Ninna nanna senza pretese.

Ninna nanna a te che dormi, che navighi i tuoi sogni, con il respiro calmo di chi inala vita e la soffia sul mondo. Dormi amore, che questa notte è appena iniziata e di tempo ce n’è, che il mondo là fuori minaccia tempesta, ma tu dormi e continua a camminare un metro oltre le nostre inquietudini.

Ninna nanna per tuoi passi all’assalto, per gli sguardi di salsedine e cera che ti scuoteranno i sospiri, per quel dannato amore da cui tutti scappano senza poterne fare a meno, io non lo so come dev’essere ma pare che sia qualcosa a cui nessuno può sottrarsi e allora, tanto vale viverselo.

Ninna nanna a tutte le volte in cui fuggirai, perché capiterà, quando meno te lo aspetti, capiterà. Davvero. E ti troverai ad allontanarti così tanto da provare panico. Io non lo so perché fuggono le persone, davvero non saprei dirlo, ma ognuno di noi ha sempre qualcosa o qualcuno da lasciarsi alle spalle. Dicono che faccia parte del gioco. E allora, tanto vale giocarsi bene la propria mano di poker.

Ninna nanna ai giorni inutili, a quelli passati ad aspettare. Perché è questo che fanno alcune persone. Aspettano. Senza sapere bene chi o che cosa, sì piantano lì, immobili come i cristi nelle chiese. E aspettano. E ti assicuro che ne passa di tempo, maledizione quanto ne passa, ma certe persone proprio non possono farne a meno, è la loro natura. Loro aspettano. Che sia troppo tardi.

Ti prego non farlo. Se vuoi veramente battere il tuo tempo devi viverlo, anche se dovesse strapparti nel frattempo tutti quanti i giorni. Tu vivilo.

Ninna nanna al mare che ti porterai dentro. E qui, veramente non c’è proprio una stramaledizione di niente da farci. Te lo porterai dentro. E basta. E non ti lascerà in pace. Mai. Sarà il tuo incantesimo, la tua disperazione, sarà il tuo pugno alla bocca dello stomaco. Sarà la tua salvezza. Io non saprei dirlo se sarà un mare calmo o in tempesta, proprio non saprei dirlo, so soltanto che ci sarà. Sempre. E allora tanto vale tuffarsi di testa, tanto vale camminarci dentro. Non ha senso restare qui, su questa sabbia bagnata, in questo posto che non è più terra e non è ancora acqua. Tanto vale provarci, a navigarlo davvero.

Ninna nanna alle tue solitudini, che ogni tanto ci vuole un rifugio sicuro in cui prendersi a pugni. E alla fine chi se ne frega se si vedono i lividi, chi se ne frega se si vede che hai pianto. Alla fine, credimi, chi se ne frega se hai avuto paura. Ci saranno giorni così e allora, tanto vale trovarsi un posto accogliente, un riparo senza vento. Tanto vale cercarlo con cura il posto perfetto in cui farsi del male.

Ninna nanna alle cose non dette, che rimangono lì sospese come baci non dati, che quasi le senti le labbra che si sfiorano, ma alla fine arriva una distrazione caduta giù da chissà dove a lasciare per sempre quel momento incompiuto. Le parole non dette sono così, attimi monchi, che ti si aggrappano addosso e fanno peso nella gola. E un po’ ti ci logori, un po’ te ne penti di averle ingoiate per sempre. E allora tanto vale averle leggere le frasi che ti muoiono in bocca.

Ninna nanna al tuo mondo, che sarà solo tuo, che dovrai tenertelo stretto, legato intorno alla vita con un fascio di nervi e sorrisi. Abbine cura, che sarà l’unica risposta da dare quando ti chiederanno se sei esistita per davvero.

Non fare caso alle cose che dico, tu continua a dormire piccola mia, che là fuori la situazione non è buona, ma comunque sia dobbiamo provarci. E allora, nel frattempo, tanto vale fare bei sogni.

 Dedicato a te che ci hai scelto e che trasformi in vita ogni nostro singolo giorno.

Dalle casse Born to be alive nella versione che preferisco.

 

L’uragano e l’aquilone.

Mi chiamo Robert, faccio vittime ma non sono un assassino. Me lo ripeto ogni volta, ogni maledetta volta che strappo via una vita. Chiudo gli occhi e me lo imprimo nella mente. Io non sono un assassino.

Il mio nome non compare nei libri di storia, perché non ho storia. Dicono che ogni uomo ha un destino intero da raccontare, che se lo porta dietro, cucito addosso come un abito da cerimonia. Perfetto e insopportabile. Ma quelli come me non vorrebbero aver vissuto, quelli come me sono solo impostori sfuggiti al controllo della sorte. Quelli come me sono lupi in caccia, che sbranano le esistenze senza provare rimorso.

Sono solo un anonimo irlandese costretto a vivere a New York, tutto qua, niente di preoccupante, un uomo come tanti, di quelli che se li incontri al parco li saluti con un sorriso. Uno di quelli che ti passano vicino e neanche te lo immagini la voglia che hanno di essere normali. Neanche te lo immagini la cenere che hanno in fondo al cuore. Anime di falco costretti a nuotare in mare aperto.

Neanche te lo immagini che se ti siedi di fronte a me non farai mai più ritorno.

Io sono quello che gioca con le leve, con metodica freddezza, l’unica forma di riscatto di un’esistenza vissuta senza vivere davvero. Tre secondi la prima leva. Un minuto per riprendersi la rabbia dal respiro. Tre secondi la seconda leva. Giusto il tempo di urlare contro questo soffitto assurdo di sogni e di cemento tutto lo schifo avuto in dono. Un altro minuto per pescare a piene mani nel fiume in piena della collera più estrema. Ultimi secondi alla massima potenza prima di togliere corrente. Ultimi interminabili istanti passati giocando a fare il padreterno.

Ne ho uccise talmente tante di persone che quasi faccio fatica a crederci. Infedeli e sovversivi, cospiratori e ladri dell’umana virtù. Ho reso migliore la vostra vita, voi, animi gentili, indifesi, dame e cavalieri senza peccati da espiare. Ho alleggerito i vostri incubi, ho profumato i vostri sogni, rendendo insopportabili i miei.

Di tutti quei visi che ho visto spegnersi senza scampo ricordo solo l’ultimo sguardo implorante di una pietà che non sarebbe mai arrivata. Non conosco i nomi di quelli a cui ho fatto l’anima a brandelli, non li ho mai voluti sapere, solo le mani, solo quelle mi sono rimaste impresse a fuoco nella memoria. Le mani di qualcuno che sa di dover morire. Alcune strette a pugno, come a tenersi stretto l’ultimo istante in questo mondo. Altre aperte come a sentire per l’ultima volta l’aria sulla pelle. Come a farsi scivolare la vita fra le dita. Come a dire non finisce qui, non so come, non so cosa accadrà. Ma non finisce qui.

Questa sera rumorosa di una notte che tarda ad arrivare ci sono due uomini che attendono di porre fine al loro destino. Non mi aspetto niente di diverso, sarà tutto come sempre, come deve essere, li porterò al di là dei loro stessi pensieri. Sono solo due anarchici italiani che si proclamano innocenti, niente di nuovo, quando entrano in quella stanza e si siedono sul trono sono tutti angeli immacolati. No, decisamente, niente di nuovo. Solo l’aria più leggera. Niente di più

Entrano senza fare il minimo rumore, niente di nuovo, solo non si vedono le mani. E l’aria è più leggera. Ancora. E quando è così è una stramaledizione, perché finisci per sentirla davvero la loro anima che urla, finisci per vederli davvero quegli occhi sicuri che non implorano perdono, ma solo verità. Finisci per percepirla davvero la storia che si portano addosso. Come un abito da cerimonia. Perfetto e insopportabile.

Quando è così il mio spirito si ribella, davanti a questi due uomini le mie braccia si fanno pesanti e non ne vogliono sapere di allungarsi verso quelle maledette leve. Questi due uomini qua non mi lasceranno in pace, già lo so. Loro sono lo schiaffo e la speranza, l’uragano e l’aquilone. Loro sono l’ingiustizia e la sua leggenda. Loro sono Nicola e Bart.

E’ passata da un pezzo mezzanotte, sono qui seduto al tavolo di questo schifo di taverna a finire il ventesimo bicchiere di Jack Daniel’s. Questa notte ho ucciso ancora, questa notte ho ucciso davvero.

Solo una certezza riesce ancora a farmi respirare, un’unica, assoluta certezza. Non finisce qui, non so come, non so cosa accadrà. Ma non finisce qui.

Mi chiamo Robert Greene Elliot e stanotte ho giustiziato Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti sulla sedia elettrica. Stanotte sono un assassino. Stanotte. E per tutte le altre notti.

« Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — non augurerei a nessuna di queste ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un radicale, e davvero io sono un radicale; ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano […] se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già. »
(dal discorso di Vanzetti del 19 aprile 1927, a Dedham, Massachussetts)

Dedicato alle idee che sopravvivono e alle persone che si sono sacrificate per esse.

Nicola and Bart.

Diciotto passi oltre il confine.

paesaggi_mare_scogli_bianco_nero

Era quasi l’inizio di un nuovo autunno, una di quelle date strane che segnano un inizio a metà di qualcos’altro. Che le stagioni sono così, nascono a metà di qualcosa già in corso e un po’ ti confondono, ti fanno perdere il conto dei giorni, le stagioni. Tutte e quattro. Ma questa un po’ di più.

In uno di questi giorni qui, uno di quelli a metà, Leo giunse a Clès, più che un paese era uno sputo di mondo. Clès. Uno di quei posti che sono frazione di qualcosa di più completo. Frazione, come a sottolinearne l’inferiorità, come se la vita in questi posti qua avesse un volume ridotto. Una frazione, così come lo sono le emozioni rispetto ad un amore. Riassunti di un qualcosa di più complicato. Non città ma frazioni, non profumi ma essenze, non amori ma colpi all’anima.
Questo era Clès: un posto piccolissimo con l’infinito del mondo a disegnarne i confini.
Questo era Leo: un uomo in cerca del perimetro della vita.

Leo era un pittore, a vederlo così non lo avresti mai detto. E in invece era un pittore. Faceva solo ritratti, solo quelli, niente paesaggi, nature morte o roba simile. Solo ritratti.
Prendevi la strada che portava verso la collina, contavi diciotto passi, non uno di più. Una misura assoluta, ci avresti potuto costruire sofisticati strumenti di precisione con quella misura lì. Potresti contarci qualsiasi distanza. Quanto sei lontano dalla piazza, due volte diciotto passi, quanto sei lontano da casa, due milioni di diciotto passi. Quanto sei lontano da capire chi sei. Una vita di infiniti diciotto passi. Non uno di più.
Al diciottesimo passo ti fermavi e guardavi a sinistra. Un portone verde, di legno, ti guardava come a dirti “entra se hai il coraggio. Entra e vieni a vedere chi sei. Piccolo illuso che non sei altro. Una volta per tutte. Vieni a vedere chi sei.” E tu non potevi far altro, cosa avresti potuto rispondere ad un portone che ti guarda in quel modo. Niente. Oppure, “fatti da parte e lasciami entrare”.

E una volta dentro ti si spalancavano davanti un paio di rampe di scale, di quelle fatte in pietra, stritolate fra pareti, di pietra. Come se i muri si inchinassero concedendoti il privilegio di salire lungo la loro spina dorsale. Arrivato in cima lo vedevi. Leo, seduto in un angolo della stanza, pronto a dipingere, come se non avesse niente di meglio da fare che stare lì. Non poteva sapere che saresti arrivato da lui, ma stava lì. Ad aspettarti.
Non diceva una parola, alzava lo sguardo verso di te. Niente di più.
Al centro della stanza c’era un divano, uno di quelli in pelle rossa, la sua, che ti si attacca alla pelle, la tua, come certi ricordi. E alla fine non distingui quale siano le tue cellule e quali le sue cuciture.
Avresti potuto dire qualcosa, che ne so, un saluto, una qualsiasi fottuta frase per interrompere quell’assurda atmosfera, ma niente. Nessuno di quelli che entrava la dentro, nessuno, mai, diceva una parola. Si sedevano su quel divano, tutti. E alzavano lo sguardo verso di lui. Niente di più.

Leo dipingeva, ma non usava i pennelli ed i colori, no, niente affatto, lui prendeva la sua matita di grafite, apriva il pentagramma e disegnava. Le note.

I suoi ritratti erano melodie. Niente di più.
Ti guardava, ti scrutava, ti sentivi scavare dentro come se avessi le termiti nelle vene.
Leo ti guarda ed era come se ti avesse fra le mani. Ti teneva stretto e ti spremeva l’esistenza. Ti svuotava, entrava nel tuo spazio, ci vagava dentro. Cercava qualcosa, sempre. E ogni volta lo trovava, il tuo perimetro di vita. Lo trovava. Sempre.
Potevi fare qualunque cosa, in quella stanza, su quel divano. Eri libero. Stare in silenzio o cantare a squarciagola, vestito come un aristocratico il giorno della festa del santo o nudo come un verme ad affrontare i tuoi pudori e i pregiudizi di qualcun altro.
Potevi essere chiunque, in quella stanza, su quel divano. Il prete e il peccatore, il carceriere e l’avvocato, la sposa e la puttana, l’ingenua e la regina.
Leo non ti giudicava, lui cercava i tuoi confini, come una persecuzione, con un sant’iddio di costanza che faceva quasi paura. Che ti faceva sentire a casa. Davvero. Faceva scorribande dentro il tuo destino, come un amante insaziabile, violento e dolcissimo. Lui era il veleno e la tua cura. Ascoltava la tua musica e ne disegnava i contorni, in un tripudio di diesis e bemolle, di pause e di biscrome. Fra un adagio ed un andante, un notturno e una ballata. Come se tutto il mondo conosciuto si comprimesse su quel divano di pelle rossa e sprigionasse la colonna sonora della tua vera essenza. La trascriveva su quello strano foglio di carta, ne curava i dettagli, la imprigionava fra quelle righe e alla fine lo trovava davvero. Il perimetro della vita.

Non potevi opporre resistenza, ti lasciavi trucidare, eri un bersaglio facile, per lui. Lui che mirava dritto al cuore.

Una volta finito, si alzava, senza dire una parola. Si metteva al pianoforte. E lì accadeva qualcosa di straordinario. Ti spiegava chi eri. Senza dire una parola. Roba da non credere. Straordinario. Descriveva le tue rughe, i tuoi errori, le tue gioie non godute, i tuoi tormenti di coperte notturne. Ti mette davanti i tuoi giorni travagliati, ti ci fa sbattere il muso contro, forse per la prima volta in vita tua, ti mostra davvero chi sei. Che da solo non avresti mai avuto il coraggio di farlo. E non hai scampo, ti vedi chiaramente in ogni nota, come se fossi nella stanza degli specchi. Non c’è via d’uscita, perché la vita è così, se ti metti a guardarla ti ci perdi dentro. E alla fine non vorresti più uscirne. Non ne uscirai, almeno non uguale.

Questo faceva Leo, cercava il perimetro delle esistenze altrui, per liberarle, per farle cessare una volta per tutte di essere frazioni, sputi di mondo con l’infinito addosso a disegnarne i confini.

Era quasi l’inizio di una nuova stagione, una di quelle date strane che segnano un inizio a metà di qualcos’altro. Che le stagioni sono così, nascono a metà di qualcosa già in corso e un po’ ti confondono, ti fanno perdere il conto dei giorni, le stagioni. Tutte e quattro. Ma questa un po’ di più.
Leo svanì che era il venti di Marzo, che se svanisci di Marzo dai meno nell’occhio, che ti nascondi meglio in mezzo a quei profumi, che in quel periodo dell’anno la gente pensa più spesso a ciò che verrà e non a ciò che è stato.

Lui ha ripreso il cammino, che se ti fermi come lo trovi il perimetro della vita. Ci sono ancora altri sputi di mondo da dover esplorare, altre frazioni da dover liberare. In una di queste, prendendo la strada che porta verso una nuova collina, ti trovi davanti ad un nuovo portone. Non devi far altro che entrare, dentro c’è Leo che ti aspetta con la matita in mano come un fucile spianato. Sparerà una volta sola, sparerà per ammazzare, tu sarai la preda e lui il tuo bracconiere. Non è lontano da te, quel portone verde di legno, trova il tuo confine e poi fai diciotto passi. Non uno di più.

Là c’è Leonardo che si ostina a cercare il perimetro della vita. La sua Monna Lisa.

Nell’aria Pezzi di vetro – De Gregori.

Rossana alla ricerca del bassista.

Che cos’è quest’aria lenta di polvere e tramonti, pesante, come le mie insicurezze, tremenda e rassicurante. E’ l’aria di quando tremi e non sai perché e quasi ti rassegni in attesa di una sventura. E non sai quale.

Che cos’è questa penombra di intonaco e salmastro, in cui gli occhi cercano l’uscita, come fosse l’unica via di scampo, l’unico sentiero conosciuto per tornare a quel mondo in cui il pronostico di un sorriso sembra quasi impossibile. Il mondo in cui quelli come me respirano in affanno. I passi si fanno pesanti e sempre, ogni maledetta volta, sempre, si fermano. Quelli come me li noti a fatica. Noi siamo quelli che dimentichi con facilità. Noi siamo i rimasti.

Che cos’è questa umidità che bagna le labbra, come se l’anima trasudasse impazienza, Quelli come me faticano persino a trovarla un’anima, come fosse un’immagine sbiadita che ogni giorno perde una sfumatura in più. Quelli come me si lasciano vivere, non danno mai il primo colpo di batteria, quelli come me suonano il basso, che in questo oceano di suoni neanche si sente. Devi sforzarti per percepirne le note, devi farlo, devi volerlo davvero. Devi venirteli a prendere certi accordi. Quelli come me devi venirli a cercare. Fermarti, voltarti un attimo indietro, verso il punto di partenza. E venirli a cercare.

Che cos’è questa mano fra i capelli, come un pavimento ruvido che ti attiva i sensi. Quasi un ostacolo al normale svolgimento delle mie inquietudini. Quel contatto inatteso che mi costringe a prendere coscienza della nuova sfida da affrontare. Quelli come me non ne vogliono sapere di scendere in battaglia. Hanno l’armatura, la spada e tutto il resto, ma non ci pensano neanche a buttarsi nella mischia. Il mio nome è Cyrano ma non sfidatemi a duello. Quelli come me alzano le mani e attendono il colpo in mezzo al petto.

Cosa sono queste dita che mi percorrono il profilo, questo respiro che si avvicina. Fermati ti prego, cos’è questa bocca che mi scende ai lati della faccia, come lava nelle vene. Fermati ti supplico, che così mi mandi in mille pezzi. Lasciami nella mia galera, che se mi baci davvero poi mi costringi a vivere. Quelli come me non sono ancora pronti, lasciami il tempo per convincermi a fare un passo. In fondo non me ne serve neanche molto, giusto la durata di una vita,
Fermati, per l’amor del cielo, togli quella lingua che mi trapassa il respiro, che se scendi ancora un po’, giusto  un paio di secondi eterni, arrivi al cuore. E lì non avrò più scampo.
Fermati che ho impiegato un’esistenza intera per rubare le emozioni che mi regalavano gli occhi dei passanti, le ho rubate tutte. Per un’esistenza intera. Le ho rubate per foderarci il mio cuore di cenere.
Fermati Rossana, che quelli come me non vogliono essere trovati, Lasciami in pace, vattene adesso, che qui ho tutto ciò che mi serve. Ho il mio basso appoggiato a queste pareti di carta vetrata, ho le mie immagini sbiadite, ormai senza altre sfumature, che se le guardo mi perdo ancora un po’ di più. Ho l’armatura e la mia spada con cui mi tormento i polsi, senza avere mai il coraggio di affondare il colpo.
Vattene finché sei in tempo, interrompi questa danza assurda di bocche che si respirano dentro, interrompi questo bacio di sabbia, che già inizio a sentire l’ossigeno nei polmoni. Che poi va finire che apro gli occhi, va a finire che li apro davvero. E se ti vedo, va a finire che muoio. Davvero.

Scappa, vattene lontano, inizio già a sentire il veleno scomparire, la schiena quasi dritta contro il cielo e questa camera di pietra lascia traspirare luce. Vai via, ti prego salvati, almeno tu.

Che cos’è quest’aria lenta di polvere e tramonti, pesante, come le mie insicurezze, tremenda e rassicurante. E’ l’aria di quando tremi e non sai perché e quasi ti rassegni in attesa di una sventura. E non sai quale.
Ma i percorsi possono cambiare e certe attese non concludersi in sventure, perché quelli come noi hanno ancora una speranza, perché se togli il bassista dalla band c’è ancora qualcuno che lo nota. Perché da qualche parte c’è ancora Rossana che non smette di cercarci. Noi che siamo solo dei Cyrano a braccia aperte in attesa del colpo in mezzo al petto. Noi che siamo sparsi a caso per il mondo. Gli immobili. I rimasti.

In giro, sparse in aria le note di Attenta – Negramaro.

Dedicato al cuore grande di ogni Rossana. Compresa la mia.

Penelope non smette di fuggire.

Valigia

Se vai a Breis ci trovi un clandestino, ha un banco di frutta al mercato rionale, ha una moglie che profuma di liquirizia e nuvole e che non smette un attimo di far galoppare il suo cuore di sabbia e salmastro. Se vai a Breis ci trovi la compagnia dell’Ammiraglio, il sabato sera mettono in scena commedie e tragedie, gli altri giorni sono solo artisti di strada, ognuno con la propria vita. E qualche tragedia. Se vai a Breis ci trovi una scuola con quattordici bambini, il maestro tiene nascosto un lutto e un omicidio nel doppiofondo dell’anima. Ogni tanto ingoia un rimorso ed un rimpianto, ma alla fine è felice, indubbiamente. Felice. Se vai a Breis ci trovi Penelope con la schiena appoggiata a due pareti diverse che le lasciano respirare le vertebre, perché, lei dice, è da lì che scorre la vita.

Se ne stava lì, perduta in un angolo di mondo, un angolo nascosto di questo mondo schifoso, che a forza di nuotarci in mezzo quasi ti sembra normale, quasi ti convinci che in fin dei conti te la meriti tutta quella spazzatura in fondo all’anima. Forse te la meriti, ma non ti ci abitui. Che se ti rassegni, se smetti di fuggire. allora sei morta davvero.

Non si ricorda neanche cosa sia successo, ma qualcosa, in un punto indefinito della sua vita, ha preso un percorso alternativo. Una strada maledettamente sbagliata. Che da certi incroci non riesci proprio a riprenderti. Ne sbagli uno e tutto il resto viene di conseguenza.  E allora precipiti, quasi senza sosta, anche se resti immobile. Guardi il mondo, guardi in faccia l’infinito. E precipiti. Cadi giù, da un letto ad un altro, da una camera d’albergo ad un altra. Da un cliente ad un altro. Sempre più soldi. Sempre più schifo.

E quando la misura è colma e il tanfo che viene dal cuore è insopportabile, le rimane una sola cosa da fare. Andare a Breis.

Quando rimane sola, con il sudore addosso e le cosce indolenzite da sesso e umiliazione, si siede sul pavimento, con la schiena appoggiata a due pareti diverse, che si uniscono dietro di lei, lasciandole respirare le vertebre, che da lì scorre la vita. Distende le gambe, chiude il mondo fuori dagli occhi. E va a Breis.

Gliela insegnò un uomo questa cosa, quella di andare a Breis. Un uomo con un destino scritto nel nome, di quelli che puoi fare di tutto, puoi sforzarti quanto vuoi, ma non riuscirai mai a dimenticare. Perché quell’uomo lì l’ha amato. Magari per un anno, una vita o un secondo, ma l’ha amato davvero. – Vieni, dammi la mano che andiamo a Breis -, le diceva così, – che lì siamo al sicuro, che lì le persone hanno la loro vita cucita addosso, hanno una storia da raccontare, che sarà inevitabile tornarci, perché Breis ti entra nelle vene. Sarà la tua droga più pura. Andiamo a Breis, dormiamo sulle sponde del lago, che lì si sta bene. Andiamo a Breis e tieni scoperte le vertebre, che lì la vita scorre davvero. –

E funziona. Sembra incredibile, ma funziona davvero, tutto lo schifo che le sta attorno svanisce. Mentre qualcuno le sta sopra e le fotte i fianchi, lei chiude il mondo fuori dagli occhi. E fotte la vita. Poi, un po’ alla volta tutto il marcio del mondo ritorna, ma intanto, per qualche momento, ha respirato ossigeno, è fuggita. E si è salvata.

Non sa neanche come sia venuto fuori il nome di quel posto, non ha neanche idea se possa esistere davvero un posto come quello. Non sa neanche se possa esistere ancora quell’uomo con il destino scritto nel nome. Forse non è mai esistito, forse l’ha sognato, come un condannato sogna la clemenza del carceriere. L’unica cosa certa è che quell’uomo non è lì. Che certe persone non sono fatte per restare. Certe persone devi lasciarle andare, quelle con l’infinito nell’anima. Sarebbe un crimine cercare di trattenerle, sarebbe una disgrazia averle accanto sperando di farsi salvare da loro.

Non c’è niente da fare, da quello schifo di mondo deve salvarsi da sola. E questo è un pensiero che la spaventa, che quando sei lì, con qualcuno che ti lascia i soldi sulla cassettiera comprandosi il diritto di infilarti le mani sotto al vestito, ecco, in quel momento lì, il pensiero di salvarsi da sola è spaventoso. E allora immagini posti, volti sereni, ma devi farlo bene, deve sembrare vero, ci metti dentro i suoni, i gesti di qualcuno, la storia che si porta addosso. Ci metti dentro un uomo con il destino scritto nel nome e lo chiami Ulisse, un uomo da amare, perché vicino a lui lo senti davvero quel senso di infinito dentro l’anima. Ci metti dentro i suoi occhi di cenere e maremoti, le sue braccia cariche di lampi e vene. Ci metti dentro la sua voce, mentre la realtà te lo strappa dalle mani, che alla fine non ti restano nient’altro che quelle parole lì a scivolarti lungo la schiena. – Tu riuscirai a salvarti da tutto questo. Non smettere di fuggire Penelope. Non smettere mai amore mio. Ci vediamo a Breis. –

Se ne stava lì, perduta in un angolo di mondo, un angolo nascosto di questo mondo schifoso, seduta sul pavimento, con la schiena appoggiata a due pareti diverse, che si uniscono dietro di lei, lasciandole respirare le vertebre, che da lì scorre la vita. Distende le gambe, chiude il mondo fuori dagli occhi. E mentre qualcuno le strappa di dosso i vestiti e una scheggia di vita, lei va a Breis. Perché lei è Penelope. E non vuole smettere di fuggire.

Tutto intorno suona Sing-hiozzo – Negramaro.

Quando Giulietta guarda il mare.

donna-che-guarda-lorizzonte-sul-mare

A volte, senza preavviso, accadono cose che non si spiegano. Domande lasciate in sospeso, a cui non riesci a dare risposta e allora passano i giorni, gli anni, e te ne dimentichi. Quando pensi di essere al sicuro, al riparo da tutte quelle domande che portano cucite addosso risposte spaventose, ecco, esattamente in quel momento lì, arrivano. Le risposte.

Mercuzio, non ci crederai, ma quel giorno io era là senza uno scopo preciso, te lo giuro amico mio, non avevo nessuno scopo preciso. Ero là e basta, perché là c’era il mare. E basta.

La vidi in controluce, con quell’assurdo sole malato di fine pomeriggio messo lì ad allungare le ombre e gli sguardi. Era seduta sulla panchina rivolta verso occidente, quella con le assi di legno verde su cui qualcuno un giorno ha scritto “vado camminando intorno a tutti voi, non c’è pace in questo vostro mondo. Non c’è stata mai”.
Se ne stava lì, con il suo zaino sulla spalla destra e un segreto di cartone stretto al petto, come il ricordo di qualcosa o di qualcuno che non intendi lasciar andare. E lo stringi forte, come lui stringe il tuo respiro, che se allenti la presa rischi di farlo scivolare via. Mercuzio, avresti dovuto vederla, era di una bellezza, una di quelle bellezze da guardare senza avvicinarsi troppo, che potrebbero sgualcirsi, che se le tocchi potrebbero svanire. Dio com’era, – Ciao, che ci fai qui? – ma lo dissi piano, cercando di spostare meno aria possibile. Le dissi proprio così, lo so, non è originale come approccio, ma ha funzionato. – Guardo il mare – mi disse proprio così “guardo il mare” e tu lo sai amico mio com’è Giulietta quando guarda il mare. Non ti dà scampo, non puoi pensare neanche per un momento di salvarti, quando lei sta lì davanti a te. E guarda il mare. E’ una di quelle immagini che non ti lasciano in pace. La gente che la vede mentre lei guarda il mare non resiste alla tentazione di passarle un dito sul volto per scostarle i capelli dagli occhi. E io stavo lì con una voglia fortissima che mordeva l’anima, di passarle un dito sul volto e scostarle i capelli dagli occhi.
– Sei appena arrivata?
– No, parto domani – mi disse – devo portare una cosa dall’altra parte –
– Torni?…
– Non scherzare, nessuno di quelli che vanno dall’altra parte torna.
Mi disse così, “dall’altra parte”, come se fosse un luogo indefinito. E come lo ritrovi qualcuno che va dall’altra parte. Mica è come qui, che fra queste vie, in questo sputo di mondo, ci conosciamo tutti. Che qui se qualcuno si perde per strada lo vai a riprendere. Qui nessuno è mai solo veramente. Ma dall’altra parte, Cristo santo, devi cavartela da solo. Capisci amico mio?, non ci sarebbe stato modo di andarla a riprendere.
C’era una sola cosa da fare, quella che tieni custodita sottochiave in un cassetto, come una Colt con i proiettili d’oro. Era giunto il momento di usarla. Era il momento di prendere la mira e – Vuoi sentirla una storia? – Sparare!
– Ok, ma che non sia troppo lunga, che sono stanca e domattina mi alzo presto. Devo andare dall’altra parte –
Iniziai a parlare del mare, proprio così, delle sue profondità, delle vite della gente di quaggiù. Misi insieme tutte quei racconti assurdi, quelli che mi raccontavi tu quando fuori pioveva. Li misi tutti insieme, tagliando, cucendo e inventando e ne feci una storia unica. Più lunga che potevo. Che certi momenti non capitano mica tutti i giorni, nella maggior parte delle vite che conosco non sono capitati proprio mai.
Alla fine, senza togliere neanche per un secondo lo sguardo dal mare e senza allentare la presa da quel segreto di cartone sul petto, mi chiese – Ne conosci un’altra? Una che sia lunga quasi una vita, intendo –
E da allora ci siamo amati, proprio così Mercuzio, ci siamo amati. Che certi amori non capitano mica tutti i giorni. Nella maggior parte delle vite che conosco non sono capitati proprio mai.

Furono anni vissuti d’un fiato, con la consapevolezza che non sarebbero serviti ad impedirle di andare un giorno dall’altra parte a portare quel maledetto segreto di cartone chissà dove e a chissà chi.

Io e te lo sappiamo che quelli come noi non possono cambiare per sempre il destino delle persone. L’unica cosa che ci rimane è tentare di cambiarne il percorso per un ristretto lasso tempo. Come se la vita di chi abbiamo vicino si concedesse una pausa. Ma quelle pause lì hanno sempre una fine, la curva si esaurisce e quelle vite riprendono il loro normale cammino.

Giulietta aveva percorso la sua curva, ci aveva impiegato ventidue anni a farla tutta. Ero riuscito a non farla partire, per ventidue anni, ogni singolo giorno, aveva perso un treno, una nave un aereo che l’avrebbe portata dall’altra parte. No, dico, ventidue anni, non uno di meno. Anche se sembrarono ventidue secondi.

A volte, senza preavviso, accadono cose che non si spiegano. Domande lasciate in sospeso, a cui non riesci a dare risposta e allora passano i giorni, gli anni, e te ne dimentichi. Quando pensi di essere al sicuro, al riparo da tutte quelle domande che portano cucite addosso risposte spaventose, ecco, esattamente in quel momento lì, arrivano. Le risposte.

Partì un mattino presto, di un giorno che pioveva, come a lavare via la notte e le angosce. Andò incontro a quel cielo che l’aspettava da anni. Partì senza voltarsi indietro, come qualcuno che ha esaurito la sua missione e se ne va senza rimpianti. Con uno zaino sulla spalla destra ed un segreto di cartone stretto al petto, come il ricordo di qualcosa o di qualcuno che non intendi lasciar andare. Non provai neanche a fermarla, aveva un segreto di cartone da portare dall’altra parte, non le chiesi neanche se sarebbe tornata, perché andava dall’altra parte e dall’altra parte c’era l’America. E nessuno di quelli che va laggiù torna. La vidi allontanarsi, Dio com’era bella, Pregai soltanto che non si perdesse, perché come lo ritrovi qualcuno che va dall’altra parte. Dimmelo Mercuzio, se si perdesse come farei a ritrovarla. Là c’è un mondo sproporzionato. Là c’è l’America.

“Addio Romeo, che mi hai insegnato a capire il mare, a leggere la vita che la gente di quaggiù si porta addosso. E’ stato bello vedere il mondo attraverso i tuoi occhi, averti amato mi ha reso una donna migliore. Continua a sognare, uomo degli abissi, inventa storie che fanno bene al mondo. Hai ragione tu: certi amori non capitano mica tutti i giorni. Nella maggior parte delle vite che conosco non sono capitati proprio mai.
Pensami soltanto mentre guardo il mare.
Tua Giulietta”.

Perché “dall’altra parte” c’è una donna seduta al tavolo di un bar che racconta alla persona che ha di fronte il suo segreto di cartone. (James Blunt – Miss America)

(Questo racconto è stato ispirato da un capitolo del libro “Castelli di rabbia”, Mi sono divertito a filtrarlo un po’ e ad aggiungerci qualcosa di mio. Niente di più.)

Michele sa volare.

le-foto-di-andrew-tso-sui-grattacieli-7-578762

Il mondo visto da qui non sembra poi così cattivo, forse a certe altezze i pensieri pesanti faticano ad arrivare, perché quassù l’aria è trasparente, il respiro più affannato. “Fame di ossigeno” la chiamano, forse è soltanto un filtro per le inquietudini terrene, perché quassù sembra tutto, assolutamente, perfetto, maledettamente chiaro ed esatto. Il mondo visto da quassù non è poi così cattivo.

Ma la vita vera è altra cosa, quella che scorre giù, nel mondo percepito, quella vita lì è tutt’altra storia. Lungo quelle strade le parole arrivano dirette e l’aria è satura di ossigeno. Anche se spesso ti manca il fiato. In quel mondo lì capita di perdersi spesso. Puoi arrivare a perdere perfino le tue certezze, puoi veder svanire la tua esistenza e quel mondo lì, quello percepito, picchia forte, difficilmente ti concede il tempo di alzare la guardia. Quel mondo lì mira dritto al mento, è alla costante ricerca del colpo del knockout. Quel mondo lì ti sfinisce e le braccia ti fanno talmente male che preghi iddio di mandarti giù un diretto destro per farla finita.

Michele galleggia In quel mondo lì, in quel tipo di mondo in cui capita di trovarsi una mattina in un ufficio con un paio di persone eleganti, quel tipo di persone a cui la vita ha messo una cravatta intorno collo. Loro hanno l’illusione di sapere come vanno le cose. Quelle persone lì hanno la presunzione di spiegarti la tua vita. Dimenticandosi di viverne una propria. Ecco, le persone che Michele aveva davanti erano così, mastini a far da guardia alla felicità. Che quelli come Michele non possono permettersi di averne troppa, di felicità. Quelli come Michele non sono mica autorizzati ad entrare nel castello. Figuriamoci. Ci sono delle regole da rispettare, che diamine. Ci sono posizioni da tenere e non si è mai visto, che un Michele qualsiasi, riesca ad averne più del dovuto, di felicità. Perciò il mondo, per mantenersi in equilibrio, avevrà sempre bisogno di persone come quelle, con la cravatta intorno al collo, ma solo per essere tenute al guinzaglio dal destino.

E ascoltava, Michele stava ad ascoltare, anche se faceva fatica a capire come quella gente riuscisse a soffiare fuori parole con quel cappio di seta che stringeva le vene della gola. Quando uscì dalla stanza loro erano senza rimorsi .Lui senza lavoro.

Eccolo il diretto destro mandato giù per farla finita.

Quelle frasi, quelle dannate frasi. Fra tutte le parole inventate dagli uomini, loro avevano scelto proprio quelle, quasi come fosse stata solo una stupida fatalità, che magari, se fosse arrivato in fabbrica cinque minuti più tardi, quella gente avrebbe usato parole diverse. Un po’ come quando ti fermi all’incrocio e l’auto dietro ti tampona, che se uscivi di casa un minuto prima magari non sarebbe successo, magari il semaforo sarebbe stato verde. Sarebbero bastati, che ne so, trenta secondi in meno, o in più, cinque secondi, anche cinque secondi sarebbero bastati e magari le persone in quell’ufficio che sapeva di vetro, alluminio e destini al guinzaglio, avrebbero usato parole diverse.

Che poi, a pensarci, la cosa peggiore non è neanche la mancanza di stipendio. E’ la frantumazione dei sogni, è questo che fa male davvero. E’ la voglia di fare progetti che se ne va a puttane e che ti brucia l’anima. E’ la mancanza di uno straccio di dignità che ti fa andare in giro con la cenere in fondo allo stomaco. È trovarsi in mezzo ad altre persone, perfino amici di una vita e sentirti a disagio, inferiore a loro, fino ad arrivare a invidiarne l’esistenza. La loro serenità fatta di sorrisi senza ombre. Che loro sembrano felici. Loro non lo sanno quanto possano spingerti a fondo certi pensieri. Fin dove possa arrivare il cratere della tua disperazione. Che le pareti di certi inferni non mostrano segni di cedimento.

E’ guardare lei e avere la sensazione chiarissima e assoluta che si merita di meglio. Si merita tutto ciò che tu non riuscirai mai a darle.

E allora tutto lo spazio che c’è fuori si comprime, e l’aria ti manca davvero. E non c’è modo di guardare verso il cielo. Quand’è così devi salire, salire proprio fisicamente intendo. Su un albero, su un ponte o sul cornicione di un palazzo di venti piani. Quando tutta la vita ti si rovescia addosso c’è un’unica cosa da fare. Salire.

Che basta davvero poco, un passo, uno soltanto. Cosa sarà mai fare un passo, ne facciamo a milioni e non cambia poi tutto questo granché. Anche questo passo qui lascerà il mondo inalterato, ne sono certo. Magari ogni tanto diranno “ti ricordi di Michele? quello che provò a volare”, ma alla fine, ne sono certo, lascerà il mondo inalterato.

Che poi quassù l’aria è trasparente e il respiro più affannato, che non servirebbe neanche così tanto fegato per fare questo salto. Da quassù è tutto più semplice, il mondo non sembra poi così cattivo. Da quassù puoi scegliere davvero, qui non arriva il guinzaglio del destino.

Non cambierà niente, ci saranno giorni orrendi e altri quasi sopportabili, ci saranno ancora sguardi carichi di piombo e delusione da dover sostenere. Ma non importa, Michele continuerà a camminarci in mezzo, a galleggiare in tutto questo mondo percepito,

Che alla fine l’importante non è fare il passo e volare, no, quello che conta davvero è avere la consapevolezza di essere capaci di farlo e nonostante tutto scegliere di vivere.

Anche adesso che cammina per strada con la cenere nello stomaco e le mani in tasca strette a pugno, anche in questo preciso istante che sente la fame di ossigeno prenderlo alla gola, lui puo’ guardare il cielo sopra a questa assurda città e avere una sola, indelebile certezza: Michele sa volare ma sceglie ogni giorno di camminare nel vostro strano mondo. E quando proprio sente di non farcela prende fiato. E sale. Che visto da lassù il mondo non sembra poi così cattivo.

Forse un giorno riusciremo a viverci davvero in questa assurda città. (Bruce Springsteen – Lucky Town)

Dedicato a tutte quelle persone che aprono le braccia ma trovano la forza di non spiccare il volo.

Piero alla fine del cielo.

E poi ci sono quelli come Piero, quelli che sognano ancora.

Quelli che vivono fra cielo e mare, cercando di capire se tutto quello spazio possa avere una fine. Se tutto quel cielo possa avere una fine. Perché il mare, è sicuro, che una fine non ce l’ha.

Piero parla di cose che ha visto, di persone che ha conosciuto, poco importa se siano esistite davvero o siano frutto della sua fantasia, la cosa importante, quella che conta veramente è che Piero, mentre parla, sogna. E cerca la fine del cielo.

E allora, come fai a disilluderli, quelli come lui, come fai a mandare in frantumi tutte le loro speranze, sarebbe un reato, qualcuno direbbe perfino, un peccato mortale.
E allora li lasci parlare. Quelli come Piero non puoi fare a meno di starli a sentire. E alla fine glielo dici che hanno ragione loro, anche se non sei convinto del tutto, glielo dici lo stesso.

Quelli che sognano ancora non si trovano, in tutto questo mondo, non si trovano. E’ tutto “troppo”. Troppo grande, troppo dispersivo, troppo uguale a sé stesso. Troppo diverso, indubbiamente, troppo diverso dal loro mondo interiore. Hanno bisogno di confini definiti, quelli come Piero, perché vivono con il bisogno disperato di riuscire a superarli, di andare oltre. Hanno bisogno di muri da scavalcare, sono alla ricerca ossessiva della fine delle cose, per voglia, ossessiva, di smentirne il perimetro. Cercano un limite, orribile e attraente, terrificante e sublime, loro cercano l’orlo del burrone, per oltrepassarlo in volo. Loro sono un passo oltre l’orizzonte. E cercano la fine del cielo.

Piero, a guardarlo, neanche lo diresti che sta cercando qualcosa, dice parole senza leggere, muove le mani come fossero nuvole che attraversano i pensieri, sorride, di un sorriso sincero e discreto. E quando cammina lo fa senza fretta, come se stesse contando ogni passo, come se stesse misurando la distanza da un traguardo nebbioso. Come se il metro successivo lo portasse alla fine del cielo.

E te ne rendi conto pian piano, che di quelli come Piero ce ne sono abbastanza. E’ un pensiero che ti rassicura, perché realizzi che sono loro a sostenere questo granello di universo, sono loro che danno ossigeno al mondo. Che se c’e ancora vita su questo pianeta è solo merito loro. Che se li guardi passare non lo diresti neanche, non vanno in giro a fare gli eroi. Ma se il mondo ancora respira è solo perché ci sono loro, quelli come Piero, che continuano a soffiare ossigeno nell’aria.
Perché Piero ti guarda negli occhi ed è capace di dirti “Io una volta le ho viste davvero le stelle a mezzogiorno”. E te lo dice in un giorno qualunque, uno di quei giorni che non promettono niente di buono, che non promettono nuove sorprese. Uno di quei giorni che sei obbligato a vivere perché è così che si fa, ma se anche potessi saltarlo, di netto, la tua vita non cambierebbe di una virgola.
E invece, lui si siede di fronte, quasi ti sfiora le mani, quasi ti sfiora i sogni, ti guarda negli occhi. E te lo dice “Le ho viste davvero le stelle a mezzogiorno”. Come se lo sapesse che quello era uno dei tuoi giorni inutili, come se lo sapesse che avevi bisogno di sentirtelo dire. Come se lo sapesse che volevi sognare davvero. Perché quel giorno avevi un bisogno smisurato di andare oltre la fine del cielo.

Quelli come Piero si rifugiano lì, fra cielo e mare, in quel punto preciso. Dove tutto si confonde, dove le tonalità di azzurro si toccano davvero. E allora non c’è più cielo e non c’è più mare. Respirano un vento che aria non è, si bagnano le mani in un’onda che acqua non è. Si rifugiano lì e per un tempo che sa d’infinito smettono di cercare. Per tutto quel tempo che li protegge come un ventre di madre, smettono di cercare. E finalmente, con le illusioni stremate e lo stupore nel cuore la trovano davvero. La loro fine del cielo.

Piero era così e da quando se ne è andato l’aria è un po’ più pesante, il respiro un po’ più affannato. Perché quelli come lui te lo dicono che hanno visto le stelle a mezzogiorno e tu non puoi far altro che amarle le persone così. Quelle che cercano la fine del cielo.

“Viviamo tutti sotto lo stesso cielo, ma non tutti abbiamo il medesimo orizzonte.” (Konrad Adenauer)

Questo racconto l’ho scritto per la rivista WRITERS. Ringrazio infinitamente la direttrice Elena Brilli per avermi coinvolto in questo progetto. Il nuovo numero è online.

Una bandiera sulla luna.

Questa è una storia d’amore, sì senza dubbio, è una storia d’amore. Di quelle che se ti metti a raccontarle, ecco, se mai ti venisse in mente di raccontarle, le persone non capirebbero. A pensarci bene, proprio non ne coglierebbero il senso. E invece è una storia d’amore.

Marco non crede al destino, o comunque, si ostina a ripeterlo, quando gli capita di parlarne, intendo, o magari anche solo di pensarci. La sola idea che la sua strada possa essere già tracciata e che i suoi passi debbano seguire un percorso ineluttabile, ecco, quell’idea lì, quella di non essere libero, lo fa rabbrividire. Non crede al destino, perché i percorsi stabiliti sono inconcepibili, perché la vita stessa è inconcepibile, figuriamoci se riesci a domarla, la vita. Sarebbe come trovare una formula matematica per le emozioni, come stabilire il momento esatto in cui crepare di dolore o il giorno preciso in cui decidere di essere uomo. Sarebbe come calcolare l’attimo indiscutibile in cui ti innamorerai di qualcuno. E’ assolutamente inconcepibile pensare di domarla, la vita.

Eppure ci sono istanti che sembra siano lì da sempre, che ti stiano aspettando, da sempre, qualunque cosa tu faccia, loro stanno lì. E ti aspettano. Da sempre.

E così Marco si ritrova in una festa di paese, una di quelle che proprio non hanno senso. Quelle con la gente che ride, che si accalca per uno spettacolo di equilibristi e saltimbanchi. Tutta quella folla di persone che si muove quasi a tempo, come fanno le maree, che un attimo ti lasciano in pace e l’attimo dopo arrivano ad incatenarti i piedi. E alla fine un po’ ti diverti a farti trascinare.
Marco che non corre mai veloce, anzi, ogni tanto, per un motivo che neanche lui conosce, si ferma, così, di botto, si ferma e osserva, come fosse stato colto da chissà quale folgorazione divina. Come se qualcosa si inceppasse, come se prendesse nota di un fotogramma preciso. E alla fine li archivia, li cataloga con maniacale precisione, tutti quei fotogrammi. Come se avesse un archivio nella testa. E’ il suo modo di tenere il segnalibro dei ricordi. Stamparsi nella mente un istante preciso, come fosse un riassunto di un’emozione più articolata e complicata da descrivere.

Marco si ritrova in mezzo a tutta quella gente che guarda chissà dove, forse verso uno spettacolo di magia o più semplicemente, verso l’infinito, che alla fine, comunque, non è che cambi granché. Sta lì, immobile, a guardare una barriera di schiene, immobili. Ad immaginare tutti quei volti rapiti da chissà quale meraviglia. Tutti, tranne il suo. Lui adesso è nel bel mezzo della sua folgorazione, sta scattando il suo fotogramma, sta aggiornando l’archivio nella testa. Guarda la spalla della ragazza che è di fronte a lui. Un punto preciso, quello che si incurva verso il collo. Ci potresti passare un’esistenza intera in un posto come quello, nella curva del collo. Lei neanche immagina, che qualcuno da dietro la stia osservando. Neanche sospetta che qualcuno si stia perdendo.

Marco neanche respira, quella curva lì sembra fatta su misura per distenderci i pensieri, è il profilo perfetto di ogni forma di vita. Ci sono istanti che sembra siano lì da sempre, che ti stiano aspettando, da sempre, qualunque cosa tu faccia, loro stanno lì. E ti aspettano. Da sempre. Ecco, quella curva, lo stava aspettando, come un appuntamento fissato da un tempo indefinito, come fosse stato qualcosa di inevitabile. Avrebbe potuto rimandare qualsiasi cosa, avrebbe potuto rimandare perfino l’incontro con la morte, ma non avrebbe mai potuto evitare di incontrare quella curva lì. Che a una curva così non c’è modo di sfuggire, non c’è modo di salvarsi da una curva come quella. Quella è la curva di Dio. La curva fra il collo e la spalla.

E in quel punto preciso Marco ci vede una storia d’amore. Un filo sottile che unisce le risate e le corse a perdifiato, i litigi che sembra che il diavolo che hai in corpo non la smetta di soffiare veleno, le sconfitte, le gioie che sembra che il cuore non regga. I pianti, che sembra che ti scorra un fiume dentro, i viaggi con il cofano che fuma in mezzo alla campagna. Le mani fra i capelli che quel bacio ha l’aurora nei sospiri.

Marco vorrebbe avvicinarsi di più, per vederlo meglio quel punto lì, per stringere più forte quel filo sottile. Che se guardi la vita da lontano ti perdi i dettagli, se guardi la vita da lontano le vedi i confini, ma ti perdi l’infinito.
Lui restava lì, a fissare la schiena di una donna senza nome, e questo era un pensiero che gli piaceva. Perché le persone tendono a dare un nome perentorio a ciò che le spaventa e una lunga descrizione a ciò che le rende felici.

Marco, come sempre, vorrebbe fuggire, gli capita ogni volta che vede qualcosa che lo affascina e allo stesso tempo, lo terrorizza. Si blocca, ma in realtà vorrebbe fuggire via, come se il cervello e i muscoli fossero scollegati. Come se qualcosa si rompesse dentro e arrivassero informazioni incomplete ai centri nervosi. E in quel groviglio di neuroni vai a trovarlo quello che si è perso per strada. Non se lo spiega, ma vorrebbe fuggire, senza neanche saperne il motivo.

Ecco, se il destino esistesse veramente adesso lei si volterebbe d’improvviso, come fosse stata punta da un insetto, probabilmente da uno sguardo. Si volterebbe  d’improvviso, piantandogli gli occhi addosso. Come una bandiera sulla luna.

-Ehi, che stai facendo?-
-Niente, volevo solo chiederti…stai guardando lo spettacolo di magia? –
-Certo, perché tu no?-
-No, io sono venuto qui per cercare una persona-
-Ah sì?, e chi?-
-Te.

Ma il destino è un’illusione, la vita è tutta un’altra storia. La vita, quella vera, prende traiettorie alternative. Lei non si volta, rimarrà un mistero anche il suo nome perentorio come uno spavento. Non resta altro che farne una lunga descrizione, come si fa con le cose che ci rendono felici.

Marco la guarda e, come sempre, vorrebbe fuggire, senza neanche saperne il motivo, ma adesso ha la certezza che lo capirà, giorno per giorno, lo capirà perché alcune persone continuano a fuggire, per poi fermarsi, di botto, per un motivo che neanche loro conoscono, si fermano. Come se qualcosa si inceppasse, come se prendessero nota di un fotogramma preciso. Si fermano e osservano qualcosa d’infinito. Si fermano e osservano la vita.

Marco non crede nel destino, nei percorsi ineluttabili, ma stavolta è diverso e non potrebbe essere altrimenti. Perché questa è una storia d’amore, sì senza dubbio, è una storia d’amore. Di quelle che se ti metti a raccontarle, ecco, se mai ti venisse in mente di raccontarle, le persone non capirebbero. A pensarci bene, proprio non ne coglierebbero il senso. E invece è una storia d’amore.

Quando mi fermo a guardare la vita qualcosa si rompe dentro. (Dave Matthews Band – Crash into me)

“Una dichiarazione d’amore è il passaggio dal caso al destino, ed è per questo che è così pericolosa.” (Alain Badiou)

Sara senza scampo.

Non c’è niente da fare, il mondo visto dal finestrino di un treno in corsa ha qualcosa di assolutamente perfetto. Un susseguirsi isterico di fotogrammi indefiniti, alcuni dei quali passano e via, altri, per una ragione che nessuno riuscirà mai a spiegarti, ti restano addosso. E non puoi farci niente, non sei tu a selezionare quali tenere e quali far scivolare via, decidono loro. Passano veloci, confusi in mezzo a tutti gli altri, ma per un motivo che nessuno riuscirà mai a spiegarti, ti restano addosso. Non c’è niente da fare.

Sara era quel tipo di donna lì, quella che sta seduta sopra un treno in corsa, con alcuni fotogrammi indefiniti che non ne vogliono sapere di andarsene dalla mente e qualcuno direbbe, perfino dal cuore.
Lei è una di quelle donne “senza scampo”, quelle che hanno la giusta età, anche se non si bene per cosa, quelle con la giusta eleganza, con la giusta leggerezza nei gesti, con la giusta risata morbida come un cuscino di piume e speranze. Tutto perfettamente equilibrato, tutto dosato a meraviglia, come una pozione giustissima di vita e passione. Tutto. Tranne gli occhi.
Quegli occhi lì hanno qualcosa di spaventoso, come una catastrofe, come uno sparo a bruciapelo. Quasi come un bisogno infinito d’amore.
Quegli occhi lì non ti lasciano in pace, ti si aggrappano addosso, non ti danno vie di fuga.
Quegli occhi lì sono senza scampo.

Sara si ripete che va bene così, in fondo va bene così, che si può vivere contando gli attimi di un qualcosa che somiglia ad una fotocopia di felicità. Un po’ più sbiadita rispetto all’originale, ma sempre meglio di niente. Si ripete che va bene così, anche se ogni maledetta sera si ritrova a contare tutti qui fogli, che occupano spazio ma non riempiono nessun vuoto, ma si ripete che in fondo va bene così, e continua a contare, e alla fine arrotonda per eccesso. Che il vuoto da riempire è davvero grande.
E allora Sara ha scelto di vivere con le illusioni coperte da una colata di cemento armato, che alla fine è più sicuro così.
C’è stato un tempo in cui ci credeva davvero, in quella cosa assurda dell’essere felice, intendo. Ci credeva davvero. Ne parlava come fosse qualcosa di tangibile, che a pensarci adesso si sente davvero una povera illusa, che se ci credi finisci solo per farti del male, Che tanto mica esiste davvero quella cosa lì, quella dell’essere felice, intendo.
Ce ne ha messo di tempo per capirlo, ma di certe illusioni proprio non riesci a farne a meno, e lei ce ne ha messo davvero tanto, di tempo, quasi cinque anni, che detto così potrebbe pure sembrare una cosa accettabile. Cinque anni di tempo, cinque anni di schiaffi e lividi da mascherare. Cinque anni di fondotinta a coprire ematomi e scuse da inventare. Cinque anni passati a trovare spiegazioni plausibili, che alla fine quello diventa il dolore più grande. Che poi i lividi spariscono, come fanno tutte le cose che ti aiutano a ricordare, invece di rimanere indelebili e fare il loro dovere, spariscono. E allora le sensazioni si confondono, la vita passa su quegli istanti e ne addolcisce il ricordo, che la vita si nutre di tempo e viceversa. E come due amanti, fanno compromessi, il tempo e la vita. Uno passa più veloce sui dolori dell’altra, la vita contraccambia falsando il grado di inquietudine sugli istanti più lunghi. Sono due amanti perfetti, non c’è niente da dire, il tempo e la vita.
E Sara ce ne ha messo davvero tanto di tempo per decidersi ad andarsene. Ce ne ha messo davvero un sacco. Di tempo. E di vita.

E così questa mattina ha preso la valigia che teneva da tre anni sotto al letto ed è partita. Questa mattina ha deciso così, non si è fermata a pensare, è partita e basta. E’ una cosa folle, partire e basta, un qualcosa difficile da spiegare, come quando prendi la rincorsa e salti dentro una pozzanghera. Una di quelle pozze d’acqua lasciate a terra come a ricordo di un temporale ormai andato. Non ti fermi a pensarci, ci salti dentro e via. E’ una cosa folle, Come partire e basta.

E’ arrivata alla stazione e senza starci a pensare ha preso il primo treno che la riportava verso casa. Sembrava che fosse lì per lei, quel treno, per lei e per la sua valigia piena di vestiti da dimenticare e di ematomi da indossare.
E’ partita, con la sua valigia e con i suoi occhi senza scampo.

Si è seduta nel primo posto libero e non ha potuto fare a meno di pensare, per la prima volta dopo cinque anni, non ha potuto fare a meno di pensare che non c’è niente da fare, il mondo visto dal finestrino di un treno in corsa ha qualcosa di assolutamente perfetto. E’ un susseguirsi isterico di fotogrammi indefiniti, alcuni dei quali passano e via, altri, per una ragione che nessuno riuscirà mai a spiegarti, ti restano addosso.

In quel preciso istante si è resa conto che quegli occhi senza scampo ne avevano viste tante di giornate sbagliate, anche troppe, ne avevano vissute davvero tante di emozioni, anche troppe. Ma erano servite, qualcuno potrebbe dire che l’avevano perfino aiutata ad essere più forte. Balle, lei ne avrebbe fatto volentieri a meno di tutti quei pensieri cattivi. Che quelle mani scagliate a lasciarle segni sul viso non la rendevano più forte, ma solo insensibile al dolore. A ogni tipo di dolore. Ad ogni tipo di sentimento.

Continuava a pensare, per la prima volta dopo cinque anni, non poteva fare a meno di pensare, quasi ci stava prendendo gusto, come se il suo cervello avesse iniziato a sgranchirsi i muscoli dopo un tempo assurdo passato a dormire.

E il secondo pensiero che le si affacciò alla mente era uno di quei pensieri leggeri, come la luce di certe sere, che anche se piove si ostina a brillare. Ed è quasi una forma di estasi. Pensò che in fin dei conti, erano solamente due le cose che la facevano fremere e allo stesso tempo la spaventavano davvero.
Una era l’idea di amare, quando si illudeva di essere amata.
L’altra era questo viaggio che la stava riportando verso casa. O comunque, verso qualcosa che si avvicinava molto a quell’idea un po’ appannata di vita.

Perché, in fondo, la vita è così, una miscela perfetta di amore e guerra. (Neil Young – Love ad War).

“Ci sono due modi per guardare il volto di una persona. Uno, è guardare gli occhi come parte del volto, l’altro, è guardare gli occhi e basta… come se fossero il volto.” (Alessandro D’Avenia)