Alice Settegatti.

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Alice non sorride, Alice che ha paura, lei vorrebbe solo giorni a perdifiato, Alice ha sette gatti e una vita che non vuole, parla senza sosta per non farsi capire.

Alice ha un’armatura di acciaio e filo spinato, lei vive in un castello con un drago per amico, Alice sta al sicuro dentro alla fortezza, ha chiuso fuori il mondo per curarsi le ferite, perché certe persone andrebbero evitate, lei vive di parole e mastica emozioni.
Alice con la sua spada attende un’altra guerra, prenderà il suo scudo e attraverserà il suo regno, lei giura amore eterno solo alla sua solitudine e vive di boati e pugni contro i muri.
Alice capelli neri e sguardo contro il cielo, lei con il fuoco asciugherà i suoi mari, lotterà nelle notti piene di paure, lei che ha messo il cuore dietro la trincea, niente potrà colpirla nell’anima perché ha imparato a schivare le frecce degli inganni.

Lei che ha dato in pasto amore e giorni rosa a chi ne ha fatto cenere lanciata contro il vento, adesso le sue mani scavano fossati, per non sentir più dire “non sei come credevo”, e scocca le sue frecce piene di parole, come palle di cannone contro chi passa il confine, ha alzato barricate e ha messo sentinelle e non ne vuol sapere di lasciarsi andare.
Alice col rossetto scrive sopra i muri “se ti avvici sparo, perciò non mi sfidare”, con il suo bazooka gira per le strade, la gente si allontana, meglio lasciarla stare, a chi le lancia frasi risponde con occhiate piene di mascara e ti scaglia addosso sorrisi di veleno.

Alice ha la pistola caricata a salve, la spada è di cartone e il drago è il Bianconiglio, la chiave del castello è sotto lo zerbino, lei vorrebbe solo che qualcuno la trovasse, ma ci vuol coraggio a dirle “spara pure, non ho paura del cannone, non voglio indietreggiare”, perché lei aspetta un folle che le dica “io ci sono e ti aspetto da una vita”. Lei sogna il suo guerriero vestito d’illusioni, che le tolga l’armatura e sciolga i suoi capelli, che la sfiori con le dita e la guardi riposare, che sappia interpretare i suoi silenzi di frastuoni, che rimanga quando lei esplode in metafore al veleno. Lei vuole un sogno preso contromano che scavalchi le sue mura, che la faccia piangere e volare, bellissimo e imperfetto, qualcuno che riesca a vedere oltre le sue parole, che la porti per mano dentro le sue paure.

Alice ha sette gatti e un drago sotto il letto, l’armatura nell’armadio e un bazooka giù in cantina, il suo rossetto in una mano e con l’altra tiene stretta quella di un guerriero senza spada.
Alice non ha fretta, il suo cielo è più sereno, ascolta le parole, ha un sogno da cullare, aspetta il giorno giusto per essere felice, intanto prova a fidarsi senza lasciarsi andare.

“Io sono una selva e una notte di alberi scuri, ma chi non ha paura delle mie tenebre troverà anche pendii di rose sotto i miei cipressi.”
(Friedrich Wilhelm Nietzsche)

Perché c’è sempre qualcuno che lancia Polvere nel vento.

Morgana Nientebaci.

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– Primissimo piano -.
Due occhi castani, ma tiri ad indovinare perché non distingui bene il colore, occhi veloci, che sognano vallate e spazi infiniti, orizzonti di rondini e fruscii, occhi che nascondono tempeste e solitudini, sogni di bambina e barche a vela. E li nascondono talmente bene che se li guardi ci vedi solo labirinti di voci soffuse.

– Primo piano -.
Un viso di strade scavate, di fughe e di ritorni, di pomeriggi di febbre e rincorse, di carezze ricevute senza amore, di sorrisi disegnati col pugnale. Un viso che ha sentito sussurri non voluti, parole come sassi, respiri di sudore e spazzatura.
Odori di banchieri e clandestini, ministri e mendicanti, di doppiopetti e jeans strappati, di camicie inamidate e maglioni che sanno di tabacco e vino rosso.

– Mezzo busto –
Un collo di vene da baciare, di collane e bagnoschiuma, di regali mai voluti.
Due spalle di abbracci, di gioielli senza senso, di fatiche prese a nolo.
Seni di abbracci detestati, di mani ruvide di vetro, di bocche come draghi nel deserto, di lingue come lava nei polmoni.

– Piano americano –
Un corpo di diete e corse folli, di divani e perizoma, di schiena come a dire “passami le braccia sulla vita” non inteso in senso fisico.
Di cosce aperte senza anima, come quando “sto immaginando di essere altrove”, di gambe piegate e ginocchia su tappeti di chiodi, per regalare piaceri umilianti e spasmi nelle reni.

– Campo lungo –
Un letto a due piazze dove mettersi in croce aspettando il martirio, luci soffuse e profumi orientali, di incenso, solitudini rabbiose e istinti viscerali, pareti decorate di rimpianti e di vendette, materassi di illusioni per stenderti andando via da te, sotto a una voglia che striscia disperata, come un fiume asciutto dentro ai fianchi.
Evadere in un mondo di notti verdi e luci al neon, un posto di cieli chiari e rosmarino, per non dover vedere lo schifo di alberghi scintillanti, dove poter scegliere di non vendere il corpo ad ore, dove trovi nel cassetto bolle di sapone e sogni blu e mai preservativi e calze a rete.
Un posto dove nessuno è un’isola e l’anima non si incarta nel denaro, dove non serve essere Morgana, ma Patrizia può bastare, dove il tempo inganna gli orologi e i giorni non si perdono sul fondo di un’estate.

Una finestra che si affaccia su viali a perdifiato, in clacson accelerati e sui vetri la tua voglia di volare.
Adesso sei Patrizia, adesso respira forte, adesso togli i tacchi, cammina a piedi nudi, accendi la tua radio, lo senti? C’è Peter Gabriel che canta Shock the monkey, ti viene voglia di ballare, ti viene voglia di dire “ce la posso fare”.
Registrati i pensieri, adesso sei Patrizia e vieni da lontano, hai incendiato i progetti di ragazza, hai perso per strada i sorrisi le illusioni, hai incontrato i tuoi miraggi e li hai lasciati lungo il fiume, ma stai tranquilla, stanno bene. Stai per metterti a cantare
Ma bussano alla porta. Ricordati Morgana: niente baci.

– Campo lunghissimo -.

“Le prostitute sono più vicine a Dio delle donne oneste: han perduto la superbia e non hanno più l’orgoglio.” (Anatole France – Il giglio rosso)

Tori Amos: Cornflakes girls

L’aquilone di Cristina

Immagine presa dal web.

Lei è Cristina e sta dormendo, vorrebbe soltanto evitare di sognare.

Se la guardi da lontano non riesci a capire, se ti fermi a parlare ti racconta una storia.

Si mangia le unghie e ti parla, si sistema i capelli e respira di fretta, ti guarda indecisa, prende la mira e poi spara. E scaglia parole come sassi contro i vetri di una chiesa, e ti dice che lei ha scelto di essere folle, che se la compatisci si incazza, che il suo male lo ha cercato, amato e fortemente voluto. E con due occhi nerissimi sorride e racconta che “non si sfugge alla propria follia sforzandosi di agire come la gente normale” e te lo dice mentre ti guarda la bocca, per non incrociare il tuo sguardo, perché se la guardi negli occhi rischi di vederli davvero quei giorni passati allo specchio, quei pranzi non fatti, che ad ogni chilo in meno si sentiva più forte, che non era mai abbastanza ciò che aveva. O forse, semplicemente, era troppo.

Se la guardi negli occhi la vedi bambina, su una spiaggia a settembre a guardare aquiloni, e la vedi a dieci anni e ne riconosci lo sguardo, tiene in mano un pupazzo e si morde le labbra. Se la guardi negli occhi lo vedi quel giorno, il momento esatto in cui ha deciso di avere un riflesso diverso, l’attimo preciso in cui ha scelto di non essere più trasperente e per farlo doveva solo scomparire. Solo un po’.
Se la guardi negli occhi lo capisci il desiderio che aveva, un desiderio di perfezione, la voglia disperata e normalissima di essere notata, che ogni sguardo in più era una vittoria, ogni sorriso rubato una boccata di vita. Se la guardi davvero le vedi le ali, che due braccia leggere sono quasi d’impaccio, che per volare via dalla vita non serve poi molto, basta volerlo davvero.
E lei te lo dice di aver scelto il suo male, che non si sente una vittima dei suoi giorni allo sbando. Che era come un regalo vedersi bella e sicura. Quasi onnipotente.

Se la guardi negli occhi lo vedi ancora che è rimasta sospesa, sta lassù e ti guarda e cammina sul filo, con il suo equilibrio di passi sicuri, con le scarpe di tela e il vestito più chiaro a coprire i suoi diciassette anni e i trentasette chili. Ed era tutto perfetto.
Se la guardi la vedi la sua ossessione strisciante, le ha distorto i pensieri, un dolore dolcissimo che ti accarezza con la lingua di un cobra, che ti cura e ti tradisce e non rinuncia a donarti complimenti e veleno. Che ti nutre di illusioni e intanto lei ti mangia l’anima, che ti porta verso un peso che non esiste facendoti innamorare alla follia.

Se la guardi negli occhi lo vedi che è caduta da quel filo, che c’è sempre una soluzione alla fine di tutto. Anche quando tutto è già finito. Lo vedi che è stata cacciata dal suo paradiso, che qualche angelo le ha strappato con forza le ali, ché se voli ad oltranza rischi davvero di non atterrare mai più.
Lo capisci che è stata in luoghi dove esiste solo l’inverno, che ha visto galere senza sbarre, che certi muri se li porterà per sempre nel doppiofondo dell’anima. Una contrabbandiera di specchi, fili sospesi, ali di carta. E aquiloni.

Lei è Cristina e se la guardi adesso non lo diresti che stava scomparendo, ti parla ed è bellissima, anche se non aspetta principi, la guardi e proprio non te la immagini chiusa in bagno con due dita in gola a vomitare yogurt e paure, in giro tra la gente a ridere per dispetto. Ma lei te lo dice di essere una ragazza anoressica con un corpo sano in prestito, che non è morta, lei è restata, senza però esserci mai veramente. Che a pensarci è come morire. Lei è restata ma non sa dove andare.
Te lo dice che ci sono ancora giorni d’inferno in cui cerca disperatamente le sue ali e gesticola e parla e te lo dice, che non si pente delle sue scelte sbagliate.

Ha bisogno di innamorarsi, ne ha bisogno davvero, ma questo non te lo dirà mai, perché certe emozioni la spaventano a morte, è la voglia inspiegabile di prendersi cura di qualcuno, il desiderio incostante di donare sospiri. Lei vuole amare e incazzarsi, strappare baci e camicie, fare l’amore e annoiarsi, lei vuole Breva e Tivano, vuole carezze e rancori e giorni pieni di vita.
E se la guardi negli occhi lo capisci che è ancora su quella spiaggia. Ed ha di nuovo sei anni. Anche se non te lo dice.

Lei è Cristina e sta dormendo, quando si sveglia avrà trent’anni, non ha bisogno di volare, chiede solo di non sognare. E di inseguire un aquilone.

La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori. (Alda Merini).

La canzone non poteva che essere questa: Superchick – Courage.

#lasciamisognareinpace.

Esistono cose che non riusciamo a vedere, ma questo non significa che non ci siano.

Quando ti imbatti in una di esse, meravigliati. Sono le illusioni, i sogni, i desideri.
E quindi stupisciti che son fatti per quello, per essere vissuti per quello che sono: punte di spilli di magia assoluta e la magia non va spiegata.

E allora assaporale le gioie infinite, ma anche i dolori, che serve comunque per imparare a gestirli, come quei mostri che ti mangeranno il sonno, come quel senso di vuoto assordante che sentirai ogni volta che perderai il passo, per fermarti a guardare due occhi graffianti, che ti prendono alle spalle e non ti molleranno più.

E allora innamorati e gridalo al mondo, che c’è bisogno di un po’ di frastuono, che a fare silenzio si prendono spintoni, che a fare silenzio si viene calpestati.
Innamorati e vivilo all’ultimo respiro che in questo caso è magia davvero e se il tuo illusionista non saprà stupirti, fatti rimborsare, che certe occasioni vanno prese di faccia, che se non lasciano segni saranno giorni sprecati.

E allora sgrana gli occhi e portali in giro, che fa sempre comodo avere più luce, tu portali in giro e scrivilo sui muri “ok sono strana, ma lasciami sognare in pace”.
E non ti stancare di essere curiosa, che cose da capire ce ne sono a milioni, ma ci saranno alcune che non saprai spiegarti, e sarà inutile cercare un motivo, perché il trucco stavolta davvero non c’è.

E prenditi il tempo per goderti lo spettacolo, che i prestigiatori sono sul palcoscenico e loro lo sanno che c’è la voglia di restare a bocca aperta, che la realtà ogni tanto si ferma a guardare e saranno minuti che ti resteranno addosso, perché certe illusioni ti serviranno davvero.

E allora fregatene di rimanere con i piedi per terra, che le cose invisibili sono la vera magia. E faglielo capire che abbiamo bisogno di essere ingannati.
E non farci caso a chi ti dice “fai piano”, tu sogna più forte e lasciali parlare, che i bambini lo sanno ciò che conta davvero, fai la brava prosegui e tutto andrà bene.
E se non sai cosa fare agisci d’istinto, fai l’inchino e sorridi.
E abracadabra.

“Non si deve mai dire a un bambino che i sogni sono sciocchezze : sarebbe una tragedia se lo credesse.” (Paulo Coelho

Qualunque cosa accada, fai sempre A modo tuo.

Estemporaneo: perfettamente sbagliato.

Sono fuori dalla porta, con l’inquietudine che sale, non cercare alternative, apri e fammi entrare.

È il nostro momento perfettamente sbagliato, secondi scanditi dalla voglia di far saltare ideali e bottoni, frenesia di strappare certezze e camicie, incoscienza di decisioni prese contromano.
Bramosia di spalle contro un muro, di gambe nervose e odore di pelle più nuda.

È il bisogno assoluto di passioni sudate e soffi di grida, di echi remoti e cuscini selvaggi, nelle vene un veleno di passioni a cavallo, e dentro gli occhi più larghi veder cadere sospiri, sopra i fianchi impazziti un naufragio dei sensi.

È la voglia indecente di calze a rete e pianure, di occhi chiusi sul mondo e di lava nel mare.

Fammi entrare e guardiamo l’universo alla sfascio, rimaniamo aggrappati alla schiena che vibra e lasciarsi morire sopra i fianchi indifesi, torturiamoci a morte e affondiamo le unghie in piaceri al galoppo.

E ti giuro voglio solo darti un attimo di felicità imperfetta, che ci rimanga addosso come il fumo di Londra, un ricordo salato di lenzuola aggrinzite, come un’onda lontana che promette disfatte.
Ti lascio un lamento come un tuono d’agosto, un paio di mani sul collo che stringono aria e inquietudine e due piedi puntati a pareti e profumi.
Ti regalo incertezze di dolori e d’incenso, voglio darti fastidi come graffi sul muro, un amplesso furioso di anime in pena.

Sono fuori in attesa ma non voglio più entrare, volto le spalle e svanisco.
E rinuncio in eterno alla tua bocca aggressiva.
Perché sono da sempre perfettamente sbagliato.

P.s. Questo è un post anomalo, lo so, mi piaceva sperimentare. E poi…boh, è uscito così.

L’isola all’orizzonte.

 

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Ai viandanti senza méta, ai fuggiaschi dei respiri, ai sognatori in controluce. A tutti quelli che continuano a cercarla senza sosta.

Non dubitate, esiste davvero, un po’ come Atlantide, un po’ come “Il bacio” di Klimt, come le ossessioni, come le tempeste improvvise, i concerti all’aperto.
Lei è reale, come gli amori nei sonetti di Shakespeare, il senso di vuoto fra le dita, il sapore del vento sulla lingua. Come il mare. Dentro. Che allaga il torace.

Lei si lascia toccare, come un’anima tiepida in un letto disfatto, come un’amante in armatura e calze a rete, come una voglia insoddisfatta, un diamante dietro a un vetro, un odore di ricordi

Tutti la stiamo cercando, anche chi si ostina a non ammetterlo, ognuno a suo modo, anche chi si è arreso, la cerca di nascosto, magari al buio per non farsi vedere, magari protetto da un “io me ne frego”.

La parte più difficile non è trovarla, ma saperla riconoscere. Perché lei è sfuggente, come le idee più segrete, è quasi trasparente, come un bambino che scrive su un vetro.
Lei è devastante, come una vedova di trent’anni che vuol capire, un mercenario senza più nome che vuole amare, un condannato pieno di sogni senza catene.

È intrigante, come un sospiro sul collo scoperto, come infilarsi le mani addosso in mezzo alla gente, come trovarsi in una stazione alle due di notte.

Lei è rabbiosa, ammaliante, testarda, indifesa, capricciosa, leggera, esaltante, sincera, spiazzante, vogliosa. Lei è viva.

Tutti l’abbiamo cercata, molti lo stanno facendo ancora, altri l’hanno lasciata fuggire. In pochi, pochissimi l’hanno trovata sul serio. Sono quelli che si ostinano a dire che esiste davvero.

E allora non importa se siamo viandanti, fuggiaschi, sognatori o magari solo dei poveri illusi, no, non importa, andiamo avanti, che forse da qualche parte esiste davvero la nostra isola all’orizzonte. La nostra forma di America.

“Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l’America. “ (Alessandro Baricco)

In qualunque direzione stiate andando, fate attenzione, che qui non è Hollywwod.

Di camere, pentagrammi e poco rumore. E un po’ di più.

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Immagine presa dal web

Ci sono persone che più di altre hanno bisogno della loro camera del silenzio.

Sono quelli che hanno il buio in fondo agli occhi un po’ più nero, il miele sul palato un po’ più amaro, il mare dentro dentro all’anima più profondo.
Quelli che si perdono dentro un’illusione, che tutte quelle parole nella testa fanno un gran rumore, che vi passano vicino lungo i marciapiedi, ma non sanno neanche loro dove son finiti coi pensieri.

E li vedi seduti in una stanza a fissare un muro, perché non sapendo più dove guardare, si sono rifugiati dietro un orizzonte da inseguire, perché fa male sentirsi fuori posto e non poterlo dire e allora è meglio non avere sguardi da giustificare, sono note sparse sopra un pentagramma senza concerti in cui poter suonare.
Sono quelli che respirano a fatica davanti ad un sorriso inaspettato, perché temono di sgualcire quei secondi di bellezza assoluta che svanisce, quelli che non sanno dove andare ma è tutto perfetto, che non è mica la prima volta che vanno in giro per istinto, che anche se si perdono ormai non ci fanno più caso. E vanno a senso.

Quelli che restano in silenzio perché poi lo sanno, che a parlare da soli un po’ ci si confonde, mentre tutti gli altri fanno la loro parte, loro sono bolle di sapone dentro un vento forte, che basta un gesto insolito per farli svanire.
Sono quelli che fra le loro pareti sanno cosa fare, ma se li metti davanti ad uno sguardo, vorrebbero scappare o incarcerarsi dietro ad un paio di occhiali scuri per poter respirare, quelli che non hanno quasi niente da farsi perdonare, ma nonostante tutto vorrebbero non farsi notare.

Sono quelli che smaniano per provare a parlare, ne hanno un bisogno infinito, ma non è da tutti riuscire a sostenere un ideale senza lasciarsi trucidare dalla paura di non essere all’altezza di aprire bocca ed iniziare a sparare. Sono quelli che chiudono a doppia mandata e gettano la chiave, perché far uscire parole è come stare nudi davanti ad un tribunale, “e signor giudice io nego tutto, lei è un uomo che ha studiato, non le ho mai detto “amore tu mi manchi”, io l’ho solamente urlato”, ma nessuno l’ha sentito, che certe grida è meglio ignorarle, che certe donne non si meritano di fare le infermiere ad un matto, che certe volte è meglio non parlare perché quando va tutto bene non serve dirlo. Quando va tutto bene è meglio non saperlo.

Sono quelli che si sono chiusi fuori dalla confusione, per non sentire il peso di chi vuol sapere, di chi ti chiede se stai bene solo per fare conversazione, ma se poi rispondi non ti stanno neanche a sentire; sono quelli che saprebbero volare, che danno un peso alle parole, che davanti a certe labbra il fiato non ne vuol sapere di riprendere ad uscire.

Ci sono persone che hanno bisogno di rifugiarsi nella loro stanza senza nessun rumore, , dove nessuno li potrà mai trovare, dove osservano il mondo per poterlo affrontare, dove si guardano dentro per capire se va tutto bene, che si trovano sbagliati ma se ne fanno una ragione. È il posto in cui devono imparare a nuotare perché per stare a galla in questo mare devi riuscire a regalarti un sogno,

Ci sono persone che hanno il fiato in salita un po’ più corto, che ci sfiorano lungo i viali ma sono un po’ più lontani, che tengo gli occhi un po’ più chiusi per restare nella loro stanza, un po’ di più.
Ci sono persone che parlano poco, sorridono piano, soffiano i dolori un po’ più lontano da qui.
Continuano a sfiorarci, continuano a sorriderci, continuano a ripetere che stanno bene. Ad ogni passo muoiono un po’. Ma l’importante è non saperlo.

(Questo testo è stato ispirato da un po’ di musica, qualche chiacchiera sparsa e da un post di Harahel, anche se lei non lo sa)

“Si dice che ogni persona è un’isola, e non è vero, ogni persona è un silenzio, questo sì, un silenzio, ciascuna con il proprio silenzio, ciascuna con il silenzio che è.” José Saramago, La caverna

Questa canzone non ci combina niente, lo so, ma mi piaceva…e quindi eccola qua.

Alla corte di Madame Sitrì.

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C’è l’anima di un gatto ammaliante dentro ognuno di noi.

Ne senti la presenza, si aggira sinuoso fra un ideale tradito e un principio venduto al mercato rionale, rimane in agguato e non sai mai quando uscirà allo scoperto, in realtà preghiamo sempre che resti al suo posto, ma non sarà così. ci cammina dentro silenzioso, si muove furtivo attorno ai nostri ideali, ci tenta, ci seduce, ci rende instabili, ci rassicura, come un bacio lento che vorresti non finisse mai

È il nostro mistero, il nostro lato in penombra, ci graffia con i ricordi e ci ammalia con gli entusiasmi.
È il nostro riflesso imprevedibile, seducente e profumato come le prostitute del bordello di Madame Sitrì, ci illude, ci regala l’impressione di poterlo controllare, si sdraia docile ai nostri piedi, per poi sbranarci nei momenti meno opporuni.

Si impossessa di noi mentre discutiamo animatamente, mentre tiriamo sassi contro un dolore fuori controllo, mentre guardiamo la nostra America allontanarsi asciugandosi il viso. Pilota le nostre parole, quando le frantumiamo contro i muri di due occhi indifesi, esce fuori sfoderando artigli affilati e straccia le vesti di quell’anima che ci aspetta da sempre, si accanisce sulla carne di chi ci ascolta morendo in silenzio.

Nessun rumore, si lascia accarezzare e poi con un balzo improvviso si prende gioco di noi, è la nostra lingua impulsiva che sputa sentenze, la nostra voce alterata che sbandiera rancori, le nostre mani agitate che spostano aria rabbiosa.
Si muove con grazia il nostro gatto lascivo, si strofina indecente come un’amante vogliosa, con il sul manto lucido di una bellezza inquietante, poi svanisce ammiccante dietro la tenda della finta normalità, ci sfida a seguirlo alzando la coda, invita a duello il nostro volere insicuro.
È il nostro sabato ozioso, il nostro istinto più vero, il desiderio straziante di affondare le mani dentro una voglia indecente.

Dà la caccia in eterno al nostro autocontrollo, lo trova, lo sbrana, lo nasconde in soffitta, ogni tanto lo libera per torturarlo di nuovo.
È il nostro grido ovattato, che trova uno sfogo improvviso, è il fuggiasco in attesa di un carcere nuovo, è lo sparo mortale ad un sogno in affitto.
È come quando ti manca talmente qualcuno che ti senti un teatrante senza il suo boccascena.

E allora nel silenzio più totale la sento che si muove con passo felpato, finalmente la guardo e la lascio graffiarmi, mi spaventa e mi cura. L’ anima errante del mio gatto randagio.

“Ognuno di noi è una luna: ha un lato oscuro che non mostra mai a nessun altro.”
Mark Twain, Seguendo l’equatore

Se l’anima del mio gatto avesse una forma, mi piacerebbe che fosse così: Cats In The Cradle

Dentro un sogno d’amianto.

E allora scrivi, per non sentire il tempo che passa, per non vedere gli anni cadere, per dire che non ti basta veder passare i tuoi giorni.

Scrivi, perché devi far uscire la sabbia dai polmoni, perché in quella sabbia ci sono i tuoi sogni interrotti e fanno un male bastardo.
Scrivi, perché in qualche modo devi pur sopravvivere, parla dei momenti in cui vorresti strappare il cuore e piantarlo al muro per farlo parlare, per sentire che cazzo c’ha da urlare così forte, che non sei sordo, che qui c’è gente che vorrebbe riposare.

E allora scrivi, parla di cose che non sai, di persone andate, di storie finite, delle tue dita che fanno vibrare una chitarra acustica che non suonava da anni, della tua voce che segue le note ed esce impastata, di quando salivi su un palco e ti piantavano un microfono davanti e lì, in quel preciso istante, vivevi davvero.

E allora scrivi France, come ti viene, che tanto sono le 3 di notte, chi vuoi che se ne accorga se sbagli gli accenti, che a quest’ora si sa, non esce mai niente di buono, ma tu fregatene e continua a battere le dita sui tasti, e se anche nessuno leggerà mai, va comunque bene così.
Lo stai facendo solo per te, perché stanotte sei egoista, perché ne hai bisogno, perché ogni tanto l’anima deve riuscire a prendere aria.

Scrivi, che se scrivi non verranno a cercarti, che se scrivi non sanno chi sei, non saranno capaci di spezzarti il respiro, se metti in fila parola riesci a fregarli, se muovi le dita racconti il tuo blues. Se muovi le dita riesci volare.
E scrivi di te, che adesso puoi farlo, che a quest’ora chi vuoi che ti stia ad ascoltare, racconta il tuo mondo che è qui e ne senti il respiro, in questo silenzio ne intuisci i contorni, che alcuni giorni passati sono stati un regalo, che preghi ogni giorno che lei sia felice davvero, che mica è un reato stare bene ad oltranza, che tu ne hai bisogno di quegli occhi assordanti, che in quel tempo passato abbracciati sembrava tutto perfetto.

E raccontalo al mondo di quella smania imprecisa, che di giorno la lasci nascosta a dovere, ma con il buio riappare e sembra che voglia incendiare i tuoi sogni d’amianto. Che i sogni si sa, prendono fuoco con poco.

Scrivi, che fino a domani nessuno vorrà più sapere se stai bene o stai male e le facce che fai saranno sempre le stesse, solo i sorrisi sono meno impulsivi, ma chi vuoi che se ne accorga, io e te lo sappiamo che siamo bravi a celare un fremito di disperazione dietro a un solco sul viso.

E allora chiudi gli occhi, roba di un minuto, che la vita è in attesa dei tuoi passi all’assalto e se senti che cedi stringi i pugni più forte, che le botte che hai preso fanno male sul serio e non c’è più motivo di aspettare che il dolore svanisca da solo.

Respira Francesco che domani è arrivato e dobbiamo riuscire a trovare le scuse migliori per non lasciarsi affogare. E se non sai come fare, dai retta a me, con i denti serrati e le mani tremanti, prendi fiato. E poi scrivi.

“Un sognatore e’ colui che puo’ solo trovare la sua strada dalla luce
della luna, e la sua punizione e’ che vede l’alba prima del resto del mondo.”
Oscar Wilde

Oltre all’originale, questa è la versione che preferisco. Ve la presto, speriamo ci aiuti a sentirsi vivi.

Uno sguardo in Irlanda.

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Ci sono mari sconfinati e ci sono scogliere che li contengono. È così e niente potrà sciogliere l’abbraccio che li unisce.

Vivo da sempre in una città di mare e tutte le volte che mi trovo a passare sulla strada che costeggia la scogliera devo rallentare, a volte fermarmi e guardare verso l’infinito. Succede ogni maledetta volta. E da sempre, in quel preciso istante, nasce un’emozione che mi seduce. Ogni volta.
Ho sempre creduto che esistano due tipi di emozioni, quelle che si fermano agli occhi e quelle che arrivano allo stomaco.

Sì, perché certe sensazioni si piantano dentro, come certi gesti o certi amori.
E non importa se poi il momento passa, il senso di vuoto che toglie per un attimo il fiato ormai è dentro, giù, in fondo. Ormai fa parte di noi e nessuno potrà mai toglierlo da lì. Siamo legati, come il mare e la sua scogliera.

Ci sono emozioni che seducono il nostro stomaco, sono piccole cose, magari piccoli gesti, come una donna che si sposta una ciocca di capelli dagli occhi, ma lo fa in un modo che ci sorprende, lei neanche sa di quanto sia irresistibile in quel momento, di quanta bellezza sia capace di sprigionare, una bellezza che fa quasi male, come fosse un fastidio. Lei non lo sa di aver agitato il nostro mare, di aver fatto nascere una nuova emozione che ci seduce.

E non ci saranno liti o parole sbattute sul tavolo che riusciranno a strappare via quella scheggia dal respiro. Sarà così ogni volta che la guarderai negli occhi e ci vedrai l’Irlanda, o la vedrai sorridere e sentirai l’odore della Normandia, muove le mani e tu sei seduto su uno strapiombo portoghese, con l’Atlantico che minaccia tempeste.
E ti ci perdi in quegli occhi e in quei sorrisi e anche se lei smetterà di guardarti non importa, tu sentirai ancora il mare sotto di te che tira cazzotti agli scogli.

Perchè ormai sei là e se l’amore è volubile, tu non smetterai di pompare il salmastro nei polmoni, né di guardare i vortici dell’acqua, né di sentire le grida della tua emozione che ti seduce.

E allora non fa niente se lei se ne andrà, se porterà con sé i sospiri, i silenzi, i giardini d’estate, i baci voluti e quelli mai dati, i morsi alle labbra, le 9 e 40 e i giorni di vento, le strade in campagna e le ore a parlare, i biglietti non scritti i “noi ci sentiamo”, i sogni e i cassetti, i parcheggi assolati, il tempo in attesa di un treno in arrivo, i “dammi le mani, non senti che tremo”, restiamo in silenzio che voglio sognare, che è il nostro modo di fare l’amore.

Ci sono mari e ci sono strapiombi, a volte mancano sia gli uni che gli altri, esistono solo alcuni impercettibili sospiri interrotti, che resteranno dentro lo stomaco in attesa di una scogliera e della sua emozione che ci seduce.

” Ci sono cattivi esploratori che pensano che non ci siano terre dove approdare solo perché non riescono a vedere altro che mare attorno a sé.” Francesco Bacone

Se vi capitasse di viaggiare e incontrare la vostra scogliera, se volete, senza impegno, mandatemi una cartolina