. E forse anche di me stessa. Lo scriva per favore. E poi anche certi piccoli gesti, che so, il dorso di una mano sul viso, un bacio sulla spalla, un paio di gambe intrecciate alle mie, due occhi che ti danno coraggio. Ecco, cose di questo tipo. Scriva anche queste per favore -.
L’uomo adesso teneva gli occhi fissi sul foglio, vedeva le lettere che lentamente lo coloravano di scuro, lettere precise, una di fianco all’altra. Guardava il foglio e un po’ si compiaceva del fatto di non aver sbagliato a premere neanche un tasto.

– E la musica, brigadiere, anche la musica. Quella che metti in sottofondo, quella che non disturba, quella che incolla insieme tutti i dettagli di un solo istante. Quell’istante che diventa ricordo, che quando senti quella musica lì, riaffiora alla mente e magari sorridi e te ne freghi di essere su un tram affollato in mezzo a gente sconosciuta, in una chiesa, o in un negozio del centro. Te ne freghi. E sorridi. Quella musica non ce l’ho più e dubito davvero di riuscire a trovarla di nuovo -.

Certo, la musica, anche lui la teneva in sottofondo mentre scriveva le sue poesie, un po’ lo distraeva e un po’ lo ispirava, a volte faceva male altre volte alleviava i dolori. Il veleno e l’antidoto. Ma non gli sembrò il caso di esprimere a voce alta questi pensieri.

– Signorina, ma lei ha dato l’allarme? Ha chiesto aiuto?, non aveva un telefono vicino per chiamare qui in caserma e avvertirci che era in atto un furto? –

– Vede signor brigadiere, non è così semplice, mi è servito molto tempo per realizzare che mi stavano derubando, che lo stavano facendo dal profondo, che lo stavano facendo davvero intendo. E mi sentivo in colpa. E poi ho provato a chiedere aiuto, ma in certi casi gridare al ladro non serve a niente, rischi solo di peggiorare le cose. Ci ho provato, ma forse non gridavo abbastanza forte o forse non riuscivo a farmi capire bene, neanche mia madre mi sentiva, no, non sentiva, o forse non voleva sentire, no, ho bisogno di pensare che non sentisse. Ho bisogno di pensarlo. Sbagliavo, sì, sicuramente sbagliavo qualcosa, ne ero certa, ma giuro, non saprei dire che cosa. Giuro. E poi in quel momento riuscivo a fidarmi ancora delle persone, magari qualcuno si sarebbe insospettito e sarebbe corso ad aiutarmi. Ma non è arrivato mai nessuno. Mai. E io mi sentivo in colpa.
Sono stata un’ingenua, lo so, ma che ne sapevo io, che ne sapevo che mi avrebbero rubato tutto, specialmente l’amore. Che ne potevo sapere dell’amore, ti dicono tutti che è bello, che è prezioso, che sei fortunata ad averlo. E io signor brigadiere ci credevo davvero, lo tenevo stretto, che neanche sapevo quale fosse il modo giusto di conservarlo, non c’è un’etichetta sopra con le istruzioni, non ci sono procedure scritte da seguire, per me l’amore era quello e anche il modo di conservarlo. Era quello. E ci credevo davvero. E invece una mattina mi sono alzata e mi sono resa conto che non c’era più, non c’era più niente, non avevo più niente. Il vuoto. Mi avevano derubata. Di tutti i miei sogni. Io mi sono sentita svuotata. E in colpa -.

– Ma ha sospetti su qualcuno?, riesce a darmi qualche particolare in più?, io capisco il suo stato d’animo, ma se vuole davvero ritrovare i suoi sogni, ogni dettaglio è importante, lo capisce questo? potremmo almeno catturare il ladro. E sarebbe già un buon inizio. –

– Ho detto tutto quello che potevo dire, non posso spiegare come siano andate esattamente le cose, cerchi di capire, non posso farlo. E’ successo quello che le ho raccontantato: una mattina mi sono svegliata e ho scoperto – sospiro profondo, uno di quei sospiri che ha percorso migliaia di chilometri per arrivare fin lì, fino alle soglie del coraggio. – ho scoperto di essere stata derubata. Di tutti i miei sogni. Non posso dirle di più. –

– Bene signorina, abbiamo quasi finito, un attimo di pazienza e le consegno la deposizione da firmare -.

Il brigadiere cambiò il foglio nella macchina da scrivere, probabilmente conteneva cose non corrette, lui era un tipo preciso, non poteva rischiare di fare brutte figure. Scrisse tutto da capo, senza guardare il primo foglio, senza copiare, si ricordava  perfettamente ogni singola parola. Sorrise e lo fece leggere a Barbara. Lei lo studiò attentamente, molto attentamente, guardò l’uomo davanti a sè, posò nuovamente gli occhi sul foglio che stava tremando fra le sue mani, lo fissò per un istante interminabile, imprimendosi a fuoco nella mente quelle righe scritte con parole ordinate e precise. Tolse con due dita una lacrima che le scendeva sulla guancia. Prese la penna e lo firmò.

Era la notte del 5 luglio 1982 quando Barbara uscì dalla caserma, tra qualche mese nei negozi sarebbero usciti i primi cd, l’Argentina avrebbe invaso le Falkland e quella sera l’Italia aveva vinto la coppa del mondo.

Nella caserma di una città di mare c’era un brigadiere seduto sopra la sua sedia preferita, sulla scrivania di fronte a lui un ventilatore cigolava inutilmente, tra la macchina da scrivere e il posacenere c’era un foglio, scritto senza errori, con le lettere ordinate e precise. Sopra si potevano leggere queste parole:

“Livorno, 5 Luglio 1982,

in data odierna, la qui presente Bonsignori Barbara, nata a Livorno il 19/03/1960 dichiara di aver subito in maniera reiterata, atti carnali a scopo di libidine dal di lei padre. Dichiara inoltre di esserne stata profondamente danneggiata, nel fisico e nel morale”

Da lì a poco il mondo avrebbe perso Grace Kelly. Anche se nelle favole a lieto fine le principesse non svaniscono mai.

“Strappa all’uomo comune le illusioni e con lo stesso colpo gli strappi anche la felicità” (Henrik Ibsen).

Direi che è il momento di scomodare gli INXS e la loro bellissima ragazza.

*Questo testo è ispirato ad una scena di un video, visto di sfuggita e del quale non conosco il titolo. I fatti e i nomi dei personaggi sono assolutamente frutto di fantasia.